Vigilia del viaggio del Papa ad Assisi

RITAGLI    Francesco e il Medio Oriente:    TERRA SANTA
messaggio che conta

Giorgio Bernardelli
("Avvenire", 16/6/’07)

Giunge mentre il Medio Oriente vive nuove ore di angoscia il viaggio di Benedetto XVI ad Assisi. Proprio domani, infatti, il Papa sarà pellegrino nella città del santo a cui più si deve la presenza cristiana in Terra Santa. E allora, nella grande mole di parole su quanto sta succedendo a Gaza, forse varrebbe la pena di esplorare un po’ meglio anche questo "filo rosso" del tutto particolare.
Perché
Francesco ci ricorda che Israele e la Palestina non si possono capire davvero se ci si ferma solo alle categorie della politica. Lui, che nel 1219 partì da Assisi per andare a visitare i suoi frati, già arrivati in pochi anni fino ai Luoghi Santi. E, in un contesto altrettanto delicato come quello delle Crociate, riuscì a scavalcare le trincee andando a incontrare il sultano Melek el-Kamel. E questo avvenne non in forza di un generico invito alla fratellanza, ma a partire da un dialogo sul rapporto con Dio. Il suo fu il gesto di un convertito, non di un ingenuo. Ed è proprio la conversione di Francesco ciò che il Papa domani va ad Assisi a ricordare.
È stata la scelta di vivere il Vangelo «sine glossa» a permettere al Poverello di compiere autentici gesti di pace. Quelli che hanno lasciato il segno nella storia, permettendo ai suoi frati, anche dopo la caduta del Regno dei Crociati, di tornare molto presto a Gerusalemme. E di restarci ormai da più di sei secoli, come Custodi dei Luoghi Santi, in quella che è definita la «perla delle missioni francescane». Una presenza fatta di riti al Santo Sepolcro, accoglienza ai pellegrini, ma anche animazione della vita delle comunità cristiane locali, scuole e servizi sociali aperti a tutti. Nella stessa Gaza, ancora in queste ore difficili, è un frate francescano a guidare la piccola comunità cattolica locale.
Proviamo allora a guardare con gli occhi del "convertito" di Assisi il Medio Oriente in fiamme. Per superare la tentazione di pensare che le religioni, anziché una risorsa, siano diventate un problema in più nel cammino della pace. Che l’integralismo islamico stia sostanzialmente sullo stesso piano di altri radicalismi politici. E che, dunque, se solo gli uomini pensassero un po’ meno a Dio e un po’ di più a come si fa a vivere insieme, l’amicizia tra i popoli sarebbe automaticamente più vicina.
Riscoprire la Terra Santa di San Francesco vuol dire capire che è vero esattamente il contrario. Perché sono gli uomini capaci di lasciarsi cambiare da una Parola più grande di noi, quelli che sanno aprire varchi veri nelle trincee. Sanno smascherare quanti invece ammantano di una sacralità falsa una violenza cieca nei confronti di chiunque.
È la domanda su chi è Dio e che cosa significhi seguirlo, quella che risuonerà domani ad Assisi. Ma è una domanda che in queste ore ha molto da dire anche a Gerusalemme e a Gaza. Perché la politica, è ovvio, deve fare la sua parte: servono i vertici, gli appelli, le misure concrete di solidarietà. Ma nella terra in cui tre grandi religioni, per un misterioso intreccio, si trovano a vivere fianco a fianco, le risposte laiche da sole non basteranno mai. Occorre la capacità di guardare insieme anche in alto. Forse Assisi può insegnare ancora come si fa.