A trent’anni dalla morte di Follereau

RITAGLI    Il rivoluzionario col "papillon"    MISSIONE AMICIZIA

L’etichetta di «apostolo dei lebbrosi» l’ha confinato nel "limbo" dei dimenticati.
Eppure a lui e al suo protagonismo il mondo missionario deve ancora molto.

Roberto Beretta
("Mondo e Missione", Dicembre 2007)

Per favore, non chiamiamolo più «apostolo dei lebbrosi». L’abbiamo incasellato lì, in una definizione che puzza di "stantìo" lontano un miglio e che serve al massimo per segnalare quanto sia sorpassato: anzitutto perché di lebbrosi - ne siamo convinti - non ce ne sono quasi più (in realtà si contano oltre 700mila nuovi casi all’anno, nel mondo) e quanto agli apostoli, beh, in giro se ne vedono anche meno...
È vero che
Raoul Follereau non correva dietro alle mode, anzi con quell’assurda cravatta a fiocco e il bastone dal pomolo d’avorio sembrava prendersi allegramente gioco delle ricorrenti «modernità»; è vero pure che non aveva certo paura delle parole un po’ retoriche, lui che era stato poeta (alcuni suoi drammi giovanili hanno goduto di oltre mille repliche) e conferenziere principe. Però confinare la sua grandezza in un qualsiasi "cantuccio" creato da una definizione ormai incomprensibile, alla fine, ci impoverisce tutti.

Infatti Follereau è morto da (soli) trent’anni, eppure non lo ricorda quasi più nessuno; non è successo ai Kennedy, né a Luther King o a Gandhi, nemmeno ad Albert Schweitzer - per non citare che alcuni degli altri «apostoli» che divisero con lui la medesima epoca. L’ex giornalista francese non era da meno di nessuno di loro (vogliamo dimenticare che fu soprattutto la sua strenua battaglia a capovolgere la considerazione mondiale verso 15 milioni di lebbrosi e a determinare l’attuale «quasi sconfitta» del "morbo di Hansen"?), eppure i suoi libri non vengono ristampati, su di lui non è stato nemmeno avviato un processo di beatificazione, e in generale è difficile trovare qualcuno che ne rammenti la figura. Non sarà mica perché era «troppo cattolico»?
Proprio questa - si vociferava - fu l’«accusa» che nel 1970 tenne lontano il grande Raoul dal premio "Nobel" per la pace, cui era stato proposto da 19 capi di Stato e che avrebbe "strameritato". E proprio per questo motivo Follereau deve godere di un’attenta riconsiderazione almeno da parte del mondo missionario: che ai suoi metodi, ai suoi "slogan", alla sua «teologia» laicale deve moltissimo - anche senza saperlo.
Anzitutto quell’uomo che con ragione aveva sognato per sé un brillante avvenire letterario (pubblicò il primo libro ad appena 17 anni, nel 1920, e dopo la laurea in diritto alla "Sorbona" preferì lasciare la carriera d’avvocato per il giornalismo) è stato probabilmente il primo «missionario laico» cattolico modernamente inteso. «Un poeta con il cruccio dell’efficacia», l’ha definito un biografo. In un’epoca infatti, quella tra la fine dell’ultima guerra e il "Concilio", in cui la missione era esclusivamente «affare» del clero, Follereau iniziò da laico (spesso anzi portando con sé la moglie, la paziente Madeleine) un’attività di animazione che non contemplava soltanto le conferenze e le collette in Occidente, ma anche ripetuti viaggi nel "Terzo Mondo", per vedere, documentare e aiutare; tanto che alla fine della carriera avrà tenuto 1.220 conferenze, percorso 32 volte il giro del pianeta e visitato lebbrosari in 94 Paesi del mondo.

