TESTIMONI DELLA FEDE

RITAGLI    Il santo del deserto    CHARLES DE FOUCAULD

Domenica la beatificazione di Charles de Foucauld.
«Si confrontò con la religiosità dei berberi e ne fu colpito.
Fu un dialogo senza nessuna ambiguità.
Oggi è diverso, dobbiamo fare i conti con l'islam politico».
«Era eremita, ma aveva poco tempo per sé perché le visite si susseguivano».

CHARLES DE FOUCAULD.

Giorgio Bernardelli
("Avvenire", 8/11/’05)

È una delle figure spirituali più amate del Novecento. Innamorato dell'Eucaristia e insieme, nel cuore del Sahara, già un secolo fa in dialogo profondo con l'Islam. Domenica Charles de Foucauld, l'ex militare ed esploratore trasformato dall'incontro coi tuareg, sarà proclamato beato. Personalità poliedrica, la sua: abbiamo chiesto di aiutarci a inquadrarla a qualcuno che la conosce davvero bene. Perché il cardinale Georges Cottier, il domenicano pro-teologo della Casa pontificia, da ormai più di cinquant'anni si sente a casa nella famiglia spirituale di de Foucauld. Amico di René Voillaume e suor Magdeleine, fondatori dei Piccoli fratelli e delle Piccole sorelle di Gesù, fu proprio attraverso questo fiume spirituale che da teologo giunse al Concilio Vaticano II.

Eminenza, quando si parla di de Foucauld si cita la frase «come Gesù a Nazareth». Che cosa vuole dire?
«La spiritualità di de Foucauld è l'imitazione, il più vicino possibile, della vita di Gesù. Lui era un uomo molto concreto e dunque per realizzare questo programma va in Terra Santa. A Nazareth lavora per tre anni come domestico per le Clarisse. E qui resta colpito dal pensiero che Gesù trascorse ben trent'anni della sua vita nascosto, come un umile lavoratore. È l'intuizione che rimarrà per sempre in de Foucauld: l'offerta di sé in una vita nascosta. Insisteva sull'ultimo posto indicato da Gesù: lui voleva essergli vicino in questa presenza silenziosa e orante».

Ma non c'è il rischio di un certo intimismo?
«No, non è intimismo. Prima della conversione aveva viaggiato come esploratore in Marocco; un viaggio nascosto, perché allora questa terra era totalmente chiusa agli europei. Aveva sperimentato una realtà in cui non si può predicare in una maniera aperta. E così ha avuto l'idea della missione attraverso una presenza nascosta. Non è intimismo, perché è una presenza con al centro l'Eucaristia. Nell'adorazione o nel dire Messa da solo, il suo sarà sempre un cuore apostolico e missionario. La presenza di Gesù eucaristico sarà la sua testimonianza».

È un nuovo stile per la missione?
«Lui è stato un missionario geniale. Alcuni non lo capiscono: ho sentito anche critiche contro de Foucauld. Il suo è uno stile opposto a quello di certi gruppi evangelici, che vivono la missione in una maniera anche provocatoria. Per de Foucauld è la vita di intensa unione con Gesù a mostrare il Maestro. Attraverso il suo servitore umile si deve poter vedere la vita di Gesù. A quel punto la testimonianza non è più un'amicizia superficiale o banale, ma quella di cui parla Gesù quando dice "non vi chiamo più servi, ma amici"».

Fortissimo in de Foucauld è il tema del rapporto con l'islam.
«L'islam che conobbe lui è quello dei nomadi tuareg del Sud Sahara. Popolazioni poverissime, dalla vita semplice; non pensiamo al fondamentalismo di oggi. Prima di arrivare nel deserto lui aveva avuto uno stile di vita dissoluto, che gli aveva provocato difficoltà anche nell'esercito. Ebbene: de Foucauld è attratto dal senso della presenza di Dio che trova in queste popolazioni. Va subito a procurarsi il Corano. In un certo senso sono loro che lo riporteranno al cristianesimo. Poi lavorerà a lungo a un dizionario della lingua dei tuareg, un'opera di grande valore scientifico. Vuole capire l'altro, rispettare l'altro».

Può essere un punto di riferimento oggi, che sperimentiamo la fatica del rapporto con l'islam?
«Ne sono sicuro. Certo, oggi dobbiamo fare i conti con l'islam politico, che è un'altra cosa. Ma le popolazioni poverissime che de Foucauld ha conosciuto, rappresentano ancora la gran parte del mondo dell'islam. E lui ha saputo trovare in loro dei valori umani. Senza nessuna confusione: lui era cristiano, loro erano musulmani. Aveva una grande fiducia nell'opera della grazia nelle anime. La sua non era una testimonianza a scapito della parola. Se la testimonianza di vita era al primo posto, era perché la situazione lo esigeva. Ma accanto c'era la testimonianza con la preghiera, questa fiducia nel lavoro della grazia nelle anime».

Lui voleva essere il «fratello universale». Che cosa voleva dire?
«È un altro aspetto legato alla pietà eucaristica, all'idea che Gesù ama tutti gli uomini. De Foucauld lo sperimenta nel mondo dei tuareg: l'amore di Gesù si deve proclamare non attraverso parole che in questo momento potrebbero non essere recepite, ma con la testimonianza dell'amicizia e della preghiera. Perché Gesù vuole la salvezza di tutti».

Che cosa rappresentava per de Foucauld il deserto?
«Era il luogo della sua vita contemplativa e della purificazione. Ma viveva comunque vicino a un villaggio, aveva tanti contatti. L'amicizia, appunto. Era eremita, ma in una lettera scritta alla fine della vita raccontava di avere poco tempo per sé perché le visite si susseguivano. Non era una fuga nell'isolamento come quella dei padri dell'Egitto dei primi secoli».

Aveva scritto una regola, aveva persino costruito un eremo dove ospitare dei compagni. Ma si ritrovò sempre solo. Come visse questa sconfitta?
«Il discepolo che desiderava non arrivò mai. Ma lui aveva il senso acuto della croce. Citava la frase evangelica del chicco di grano caduto in terra che se non muore non porta frutto. Probabilmente per lui è stato un cammino di purificazione. Ma i frutti sono venuti dopo. Basta vedere il gran numero di famiglie religiose che oggi si ispirano al suo carisma. E poi i suoi testi, specialmente le lettere, che si continuano a pubblicare. Sono una miniera di spiritualità, attualissima da esplorare».