IL FATTO

Intervista al cardinale che per 22 anni ha guidato la Chiesa di Milano.
Gli studi biblici, la contemplazione e il silenzio.
Le giornate a Gerusalemme, l’affetto per il Papa.

RITAGLI   Martini: perché dico «grazie» a ottant’anni   DOCUMENTI

CARD. CARLO MARIA MARTINI.

«Dentro il limite, c’è più spazio per la preghiera».
«Prego molto per il pontefice, ha la mia età e un carico tanto grave da portare.
Nutro per la sua persona riverenza e obbedienza,
ma anche affetto, simpatia e comprensione.
Mi piacerebbe che il prossimo Sinodo dei vescovi esortasse tutti i preti
a fare un brevissimo commento (due-tre minuti) sulle letture delle Messe feriali.
A Gerusalemme c'è un gruppo di ebrei e palestinesi colpiti dalla violenza.
Anziché vendicarsi, cercano chi nel campo avverso ha sofferto un dolore simile,
per costruire riconciliazione».

Giorgio Bernardelli
("Avvenire", 14/2/’07)

L'età avanzata come un tempo propizio per vivere il ministero della preghiera prolungata. Soffermandosi sulla Milano guidata per oltre 22 anni come arcivescovo; sulla Gerusalemme ferita eppure sempre radiosa in cui trascorre molti mesi all'anno; e sul "coetaneo" Benedetto XVI, per cui chiede al Signore che possa compiersi, nella Chiesa di oggi, quell'incontro tra gioia e verità che da Successore di Pietro Ratzinger continuamente annuncia. Si racconta così, il cardinale Carlo Maria Martini che domani varca la soglia degli ottant'anni. Affidandoci anche un piccolo grande sogno che, in questa intervista ad "Avvenire", da grande biblista ci confida guardando già all'appuntamento del Sinodo dei vescovi, che l'anno prossimo metterà a tema la Parola di Dio: convincere tutti i sacerdoti del mondo a proporre anche nelle Messe feriali un brevissimo commento alle letture («bastano due-tre minuti») per realizzare appieno quanto sollecitato ormai oltre quarant'anni fa dalla "Dei Verbum".
Sono un compleanno importante per un porporato gli ottant'anni, il limite di età introdotto da Paolo VI per entrare in un ipotetico conclave. Dopo 24 anni dal suo ingresso nel collegio cardinalizio, dunque, con oggi per Martini si accentua ancora di più quella particolare forma di servizio alla Chiesa attraverso lo studio della Parola di Dio e la preghiera di intercessione, che lui stesso ha indicato per sé fin da quando, nel luglio 2002, ha lasciato la guida dell'arcidiocesi ambrosiana. E allora, anche in questa ricorrenza, non si può partire che dalla Scrittura, il grande filo rosso che ha scandito questi ottant'anni di vita del gesuita Carlo Maria Martini.

La Parola di Dio al salmo 89 (90) ha una citazione un po' austera sugli ottant'anni. Come vive lei quest'età della vita?

«Il salmo 89 (90) parla della fragilità dell'uomo e dice fra l'altro: "Finiamo i nostri anni come un soffio. / Gli anni della nostra vita sono settanta / ottanta per i più robusti / ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo". Il salmo prevedeva quindi già per quel tempo, in cui la vita media dell'uomo era assai più breve, la possibilità di arrivare fino agli ottanta anni. Sono grato al Signore per quanto mi ha dato di vivere fino a questa età. Non potrei dire che questi anni sono passati per me come un soffio: mi pare che la mia vita sia stata molto lunga e piena. Così pure, diversamente dal salmo, non mi pare di poter dire che quasi tutti questi anni sono stati "fatica e dolore". Il Signore è stato buono con me, ha avuto riguardo alla mia debolezza e mi ha salvato da molte prove, almeno sino ad ora. Vivo questa età della vita cercando di esprimere quella che la Bibbia ebraica chiama "todah" e "beracha", cioè lode e ringraziamento. Quanto ai piccoli acciacchi dell'età e della salute, mi confortano le parole di san Paolo: "Anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno" (2 Cor 4,16); e ancora "Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura, che dovrà esser rivelata in noi" (Rom 8,18)».

