INTERVISTA

Enzo Bianchi racconta quarant'anni di "scambio reciproco"…

RITAGLI     «Monaci e Missionari: il mondo di Bose»     MISSIONE AMICIZIA

Nell'"Anniversario" della nascita della "Comunità",
il "fondatore" ripercorre il rapporto con la dimensione dell'«ad gentes».
Nel segno del "Battista", monaco ed evangelizzatore.

ENZO BIANCHI, priore e fondatore della Comunità di Bose...

Giorgio Bernardelli
("Mondo e Missione", Agosto-Settembre 2008)

Enzo Bianchi annaffia l’insalata del suo orto monastico. Un’antica usanza (il fondatore della "Comunità di Bose", nel biellese, è pur figlio del Piemonte contadino...) deve avergli tramandato persino la  conoscenza delle foglie che non vanno bagnate, degli ortaggi che richiedono cura particolare... A suo modo, è «inculturazione» anche  questa o - come si diceva un tempo – "implantatio"; che vuol dire «piantagione», ossia semina: ai venti, alle stagioni e alla fiducia nella terra. Quale momento migliore, dunque, per discorrere della missione con un monaco, anzi uno dei più in vista oggi?

Enzo, Bose è «missionaria». Almeno così sta scritto perfino nelle sue «Tracce per una vita comune»: «La comunità è stata "inviata" al mondo per annunciare la "Buona Novella"... anche nella parola predicata». Ma in che senso, visto che siete monaci e "stanziali"?

Nel senso in cui sempre il monachesimo ha vissuto la missione. Pur lasciando assolutamente spazio a una certa stabilità di luogo, è pur vero che il monachesimo ha sempre avuto capacità d’evangelizzazione e questo solco credo che Bose lo prosegua. Non solo con le persone che passano di qui, e sono tante; ma più d’un terzo dei componenti della "Comunità" viene chiamato nelle Chiese locali soprattutto per un servizio biblico e spirituale. Siamo convinti, del resto, che il cristiano non può non essere Missionario, deve rendere testimonianza della sua fede come ha fatto Gesù. Come ha fatto il "Battista", che in una vita «monastica» tuttavia annunciava la "Buona Novella".

Però, nonostante il vostro numero sia ormai cospicuo, le vostre fondazioni sono ancora limitate: Ostuni e Gerusalemme. Come mai? Non  pensate a un impegno specificamente "ad gentes"?

No. Temiamo di dover esportare un modello di monachesimo troppo occidentale. Più volte siamo stati invitati da vescovi africani o asiatici a creare fondazioni, ma abbiamo sempre detto di no; crediamo che la nostra forma sia culturalmente tipica del mondo europeo. Insistiamo piuttosto perché alcuni aspiranti dal "Sud del Mondo" vengano da noi a fare un tempo di vita monastica e poi eventualmente possano dar spazio alla nostra forma adattandola alla loro cultura. Così l’anno scorso abbiamo accompagnato monaci africani in diversi Conventi dell’Egitto e dell’Etiopia, perché vedessero anche un monachesimo africano e non facciano riferimento solo ai  modelli europei, non sempre capaci di veicolare un monachesimo "inculturato".

Ma come, proprio tu che hai preso dai monachesimi di tutto il mondo, dal Monte Athos ai "copti"...

Questo è vero, ma la nostra forma resta occidentale; e in Occidente non si può fare a meno di essere in qualche modo «benedettini». Certo, Benedetto a sua volta si era ispirato a Basilio, Pacomio, Cassiano, e i "cistercensi" medievali dichiaravano di seguire l’orientale "lumen"... Però non ce la sentiamo di fare troppe fondazioni. Ci vuole prudenza e molto tempo, bisogna mandare persone mature, occorre pensare a iniziative che possano durare... Invece, varie nuove Comunità" hanno vita brevissima.

In compenso, parecchi Missionari vengono da voi a «ritemprare le forze» quando sono in vacanza. Che cosa cercano dai monaci? E che cosa vi riportano dal "Sud del Mondo"?

Devo dire che questo "feeling" c’è sempre stato, fin dall’inizio della "Comunità". I Missionari sono la presenza più forte e più eloquente per noi. Io stesso sono andato in mezzo mondo a predicare: Egitto, Etiopia, Sudan, Burundi, Ruanda, Zaire, Mozambico, Bangladesh,  Indonesia, Giappone, Hong Kong, Thailandia... Ci apprezzano forse perché sentono che la nostra lettura della "Bibbia", così spoglia di cultura e così fedele alla "Parola", li aiuta. In cambio ci portano non  solo il respiro della "Chiesa universale", ma anche quello dei "non cristiani" e delle altre vie religiose. Per noi è essenziale, sia per la nostra preghiera, sia per avere un cuore davvero "cattolico".

Che idea vi siete fatti della presenza della Chiesa italiana nel mondo?

Certo la presenza dei Missionari italiani resta tra le più eloquenti, anche perché da tempo sono in forte regressione sia i belgi che i  francesi. Gli italiani mostrano ancora vitalità, c’è un certo numero  di vocazioni e la loro presenza l’ho vista ovunque preziosissima. Sono sempre stato molto colpito non solo dalla loro testimonianza, ma  dalla capacità di essere nei punti più "caldi" della missione alle genti.

Però hai scritto che non ti sembra che oggi la missione sia abbastanza consapevole del valore del "martirio"...

