INTERVISTA

«Israeliani e palestinesi sono diventati maestri della guerra,
ma non sanno come si fa la pace».
Parla lo scrittore Sami Michael.

RITAGLI     La letteratura contro i fucili     TERRA SANTA

Nato a Baghdad, ebreo di lingua araba, oggi vive in Israele
e lotta per la convivenza pacifica nel Medio Oriente:
«Haifa è la città simbolo di come le tre religioni possano coesistere».

Giorgio Bernardelli
("Avvenire", 2/11/’07)

Si può raccontare Israele dalle mura di Gerusalemme, la santa. Si può raccontare Israele dal lungomare della laica e dinamica Tel Aviv. Ma c’è una terza grande città capace di svelare squarci inaspettati di questa terra. Soprattutto se a guidarti attraverso i suoi vicoli e mercati è un narratore ebreo nato e cresciuto a Baghdad. È infatti l’Israele di Haifa, quella che ti racconta Sami Michael, altra voce di quello scrigno ricchissimo che è oggi la letteratura israeliana. Classe 1926, autore fortemente impegnato nelle battaglie sociali (è presidente dell’"Associazione per i diritti umani in Israele"), in Italia è stato scoperto da poco. Solo l’anno scorso la casa editrice "Giuntina" ha infatti tradotto "Una tromba nello uadi", il libro in cui già nel 1987 – con un cocktail di ironia, poesia e analisi del presente – Sami Michael raccontava la storia d’amore tra Alex, giovane immigrato dall’allora Unione Sovietica, e Huda, un’araba cristiana cresciuta in un quartiere popolare.

Sami Michael, qual è il segreto di questa città?

«Non lo capirai mai da fuori, attraverso i giornali o la televisione. Haifa è una città speciale non solo in Israele, ma in tutto il Medio Oriente. Qui la coesistenza tra ebrei, musulmani e cristiani, è un fatto vero. Non è uno "slogan", ma una realtà quotidiana.
Per questo, quando sono venuto in Israele nel 1949, l’ho scelta come mia città; e da allora ho sempre vissuto qui. Ogni fine settimana migliaia di persone vengono a vedere questo miracolo. A vedere come si fa a vivere insieme e a mescolarsi a tal punto che non sei più capace di dire chi è arabo e chi è ebreo».

Però anche Haifa ha vissuto le sue tragedie: nell’estate 2006, ad esempio, è stata la città più colpita dai missili degli "Hezbollah".

«Gli "Hezbollah" volevano colpire proprio questa situazione di coesistenza. Invece è successo il contrario: quando una casa araba è stata colpita dai missili, gli ebrei sono venuti ad aiutare i suoi abitanti. E viceversa. Gli "Hezbollah" avevano invitato gli arabi ad abbandonare la città per poter bombardare solo gli ebrei. Nessun arabo l’ha fatto.
Sono rimasti. È come se avessero detto: noi stiamo qui, questa è la nostra città speciale».

Lei ha scritto "Una tromba nello uadi" nel 1987. Vent’anni dopo è meno ottimista sui rapporti tra immigrati russi e arabi israeliani?

«I russi che sono immigrati in Israele, politicamente, si sono collocati in maggioranza a destra, è vero. Sono molto vicini ai movimenti dei coloni. Ma anche in questo ad Haifa la situazione è un po’ diversa.
Anche loro qui vivono accanto agli arabi. E in questi vent’anni ad Haifa non si è mai verificato un incidente serio tra russi e arabi. Del resto qui non ci sono stati problemi neanche tra i russi e gli altri ebrei. Io non so bene da che cosa dipenda tutto questo. Se sia l’aria, se sia il Mediterraneo... Ma il punto vero è che una città così esiste. Oggi. E in Israele».

Lei è nato a Baghdad. E qui, negli anni Quaranta, ha vissuto la sua prima militanza politica.

«Facevo parte della più antica comunità ebraica del mondo. Eravamo là da 2.500 anni. Ed eravamo parte della realtà irachena. Noi ebrei abbiamo fatto parte di ogni civiltà fiorita in Iraq. Parlavamo l’arabo, che è la mia lingua madre. E quando nacque il moderno Stato iracheno, negli anni Venti, anche noi ci abbiamo creduto: siamo diventati patrioti iracheni. Nei teatri, nei giornali, nella politica, sognavamo di costruire insieme agli altri giovani iracheni uno Stato libero e giusto. Ma qualcosa è andato storto».

E quando vede la situazione di oggi a Baghdad che cosa pensa?

«Quanto sta succedendo mi rattrista molto. Perché l’Iraq è ancora la mia terra madre. Sognavamo uno Stato libero in cui ebrei, cristiani e musulmani potessero vivere insieme.
E adesso invece tutti si uccidono a vicenda».

Tra qualche settimana dovrebbe tenersi una nuova "conferenza di pace" ad Annapolis, negli Stati Uniti: come guarda a questo appuntamento?

«Dopo un secolo in cui ci siamo combattuti l’un l’altro, noi israeliani e palestinesi siamo diventati maestri nell’arte della guerra. Ma non sappiamo come si fa la pace.
Per questo accolgo come benvenuto qualsiasi sforzo che, dall’esterno, ci aiuti a camminare in questa direzione. Da voi europei, dagli Stati Uniti o da chiunque altro. In un certo senso vorrei che ci imponeste di lavorare davvero per la pace».

Lei – come Amos Oz, Abraham Yehoshua, David Grossman – è impegnato in prima persona nelle campagne per la pace e i diritti umani. Perché la letteratura in Israele ha assunto con così tanta forza questo ruolo?

«La letteratura riflette lo spirito di un popolo. Ma allo stesso tempo va al di là dei confini. Ha a che fare con l’uomo, più che con una nazionalità. E allora è naturale che in situazioni di guerra uno scrittore si batta per la difesa - sempre e comunque - dei diritti umani. Che cos’è scrivere se non sostenere la speranza di pace della gente? I fucili che tuonano non sono letteratura».