Tutto era cominciato per caso, o per "Provvidenza": un guasto dell’auto nel deserto, mentre nel 1936 il giornalista andava verso Tamanrasset, nel Sahara, per un "reportage" sul suo diletto Charles de Foucauld (anche questo è un particolare straordinariamente «moderno» e inatteso di Follereau: ovvero l’innato desiderio per un tipo d’evangelizzazione fatto più di condivisione di vita che d’attività caritativa), gli procura la scoperta di un "lazzaretto" cinto da filo spinato dove sono confinati a vita i reietti più reietti dell’umanità: i lebbrosi, appunto. Rievocherà più tardi quei momenti: «La lebbra ormai mi aveva preso. Non che io ne fossi colpito. Ero il suo fortunato prigioniero. Avevo visto troppa miseria, troppo dolore, troppi volti sfigurati dalla malattia e dalla vergogna, troppi sguardi senza speranza…».
All’epoca solo 100mila erano gli "hanseniani" in cura, per gli altri l’unico «rimedio» era ancora quello biblico: l’esilio fuori dall’umana convivenza, per evitare almeno altri contagi, e la taccia d’immondezza, d’incurabilità o persino di «peccato» che - nata forse per rimarcare socialmente l’"ostracismo" più assoluto - procurava ai malati, oltre alle orrende deturpazioni del morbo, una disumana perdita di dignità. È proprio questo che fa ribellare Follereau, forse ancor più della scoperta che il "bacillo di Hansen" era tutto sommato poco contagioso e curabile a basso prezzo grazie ai "sulfoni": l’indignazione perché l’evangelica fratellanza universale veniva tanto palesemente contraddetta nel corpo e nell’animo di tanti uomini. Non per nulla la sua principale e personale «terapia» sarà quella d’abbracciare tutti gli "hanseniani" che incontra, sia per sfatare la paura del contagio, sia per risarcire quelle persone dell’isolamento che dovevano patire.
In realtà, infatti, a guardare gli "slogan" che lo scrittore e poeta sa confezionare così bene, quasi fosse un moderno "copywriter" pubblicitario, quasi mai quei motti puntano il loro messaggio sull’oggetto della campagna per cui sono stati escogitati (la raccolta di fondi "pro-lebbrosi"), mirano bensì a una radice più profondamente umana e cristiana. «Nessuno ha il diritto di essere felice da solo»; «La più grande disgrazia che vi possa capitare è di non essere utili a nessuno»; «La sola verità è amarsi»; «Amarsi o scomparire»; «Se Cristo domani busserà alla tua porta, lo riconoscerai?»; «Bomba atomica o carità?»...

Anche le iniziative sortite dall’inesausta fantasia di «Papà Raoul» - dallo «sciopero dell’egoismo» (offerta di un’ora di salario per i diseredati) alla «Giornata mondiale contro la lebbra», fondata nel 1954; dal «Natale del Padre De Foucauld», con la proposta ai bambini di mettere una terza scarpa sul camino a beneficio dei coetanei poveri, alla celeberrima richiesta ai due grandi Usa e Urss, in piena "guerra fredda", di cedere l’equivalente di un bombardiere ciascuno per cancellare la lebbra dalla faccia della Terra - , anche queste iniziative concrete non si concentrano solo sull’obiettivo di finanziare dei benemeriti progetti, ma tentano sempre d’avviare un cambiamento di mentalità. «Dare un’ora all’anno ai poveri - scrive Follereau ancora nel 1943 - non è un’elemosina, ma è anzitutto dedicare loro un momento della nostra vita, pensare ad essi, consacrare loro il nostro lavoro; è un atto fraterno in cui i ricchi non si distinguono dai poveri se non per la possibilità che hanno di fare più bene».
Follereau aveva del resto sperimentato su se stesso la necessità di una «conversione» e la potenza che ne derivava. Pur partito da un ambito nettamente «borghese» - del quale, stando alla sua immagine un po’ "rétro", non si vergognerà mai - , Raoul dimostra infatti un’apertura mentale notevolissima e, anche qui, quanto mai «cattolica». Pochi sanno, ad esempio, dei suoi orientamenti giovanili nettamente nazionalisti: come poeta il suo ideale era Gabriele D’Annunzio, nella cui casa si recò durante il viaggio di nozze nel 1925; due anni dopo fondava la «Lega d’Unione Latina» per «la difesa della civiltà cristiana» e nel 1928 girava l’America Latina con la Campagna «Il sorriso della Francia»… Eppure, da tale "sciovinismo" non insolito in un francese, Follereau seppe aprirsi a un respiro davvero mondiale: tanto che non sarà mai simpatico all’"ultra-nazionalista" De Gaulle...

