CULTURA E RELIGIONE
Gli imam pellegrini dai martiri cristianiMilano. Beirut chiama Algeri: prove di dialogo «sul campo»
tra musulmani e cattolici.
L’arcivescovo Teissier e il gesuita Khalil Samir raccontano le loro
difficoltà,
ma anche molte esperienze riuscite di vera amicizia.
Da Milano, Giorgio Bernardelli
Due dei volti cristiani più noti nei Paesi musulmani. Due figure con idee
tra loro a volte un po' diverse sui passi da compiere per un rapporto
costruttivo con l'islam. Eppure entrambi ugualmente instancabili nel raccontare
storie di amicizia vera tra cristiani e musulmani. Non auspici, ma fatti. Che
non avvengono sulla Luna, ma nell'Algeria di oggi o nei quartieri sciiti di
Beirut.
Si possono forse sintetizzare così le oltre due ore di dialogo tra
l'arcivescovo di Algeri, Henri
Teissier, e il gesuita islamologo arabo
Samir
Khalil Samir, andate in scena l'altra sera a Milano in un'affollata "aula
magna" del Centro missionario del
Pime. «Cristiani e musulmani, nemici o
fratelli?», era il tema della serata, moderata da Paolo Branca. Ma più che due
lezioni teoretiche, è stato un unico viaggio lungo i mille diversi volti di un
prisma complesso, quello che Teissier e Samir hanno proposto. Perché - ha
raccontato l'arcivescovo di Algeri - l'islam di oggi è anche l'imam di Lione
che vede alla televisione un documentario sui monaci di Tibhirine, uccisi da
mani musulmane, e va dal cardinale Barbarin a dirgli: dobbiamo andare insieme in
pellegrinaggio sulla loro tomba. «E qualche settimana fa sono venuti davvero -
spiega Teissier - : 8 imam francesi e 8 personalità cristiane. Partiti insieme
da Ippona, hanno fatto tappa all'Università islamica di Constantine, sono
venuti ad Algeri. E hanno pregato a Tibhirine. Un'iniziativa nata da musulmani
europei. E che ha coinvolto anche 7 imam della regione di Medea».
«Ieri sera a Beirut è venuto a trovarmi il figlio di un imam sciita molto
importante - gli fa eco padre Samir - . Vuole venire a Roma per studiare i
rapporti tra le religioni. Gli ho chiesto: perché proprio a Roma? Mi ha
risposto: lì potrò studiare sul serio il cristianesimo». Eppure i problemi ci
sono: «Ogni volta che vado a Parigi - continua il gesuita di origini egiziane -
incontro un gruppo di ragazzi e ragazze musulmane in una "banlieue".
Intorno a un "cous cous" stiamo anche tre ore a parlare di Dio, i
cristiani, i musulmani, la società. Mi fanno un sacco di domande anche
sull'islam. Ho chiesto loro: ma perché non vi incontrate con gli imam del
quartiere? La risposta: loro non capiscono. Questi ragazzi hanno bisogno di
padri spirituali. Figure con cui discutere come vivere l'identità musulmana in
un mondo secolarizzato. Ma non le trovano. Ed è un peccato. Perché la mia
esperienza è che basterebbe poco per creare fratellanza. Un vero musulmano è
molto più vicino a un cristiano che a una persona secolarizzata. Su valori come
la giustizia o la famiglia potremmo incontrarci facilmente. Il confronto vero è
con chi ha perso di vista questi valori».
È un'amicizia che deve fare i conti con i pregiudizi: «Due anni fa abbiamo
avuto la gioia di celebrare la beatificazione di Charles de Foucauld - ricorda
l'arcivescovo di Algeri - . È una figura che molti algerini ancora non
capiscono: lo considerano una spia. Un ex ministro degli Esteri mi ha detto: per
noi è un simbolo del colonialismo. E io ho risposto: per noi è un simbolo
della fraternità universale nell'epoca del colonialismo. Nel dialogo vero c'è
bisogno anche di questa chiarezza. E ho avuto la gioia di accogliere, pochi
giorni fa, un gruppo di guide di un'agenzia turistica algerina che ci ha chiesto
di aiutarli a capire De Foucauld per raccontarlo ai turisti».
E con gli estremisti, che fare? «So benissimo che esistono - risponde monsignor
Teissier - . Ma l'unica risposta è aiutare a capire che siamo tutti figli
dell'unico Creatore. E questo può nascere solo dalla fiducia, dall'amicizia che
vince le paure. Il proselitismo di certi gruppi evangelici oggi non aiuta. Anche
noi, naturalmente, se uno si avvicina alla comunità cristiana lo accogliamo. Ma
dev'essere un gesto libero, in uno stile di incontro anche con tutta l'altra
gente che vive in Algeria. Questo sacramento dell'incontro è già missione».
«L'incontro con l'islam dev'essere sincero, autentico - annota padre Samir - ,
e soprattutto senza compromessi sui valori. Posso decidere di rinunciare a un
mio diritto personale, ma non ai diritti umani. A principi come il rispetto
della libertà religiosa, l'uguaglianza tra uomo e donna, l'uguaglianza tra
credente e non credente davanti alla legge, la libertà di esprimere critiche.
Su questi punti non c'è spazio per compromessi. Ma è un discorso che ci porta
dritto al problema dell'ermeneutica all'interno dell'islam. Perché i testi
sacri, tutti, sono marcati da una cultura umana. E allora vanno compresi e
attualizzati. Nel mondo musulmano, però, mancano studiosi in grado di farlo:
abbiamo o intellettuali liberali che sono sostanzialmente laici oppure "ulema"
che sanno solo ripetere una disciplina».
In fondo era uno dei temi del discorso del Papa a
Ratisbona. Come ricordate quei
giorni? «Sono state ore molto difficili - risponde Teissier - . Mentre per la
morte di Giovanni Paolo II i giornali algerini avevano sottolineato i suoi gesti
di vicinanza, ora riportavano articoli di segno contrario. Anche allora, però,
amici musulmani ci hanno aiutato a spiegare come stavano le cose. Io comunque
sono andato in Segreteria di Stato a spiegare i problemi nati da quella
citazione. Era mia responsabilità farlo».
«Se avesse saputo cosa è successo dopo, sono convinto che il Papa non avrebbe
usato quella frase di Manuele il Paleologo - commenta padre Samir - . Però sono
convinto anche che sia stata una "felix culpa". Proprio le reazioni
violente hanno sottolineato che il problema esiste. E le parole pronunciate
durante il viaggio a Istanbul non vanno lette come una correzione. Benedetto XVI
lo dice con chiarezza: l'irrazionalità illuminista e la violenza in nome della
fede nascono dalla stessa radice». Amicizie in terra islamica. Per un'umanità
davvero amica della ragione.