Lei ha raccontato, qualche tempo fa, la fatica ma anche l'importanza di accettare con serenità i ritmi di vita forzatamente meno intensi imposti dall'età e dalla malattia. C'è una profezia da vivere anche nel limite e nel riposo?

«Certamente non è facile accettare il limite e non siamo tanto abituati al riposo. Ma c'è di fatto la possibilità di dare più tempo alla preghiera e alla contemplazione, soprattutto nella pratica della "preghiera di intercessione", di cui la Scrittura ci dà alcuni memorabili esempi (come Abramo in Genesi 18 e Mosè in Esodo 32-34). Io ho tante intenzioni per cui pregare: tutte le realtà di persone e situazioni conosciute a Milano, tutte quelle che mi vengono raccomandate dalle persone che incontro, quelle della terra in cui vivo, cioè Gerusalemme e il Medio Oriente… Ci si sente come soverchiati e impari a questo grande compito, ma mi conforta il pensiero che la mia non è che una piccola e modesta parte della grande intercessione della Chiesa, la quale a sua volta si fa una con la intercessione di Cristo (cfr Ebrei 7,25)».

Tra un mese l'arcidiocesi di Milano la raggiungerà a Gerusalemme, per festeggiare insieme i suoi 80 anni e il cinquantesimo di sacerdozio del cardinale Tettamanzi. Come guarda a questo momento?

«Come a un gesto di riconoscenza e di affetto che non merito, ma che mi testimonia della grande bontà e misericordia di Dio, che vive e opera nel cuore dei miei fratelli e delle mie sorelle di Milano. Guardo poi al cinquantesimo di sacerdozio del mio successore come ad un traguardo che lo rende benemerito della nostra Chiesa locale e della Chiesa universale».


Il Sinodo dei vescovi che si terrà l'anno prossimo avrà per tema "La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa". Che cosa si attende da questo appuntamento?

«Che la Chiesa faccia un serio e ampio esame di coscienza sul modo con cui ha attuato finora il capitolo VI della "Dei Verbum" e su come intende progredire in futuro su questa via. C'è ancora molto da fare per attuare quanto si richiede in questo capitolo su "La Scrittura nella vita della Chiesa", che raccomanda in particolare la "lectio divina" a tutti i fedeli. D'altra parte forse oggi noi vediamo nuovi problemi e compiti, che è bene mettere a tema prevedendo di affrontarli nel futuro. Mi piacerebbe anche che il Sinodo esortasse tutti i preti a fare un brevissimo commento (due-tre minuti) sulle letture delle Messe feriali».

Su Gerusalemme sembrano addensarsi continuamente nuove nubi: come non disperdere il messaggio di pace che questa città porta scritto dentro di sé?

«C'è un gruppo a Gerusalemme formato da ebrei e palestinesi che mi dà molta speranza e indica la via giusta. Consiste di famiglie che hanno avuto ciascuna un lutto grave per la violenza di questi anni. Invece di crogiolarsi nel desiderio di vendetta, hanno deciso di andare a cercare chi nell'altro campo ha sofferto un dolore simile, per viverlo insieme e parlare così con realismo di vie di riconciliazione e di pace».

Tra poche settimane anche Benedetto XVI compirà 80 anni: quale augurio si sente di rivolgergli?

«Prego molto per lui, perché ha la mia stessa età e un carico tanto grave da portare. Per questo sento, riguardo alla sua persona, non solo riverenza e obbedienza, ma anche affetto, simpatia e comprensione. Gli auguro ciò che dice san Paolo in Ebrei 13,17: che possa godere di tanta obbedienza e collaborazione da parte di tutti così che possa portare questo peso "con gioia e non gemendo". E chiedo anche che viva la consolazione di cui parla la terza Lettera di San Giovanni al versetto 1,4, quando dice: "Non ho gioia più grande di questa, sapere che i miei figli camminano nella verità"».