Festa e
«lectio» ieri a Betlemme: ben 1.300 pellegrini della Chiesa di Ambrogio
hanno abbracciato il loro arcivescovo emerito.
Il porporato
biblista:
«Non credo al dialogo astratto tra le religioni, ma all’incontro fra le
persone».
Dal nostro inviato a Betlemme, Giorgio Bernardelli
La verità del cristiano? Non è
calata dall'alto ma è la verità della nostra esperienza di persone; e chi ci
ascolta deve poterlo capire. «È il grande dono per il quale prego, anche per
la Chiesa italiana». Non è stata solo una grande rimpatriata l'incontro di
ieri sera a Betlemme
tra i 1.300 pellegrini milanesi e il loro arcivescovo emerito, il cardinale
Carlo Maria Martini.
Incontro festoso, all'insegna degli 80 anni compiuti il mese scorso. Ma incontro
- come sempre col porporato che per 22 anni ha guidato la Chiesa di Milano - con
la Parola di Dio al centro. Allora anche il commento alle letture della Messa di
Natale, celebrata a pochi passi dal luogo che ne fa memoria, diventa l'occasione
per affrontare quello che Martini definisce «un grande compito» per il
cristiano d'oggi.
Il punto di partenza è un passo della lettera di san Paolo a Tito: «La grazia
di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, ci insegna a rinnegare
l'empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in
questo mondo». Il porporato biblista sottolinea la «laicità» di quelle
parole, nelle quali ogni uomo può riconoscersi. E ne trae l'indicazione di uno
stile per il cristiano: bisogna che impariamo sempre di più a parlare «secondo
la verità della nostra esperienza, così che ogni persona si senta toccata da
questa stessa verità». Questo è il vero dialogo. E non tanto il dialogo
astratto tra le religioni («non ci credo molto - confessa - perché ciascuna
religione resta sempre un po' incasellata nel proprio schema»). Il dialogo «è
tra gli uomini; religiosi o non religiosi, credenti o non credenti». Il dialogo
è vero quando «raggiunge quel livello di verità delle parole che vale per
tutti. Quando ciascuno si sente coinvolto, chiamato, si sente parte di una
responsabilità comune. Questo - aggiunge Martini - è un grande compito per il
quale io prego. Che ci sia dato anche come Chiesa italiana di dire delle cose
che la gente capisce, di cui sente la rilevanza. Che non rimangano come un
comando dall'alto che bisogna accettare, ma siano avvertite come qualcosa che ha
una ragione che la sorregge. Per questo io prego molto».
Più tardi, conversando coi giornalisti su questa parte dell'omelia, il
cardinale spiegherà che non va dimenticato anche il resto del brano della
lettera a Tito, cioè il riferimento all'attesa della manifestazione della
gloria del Signore. «Si tratta - ha riassunto - di ascoltare la gente,
lasciando rimbalzare questa voce nel nostro cuore e cercando di illuminarla con
la parola del Vangelo. Non con parole strane, ma in una maniera che tutti
possano intendere». Ma c'è una difficoltà della Chiesa, oggi, a rapportarsi
con la modernità?. «Non saprei - risponde l'arcivescovo emerito di Milano - .
La modernità non è una cosa astratta, ci siamo dentro tutti. Si tratta di
lasciar risuonare le parole degli altri dentro di sé e valutarle alla luce del
Vangelo. Questo è il cammino. Poi non voglio giudicare quali siano i risultati.
Quando sono venuto qui a Gerusalemme mi sono posto l'impegno a osservare
rigorosamente quanto scritto in Matteo 7, versetto 1: non giudicate e non sarete
giudicati...».
Ma in che cosa consiste questa «verità della nostra esperienza»? Alcune
indicazioni Martini le aveva offerte già nell'omelia: «Il Vangelo della
Natività ci parla di gioia, di luce, di esultanza. Noi invece siamo sempre
portati a rimandare queste cose. Diciamo: oggi ci sono tanti problemi, tante
sofferenze, verrà un tempo migliore. La Scrittura invece non parla così.
Leggevo ieri una pagina che dice: operiamo il bene perché i tempi sono cattivi.
Noi diremmo il contrario. Invece dobbiamo vivere la gioia, la serenità, la
pace, qualunque siano le circostanze in cui viviamo. Non vuol dire passare sopra
le sofferenze, ma entrare più a fondo e vedere come non c'è proporzione tra il
dolore di questo mondo e la gloria che ci è preparata».
È l'esperienza personale dell'arcivescovo emerito che, giunto a quest'età,
racconta di sentirsi «un po' come sulla lista di attesa». «Guardo ai miei
ottant'anni con molta fiducia e con molta pace perché confido nella
misericordia di Dio e so che il Signore è più grande del nostro cuore. E
vorrei che ciascuno potesse guardare alla propria vita con questa serenità.
Curando sì le proprie ferite, le proprie fragilità, ma con una visione
ottimista. Ce n'è tanto bisogno nella nostra società. Ma vale anche per le
nostre comunità parrocchiali, che troppo spesso si lamentano e rimangono un po'
imprigionate in questo tipo di atteggiamento. Il Signore vuole che guardiamo
alla nostra vita, qualunque essa sia, con gratitudine. Scrutando le vie che si
aprono sempre davanti a noi». Forse il vero dialogo può partire proprio da
qui.