Edmund Hillary scalò l’Everest nel 1953

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ed è morto da uomo saggio

Il Monte Everest, in Hymalaya: la vetta più alta del mondo!

Roberto Beretta
("Avvenire", 12/1/’08)

Quando alla fine del maggio 1953 Edmund Hillary salì sul Monte più alto della Terra, ben pochi nell’ambiente alpinistico sapevano chi fosse quel giovanotto anglosassone con la faccia da "film", ma che sembrava adatto alle partite di "polo" più che ai sofferti e filosofici eroismi delle vette. Un apicultore! Un neozelandese! E allora tutto il secolo di retorica delle scalate, che da metà Ottocento in poi aveva affollato di mitologie ed imprese «il campo da gioco dell’Europa» – le Alpi – con i precursori inglesi, i fortissimi tedeschi, gli ardimentosi francesi, i fantasiosi italiani a riempire di eroismi in cordata le pagine dei libri di montagna? Niente. Fu un ragazzone di 33 anni, che aveva scoperto la resistenza del suo fisico in quota durante una gita scolastica e però aveva al suo attivo alcune ascensioni a oltre 6000 in Himalaya, il predestinato dal "capo-spedizione" colonnello John Hunt al piccolo passo all’insù che forse non ha fatto fare un grande balzo in avanti all’umanità (come quello – compiuto in discesa – degli astronauti sulla Luna), ma che generazioni di rocciatori comunque agognavano, in una corsa al "tetto del mondo" divenuta ben presto affare di primato nazionalistico. Fu meglio così. Perché Hillary – che divenne "sir" per meriti di "Commonwealth" – seppe poi portare con dignità molto "british" e senza eccessi d’enfasi lo zaino "affardellato" di una popolarità smisurata, mondiale. Ancora ieri, annunciandone la morte, il "premier" del suo Paese lo salutava come "il più celebre neozelandese della storia" (tra l’altro era l’unico "kiwi" il cui volto fosse spendibile, da vivo, su una banconota da 5 dollari), tuttavia lui non enfatizzò mai l’impresa che gli era capitato di vivere forse per caso – l’ultimo balzo gli toccò infatti soprattutto grazie alla straordinaria prestanza fisica.
Dopo l’
Everest, sir Edmund aveva compiuto altre esplorazioni notevoli – fu al Polo Sud con una spedizione britannica "meccanizzata", andò alla scoperta delle sorgenti del Gange, inseguì persino le tracce dell’abominevole "yeti" – ma di non minor valore stimava il suo impegno per costituire l’"Hymalaya Trust", fondazione che raccoglie fondi per costruire scuole, strade e ospedali in Nepal; nazione del quale lo scalatore aveva meritato la cittadinanza onoraria. Un’altra cordata aveva infatti stretto Hillary da cui non s’era più sciolto: quella con Tenzing Norgay, il leggendario portatore d’alta quota con cui aveva salito l’Everest e del quale aveva imparato ad amare profondamente il popolo "sherpa". Per quarant’anni il lungo neozelandese seppe addirittura conservare il segreto su chi avesse fatto per primo il fatidico passo degli 8.848 metri, se lui o il collega, scomparso nel 1986: gran bel caso di "cavalleria" britannica d’altri tempi. «L’uomo non può conquistare la montagna, ma solo se stesso», è la frase che ci rimane di lui; e anch’essa appare ben diversa dallo spirito d’eroico protagonismo e di orgoglio a volte scioccamente superbo di cui è imbevuta molta storia dell’alpinismo classico. Grazie, sir Hillary, anche per questa conquista.