CULTURA E RELIGIONE

RITAGLI   Gli imam pellegrini dai martiri cristiani   ALGERIA

Milano. Beirut chiama Algeri: prove di dialogo «sul campo» tra musulmani e cattolici.
L’arcivescovo Teissier e il gesuita Khalil Samir raccontano le loro difficoltà,
ma anche molte esperienze riuscite di vera amicizia.

Da Milano, Giorgio Bernardelli
("Avvenire", 30/3/’07)

Due dei volti cristiani più noti nei Paesi musulmani. Due figure con idee tra loro a volte un po' diverse sui passi da compiere per un rapporto costruttivo con l'islam. Eppure entrambi ugualmente instancabili nel raccontare storie di amicizia vera tra cristiani e musulmani. Non auspici, ma fatti. Che non avvengono sulla Luna, ma nell'Algeria di oggi o nei quartieri sciiti di Beirut.
Si possono forse sintetizzare così le oltre due ore di dialogo tra l'arcivescovo di Algeri,
Henri Teissier, e il gesuita islamologo arabo Samir Khalil Samir, andate in scena l'altra sera a Milano in un'affollata "aula magna" del Centro missionario del Pime. «Cristiani e musulmani, nemici o fratelli?», era il tema della serata, moderata da Paolo Branca. Ma più che due lezioni teoretiche, è stato un unico viaggio lungo i mille diversi volti di un prisma complesso, quello che Teissier e Samir hanno proposto. Perché - ha raccontato l'arcivescovo di Algeri - l'islam di oggi è anche l'imam di Lione che vede alla televisione un documentario sui monaci di Tibhirine, uccisi da mani musulmane, e va dal cardinale Barbarin a dirgli: dobbiamo andare insieme in pellegrinaggio sulla loro tomba. «E qualche settimana fa sono venuti davvero - spiega Teissier - : 8 imam francesi e 8 personalità cristiane. Partiti insieme da Ippona, hanno fatto tappa all'Università islamica di Constantine, sono venuti ad Algeri. E hanno pregato a Tibhirine. Un'iniziativa nata da musulmani europei. E che ha coinvolto anche 7 imam della regione di Medea».
«Ieri sera a Beirut è venuto a trovarmi il figlio di un imam sciita molto importante - gli fa eco padre Samir - . Vuole venire a Roma per studiare i rapporti tra le religioni. Gli ho chiesto: perché proprio a Roma? Mi ha risposto: lì potrò studiare sul serio il cristianesimo». Eppure i problemi ci sono: «Ogni volta che vado a Parigi - continua il gesuita di origini egiziane - incontro un gruppo di ragazzi e ragazze musulmane in una "banlieue". Intorno a un "cous cous" stiamo anche tre ore a parlare di Dio, i cristiani, i musulmani, la società. Mi fanno un sacco di domande anche sull'islam. Ho chiesto loro: ma perché non vi incontrate con gli imam del quartiere? La risposta: loro non capiscono. Questi ragazzi hanno bisogno di padri spirituali. Figure con cui discutere come vivere l'identità musulmana in un mondo secolarizzato. Ma non le trovano. Ed è un peccato. Perché la mia esperienza è che basterebbe poco per creare fratellanza. Un vero musulmano è molto più vicino a un cristiano che a una persona secolarizzata. Su valori come la giustizia o la famiglia potremmo incontrarci facilmente. Il confronto vero è con chi ha perso di vista questi valori».
È un'amicizia che deve fare i conti con i pregiudizi: «Due anni fa abbiamo avuto la gioia di celebrare la beatificazione di
Charles de Foucauld - ricorda l'arcivescovo di Algeri - . È una figura che molti algerini ancora non capiscono: lo considerano una spia. Un ex ministro degli Esteri mi ha detto: per noi è un simbolo del colonialismo. E io ho risposto: per noi è un simbolo della fraternità universale nell'epoca del colonialismo. Nel dialogo vero c'è bisogno anche di questa chiarezza. E ho avuto la gioia di accogliere, pochi giorni fa, un gruppo di guide di un'agenzia turistica algerina che ci ha chiesto di aiutarli a capire De Foucauld per raccontarlo ai turisti».
E con gli estremisti, che fare? «So benissimo che esistono - risponde monsignor Teissier - . Ma l'unica risposta è aiutare a capire che siamo tutti figli dell'unico Creatore. E questo può nascere solo dalla fiducia, dall'amicizia che vince le paure. Il proselitismo di certi gruppi evangelici oggi non aiuta. Anche noi, naturalmente, se uno si avvicina alla comunità cristiana lo accogliamo. Ma dev'essere un gesto libero, in uno stile di incontro anche con tutta l'altra gente che vive in Algeria. Questo sacramento dell'incontro è già missione». «L'incontro con l'islam dev'essere sincero, autentico - annota padre Samir - , e soprattutto senza compromessi sui valori. Posso decidere di rinunciare a un mio diritto personale, ma non ai diritti umani. A principi come il rispetto della libertà religiosa, l'uguaglianza tra uomo e donna, l'uguaglianza tra credente e non credente davanti alla legge, la libertà di esprimere critiche. Su questi punti non c'è spazio per compromessi. Ma è un discorso che ci porta dritto al problema dell'ermeneutica all'interno dell'islam. Perché i testi sacri, tutti, sono marcati da una cultura umana. E allora vanno compresi e attualizzati. Nel mondo musulmano, però, mancano studiosi in grado di farlo: abbiamo o intellettuali liberali che sono sostanzialmente laici oppure "ulema" che sanno solo ripetere una disciplina».
In fondo era uno dei temi del
discorso del Papa a Ratisbona. Come ricordate quei giorni? «Sono state ore molto difficili - risponde Teissier - . Mentre per la morte di Giovanni Paolo II i giornali algerini avevano sottolineato i suoi gesti di vicinanza, ora riportavano articoli di segno contrario. Anche allora, però, amici musulmani ci hanno aiutato a spiegare come stavano le cose. Io comunque sono andato in Segreteria di Stato a spiegare i problemi nati da quella citazione. Era mia responsabilità farlo».
«Se avesse saputo cosa è successo dopo, sono convinto che il Papa non avrebbe usato quella frase di Manuele il Paleologo - commenta padre Samir - . Però sono convinto anche che sia stata una "felix culpa". Proprio le reazioni violente hanno sottolineato che il problema esiste. E le parole pronunciate durante il viaggio a Istanbul non vanno lette come una correzione. Benedetto XVI lo dice con chiarezza: l'irrazionalità illuminista e la violenza in nome della fede nascono dalla stessa radice». Amicizie in terra islamica. Per un'umanità davvero amica della ragione.