Ancora: decisamente "anti-comunista" (durante la guerra lo scrittore si oppone con forza alle «due barbarie»: nazismo e stalinismo), Follereau non lesina le critiche al sistema capitalista. In lui la repulsione un po’ "bohémienne" verso «il potere del denaro» - che a 25 anni l’aveva spinto a vergare un manifesto artistico «Per la poesia, per l’ideale» in cui dichiarava guerra al culto dei soldi - si tramuta nella «battaglia contro tutte le lebbre», cominciando appunto dall’egoismo, l’ingiustizia sociale, l’ignoranza, il fanatismo… Così nei suoi scritti non mancano attacchi alle derive del consumismo: «Il padrone più tiranno, più subdolo e più triste che esista è il denaro»; «La civiltà non è il numero, né la forza, né il denaro. La sola civiltà è amarsi». Tanto che quando muore, il 6 dicembre 1977 a Parigi, Follereau può nominare sua erede «tutta la gioventù del mondo: di destra, di sinistra, di centro, estremista: che m’importa! Il tesoro che vi lascio è il bene che non ho fatto, che avrei voluto fare e che voi farete dopo di me».
Altre notevoli «modernità» del «vagabondo della carità» - come lo chiamò qualcuno - consistono nella capacità di coinvolgere i giovani (ben prima delle "Gmg", Follereau inviò loro 14 messaggi, uno all’anno fino alla morte); nell’interesse pedagogico delle sue iniziative (nel 1947 arrivò a proporre la creazione di un «servizio civile» "ante litteram"); nel coraggio di ricorrere a tutti i mezzi della scienza - nel 1956 organizzò a Roma un "Congresso internazionale" sulla riabilitazione sociale dei malati di lebbra, con 250 delegati di 51 nazioni - e alle supreme istanze internazionali: dalla richiesta nel 1952 all’"Onu" di promulgare uno "Statuto internazionale dei lebbrosi", alla proposta alle stesse "Nazioni Unite" di devolvere «Un giorno di guerra per la Pace», petizione poi appoggiata da tre milioni di giovani di 125 Paesi e adottata nel 1969 dall’"Assemblea generale" del "Palazzo di Vetro".

Pur profondamente credente, insomma, Follereau vuole usare gli strumenti «laici» a disposizione, e lo fa con notevole talento "manageriale". Senza vergognarsi di citare Cristo nei suoi discorsi, non rinchiude la sua missione nell’ambito ecclesiale. Anche per questo sarebbe bello se almeno la Chiesa si sottraesse all’inspiegabile "censura" che da anni penalizza «papà Raoul» e andasse controcorrente: facciamo Santo questo borghese pacato e insieme radicale, moderato eppure irriducibile, che fu uno dei più veri «rivoluzionari» dell’ultimo secolo - tanto gonfio di rivoluzioni. Solo allora potremo sopportare di sentirlo chiamare ancora una volta con quell’appellativo un po’ "dolciastro" ma vero: «apostolo dei lebbrosi».

Tra progetti di sviluppo e cultura della solidarietà

Oggi le associazioni che si richiamano direttamente a Raoul Follereau (alcune sono state fondate da lui stesso) sono 19, raggruppate nell’«Unione internazionale delle Associazioni Raoul Follereau» ("Uiarf"), con sede a Parigi. Ne fanno parte associazioni di Paesi dove la lebbra è scomparsa e di altri dove il "morbo di Hansen" è ancora una realtà sanitaria e sociale. Altre 5 aderiscono al "Cercle de solidarité Follereau-Damien". L’Unione si propone di sensibilizzare governi e popolazioni, organizzando l’annuale "Giornata mondiale dei malati di lebbra", l’ultima domenica di gennaio; inoltre promuove progetti sanitari e di sviluppo, oltre a diffondere il messaggio di Follereau.
In Italia l’associazione «storica» è l’
"Aifo" («Associazione italiana amici di Raoul Follereau»), "ong" di cooperazione internazionale in ambito "socio-sanitario", fondata nel 1961 a Bologna e impegnata in 25 Paesi nella promozione umana e nella cura dei malati del "morbo di Hansen". Non solo: "Aifo" sostiene anche progetti e interventi sociali e sanitari di sviluppo; partecipa all’assemblea annuale dell’"Organizzazione mondiale della sanità" come "partner" ufficiale e collabora con le agenzie delle "Nazioni Unite" per i rifugiati ("Unhcr") e per lo sviluppo ("Undp"). Ogni anno promuove, l’ultima domenica di gennaio, la "Giornata mondiale dei malati di lebbra", istituita nel 1954 da Follereau; il 27 gennaio 2008 se ne celebrerà la 55a edizione. In preparazione alla "Giornata, giungeranno in Italia volontari e operatori dei progetti "Aifo" in Brasile, «testimoni di solidarietà», per tenere conferenze e dibattiti presso scuole, parrocchie, piazze e istituzioni, sensibilizzando sul problema della lebbra nel mondo.
Un altro gruppo strettamente ispirato a Follereau è la "onlus" «Voglio Vivere» di Biella, sorta nel 1994 per iniziativa di un gruppo di volontari con oltre 40 anni d’esperienza e attività nell’aiuto ai malati di lebbra. Membra dell’"Uiarf", l’associazione cerca di diffondere una cultura di solidarietà facendo conoscere le opere e la testimonianza del suo ispiratore. A questo scopo sta curando per l’editore "Cantagalli" la prima edizione italiana completa dei «messaggi ai giovani» di Follereau, sotto il titolo "Una guerra d’amore", con introduzione del cardinale Javier Lozano Barragán, prefazione di
Dominique Lapierre e presentazione di don Giosy Cento.