VIVERE IL VANGELO

A Chianciano Terme si chiude il "Convegno" sulla presenza ecclesiale nella fragilità,
a cominciare dal mondo della malattia fisica e morale,
realtà privilegiata della prassi e della fede cristiana.

RITAGLI    «Nei luoghi della sofferenza    DOCUMENTI
voce della dignità calpestata»

Ieri al convegno dei direttori degli uffici diocesani per la pastorale sanitaria,
Lanza e Montenegro:
«Malati e poveri non sono un peso o un costo ma dono e ricchezza».

Da Chianciano Terme (Siena), Massimo Benicchi
("Avvenire", 28/6/’07)

«Avere il coraggio di cercare dove la dignità dell'uomo è calpestata per farci voce di chi non ne ha» è l'invito che monsignor Francesco Montenegro, presidente della "Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute", lancia con forza al termine del suo intervento al "Convegno nazionale dei direttori degli Uffici diocesani per la pastorale della sanità", in corso a Chianciano Terme in provincia di Siena. Nell'individuare la fragilità come limite e risorsa nella vita della persona e nella vita ecclesiale, monsignor Montenegro ha sottolineato la necessità di «guardare alle povertà nel loro insieme. Solo con uno sguardo generale si potrà affrontare il particolare». Ed è proprio nel «solco» del "Convegno di Verona" che questo appuntamento nella città termale toscana pone la presenza della Chiesa nella fragilità, per individuare le prospettive di pastorale sanitaria. «Oggi ripugna parlare di fragilità - ha detto Montenegro - eppure essa ha molti volti, spesso inediti, perché per fragilità si intende ogni condizione di sofferenza e disagio in cui l'uomo misura la sua debolezza e i suoi limiti, quali la fame, la povertà vecchia e nuova, la malattia, l'handicap…. Ed è una caratteristica costitutiva dell'uomo». Non per questo ci si deve rassegnare, ma «la si deve accettare, confrontandoci con essa, superarla se possibile per assumere uno stile di vita che porti alla condivisione della fragilità altrui. I poveri sono la scandalosa presenza rivelatrice del Dio cristiano e sono il luogo privilegiato della prassi e della fede cristiana».
«I malati come i poveri - ha aggiunto monsignor Montenegro - , non sono un peso, un costo o un problema, sono dono e fonte di ricchezza. Scegliere di dare loro un posto nella comunità è una necessità perché è fare posto a Dio e costruire la Chiesa».
E proprio dei luoghi di accoglienza ed accompagnamento delle fragilità aveva parlato, poco prima,
monsignor Sergio Lanza, docente
alla "Pontificia Università Lateranense". «In una società che accentua il desiderio di salute e di pari passo critica la ricerca di Salvezza - ha detto Lanza - si assiste alla esasperazione di una spiritualità distorta, nella ricerca di terapie che promettono rapida soluzione di tutto o percorsi per ritrovare se stessi con la convinzione che l'uomo possa salvarsi da solo, con la propria forza. La Salvezza è estromessa per ottenere tutto qui e subito. Altra simmetrica esasperazione è quella fisica, nella non accettazione della condizione di invecchiamento, malattia e sofferenza. Mentre l'idea originaria del Dio della Bibbia attraverso Gesù è di dare la vita agli uomini e attraverso Gesù che "l'abbiano in abbondanza" per fruire sanamente dei doni messi a disposizione dalla Provvidenza». La malattia della tristezza è assenza di speranza. «In questo contesto - ha proseguito monsignor Lanza - anche la sofferenza può trovare accoglienza, divenire scuola di vita e tirocinio di carità senza finzione, senza retorica o atteggiamento pietistico». Dal semplice conforto, quindi, alla speranza che si incarna, soprattutto nella vita sacramentale ed in particolare con la "Unzione degli infermi", segno dell'impegno che Dio, e quindi la Chiesa di conseguenza, si prende per alleviare il dolore e sconfiggere la malattia.
Di fronte a problemi nuovi è necessario «pensarci un po' su, avere il coraggio della verifica e dello sbaglio perché l'atteggiamento da seguire è quello della pazienza: gradualità, perseveranza, speranza».
Per essere veramente «testimoni di Cristo risorto, speranza del mondo quindi - ha concluso monsignor Montenegro - bisogna frequentare ed abitare la storia e i luoghi degli uomini. Una Chiesa chiusa nel tempio o abbarbicata al proprio campanile, semplice dispensatrice di azioni sacre o di vuote parole, spesso nemmeno consolatorie, non solo si sottrae alle grida degli uomini, ma si dimentica della fedeltà alla Parola e al pane del suo Dio».