NATALE E PAROLA DI DIO

RITAGLI   «Quel Salvatore disarmato   DOCUMENTI
nel cuore della nostra storia»

Franco Mosconi, monaco camaldolese:
«È la Parola di Dio a schiuderci il senso autentico del Natale,
tempo di speranza».

Giorgio Bernardelli
("Avvenire", 30/12/’06)

«Se non ci immergiamo nelle Scritture rischiamo di ridurre il Natale a mera tradizione, mentre invece è motivo di speranza, tempo di salvezza sempre attuale». Parola di "dom" Franco Mosconi, monaco camaldolese, priore dell'Eremo di San Giorgio a Bardolino (Verona). Del farsi «narratori di speranza» grazie all'incontro quotidiano con la Parola di Dio, Mosconi trattò al Convegno ecclesiale di Verona, quando gli fu affidata la «riflessione spirituale» del 17 ottobre. Un orizzonte al quale tornare in questi giorni che la liturgia identifica come «tempo di Natale».

Perché la Parola di Dio è così importante per una vita cristiana aperta alla speranza?

«La capacità di sperare è un'arte che si apprende ogni giorno sostando sulla Parola di Dio. Ascoltarla ci genera alla speranza e cambia il nostro comportamento, in sintonia col Vangelo».

Quale «Parola di speranza» dischiude il Natale al credente?

«Natale non è una mera operazione di ricordo del tempo che fu ma un'operazione di salvezza sempre attuale. Perché? Col Natale l'Eterno, che ha creato il tempo, entra Egli stesso di persona nel nostro tempo, colma l'abisso che ci separava e viene a esistere con noi. Ed è un grande motivo di speranza: in questa nostra storia umana - così piena di angoscia e di attesa, di violenza e di pace - non siamo più soli. D'ora in poi Dio fa storia insieme con noi».

Che Dio è quello che «entra» col Natale nel tempo dell'uomo?

«Un Dio che sconvolge le nostre immagini della divinità. Il Gesù nato a Betlemme, teofania di Dio dentro la nostra storia, è una fragile e umanissima apparizione, è l'incarnazione portata all'estremo delle possibilità. Il Bambino di Betlemme ci rivela un Dio - per così dire - in "libera uscita" da se stesso, capace di diventare il totalmente altro da Lui, cioè l'uomo, senza smettere di essere Colui che era da sempre».

Riapriamo il Vangelo...

«Sì, il testo di "Luca 2, 1-14", quello della notte di Natale. Lì non c'è il Dio affascinante e tremendo dei filosofi, ma un bimbo tremante e fasciato in una mangiatoia. Dio, che per noi è l'Altissimo, diventa il "piccolissimo"; Lui, che è sapienza, si fa infante; l'Onnipotente è bisognoso di tutto».

Chi risponde all'appello di questo Dio «bisognoso?»

«Anzitutto i pastori. Nella cultura ebraica, sul piano religioso e sociale, i pastori erano disprezzati. Invece proprio loro sono i primi a ricevere l'annuncio dell'angelo. E - attenzione - è proprio l'annuncio a far capire quanto è successo. Chi è quel bambino? È il Signore. Ma non nel senso del "Divo Cesare Augusto" di quel tempo».

In quale senso allora?

«La natività di Gesù è il segno di un Dio che salva mettendosi nelle mani degli altri, consegnandosi, affidandosi. Quel Dio che a Betlemme non ha trovato posto tra gli uomini ed è stato deposto nel legno di una mangiatoia, è lo stesso Dio che non troverà posto fra gli uomini quando verrà inchiodato al legno della croce. Un Dio che ha rinunciato ai segni della potenza umana, rivelandosi come il totalmente disarmato, e disarmante. Facendosi così segno di speranza: perché il Bambino non minaccia nessuno, e ci aiuta a vincere le nostre paure».

Eppure quel Dio «chiede un posto» fra noi, in ciascuno di noi...

«Ed è proprio la Parola di Dio a dirci perché il nostro Salvatore è un Signore diverso da ogni "Divo Cesare", e quale "posto" dargli nella nostra vita. Viviamo veramente il Natale quando facciamo come i pastori di Betlemme: ascoltiamo l'annuncio - la Parola - , l'accogliamo, l'amiamo, ce ne lasciamo plasmare, e ce ne facciamo a nostra volta annunciatori; ciò richiede però un'assiduità con le Scritture che troppi credenti ancora non hanno. L'ignoranza delle Scritture ci impedisce poi di comprendere il legame che c'è fra Natale e Pasqua, Natività e Resurrezione, la prospettiva salvifica dell'Incarnazione».