«Ma sì: tra i Missionari ci sono stati tanti "martiri", tanta  persecuzione, però ho l’impressione che non esista una ricaduta adeguata all’interno delle nostre Chiese. È importante la presenza di  persone che danno la vita per gli altri. Ho sempre davanti la loro testimonianza: noi monaci possiamo sostenerli con la preghiera e l’approfondimento del cristianesimo, loro invece mostrano tra le genti ciò che significa la sequela del Signore con la vita, col corpo. È davvero una grande "Epifania" di Cristo. E, ciononostante, non si presta abbastanza attenzione al "martirio": siamo una società così sazia che forse non riusciamo a leggere la grazia della sofferenza nemmeno negli altri».

Comunque, i Missionari italiani stanno calando e invecchiando. Come vedi il futuro dell’Italia missionaria?

«Ci sarà un ridimensionamento forte. In Asia, la missione è ferma, sembra che siamo incapaci di fare penetrazione culturale soprattutto nel mondo induista, buddhista e "confuciano". Dobbiamo interrogarci se non occorra trovare nuove forme per essere presenti. Penso al buddhismo: finora non abbiamo avuto la capacità di introdurvi un monachesimo, eppure non ci sarebbe negazione assoluta per un’esperienza che si nutra di spiritualità buddhista e abbia fede in Cristo, portando a pienezza i sentieri della carità; credo anzi che sarebbe necessaria, sarebbe una presenza capace di dire molto a  quelle genti. E poi c’è l’Africa: sempre più abbandonata, preda di ingiustizie sempre più gravi e dittature su cui pesa un silenzio dell’Occidente che si ripercuote nelle Chiese. Il cristiano medio  oggi non sente vicina l’Africa, come invece trent’anni fa avveniva grazie ai Missionari e alla loro capacità di farla parlare al nostro mondo».

Una ventina d’anni or sono, in un articolo sul «Perché evangelizzare?», indicavi due «disagi» nella comunità cristiana: la percezione di un conflitto tra missione e "dialogo interreligioso" e la priorità data alle opere di "promozione umana" sull’annuncio del Vangelo. Oggi come la vedi?

«Per molti aspetti la situazione è peggiorata. Rispetto a quegli anni, infatti, abbiamo avuto la presenza di varie religioni in mezzo a noi e purtroppo è diventata più larga l’idea che «le fedi sono  tutte uguali», «un credo vale l’altro», «la salvezza non dipende dal cristianesimo», «non è necessario andare a evangelizzare» e così via. Si tratta di un pensiero che mostra la bassa qualità della vita cristiana e una scarsa consapevolezza di Cristo come unico "Salvatore" del mondo. Anche il lavoro di organizzazione della carità è in declino, come è in diminuzione la presenza missionaria tra le genti.

Ma la missione infastidisce davvero il "dialogo ecumenico" (penso soprattutto agli ortodossi e all’Est europeo)?

Certamente bisognerebbe che noi cristiani, quando evangelizziamo, non facessimo concorrenza ad altre Chiese. Oggi per fortuna siamo arrivati ad accordi, soprattutto la Santa Sede ha avuto una capacità enorme di far capire la presenza cattolica nei Paesi "ex comunisti" e in Russia; infatti il dialogo con gli ortodossi continua in maniera molto convinta. Non credo del resto che la missione possa impedire il  dialogo o l’"ecumenismo"; se non cade in "proselitismo", può essere anzi una testimonianza "plurale" dell’unico cristianesimo, con una forte tensione verso l’unione.

Si parla sempre meno d’"inculturazione" del "Vangelo" in altre mentalità, le teologie «locali» sembrano in un periodo di "quiescenza". Come mai?

È vero, c’è paura e diffidenza. È successo infatti che qua e là, soprattutto in Asia, negli anni scorsi, dove certi teologi in nome dell’"inculturazione" hanno rischiato di non mettere in luce Gesù Cristo come unico "Salvatore"; così è nata una certa ritrosia verso l’"inculturazione". Ma non dobbiamo dimenticare: il cristianesimo da giudaico si è "inculturato" nel mondo greco, poi in quello romano, nel semitico e nel barbarico... Se il cristianesimo non si "incultura", non è eloquente per gli uomini. Guai se venisse a mancare questa "pluralità": la fede sarebbe davvero più povera. Non bisogna perciò aver paura di aprire nuove strade affinché il "Vangelo" sia testimoniato nelle forme di vita degli uomini, che sono sempre comunque già una risposta all’immagine deposta da Dio in ognuno. Anche in coloro che non sono cristiani.

Che cosa pensi del "flusso" di giovani vocazioni dal "Sud del Mondo" verso l’Occidente?

«Non ne penso bene. Preferirei che fossero fatte crescere e costituissero una presenza in quelle terre. Lo "sradicamento" di un uomo e di una donna da una cultura, il suo "trapianto" in Occidente,  qualche volta il "luccichio" della società dell’"opulenza", non aiutano a vivere il "Vangelo" in tutte le sue esigenze. Mi sembra egoista chi  pensa che le vocazioni dal "Sud del Mondo" vengano ad alimentare le nostre "case vuote" o i nostri "Seminari". C’è una responsabilità delle Chiese italiane, che devono porsi il problema».

Ma qualcuno la interpreta come una sorta di «restituzione» della missione del passato…

«Qualche volta può essere. Però la mia esperienza dice che bisogna essere molto attenti, fare un forte "discernimento". Non possiamo approfittarne: le giovani Chiese hanno bisogno di essere impiantate ed edificate stabilmente e - se sottraiamo forze vive - l’"inculturazione" sarà sempre più difficile».