IL LIBRO DI RATZINGER - INTERVISTA

«Se ci fermiamo ai dati storici, ci limitiamo ai gesti e perdiamo di vista i significati.
Il carattere non magisteriale? Punta sulla bellezza delle ragioni che porta».

RITAGLI    «Aiuterà a raccontare    DOCUMENTI
una Persona vera e non una fotografia»

Il teologo Franco Giulio Brambilla:
«È il più importante tra i sì che il Papa continua a suggerire.
Ci riporta al centro della nostra fede».

Giorgio Bernardelli
("Avvenire", 22/11/’06)

Il sì più importante tra quelli che ormai da qualche tempo Benedetto XVI invita i cristiani a riscoprire. Il sì alla persona di Gesù Cristo, in tutto il suo spessore raccontato dai Vangeli. Che non sono qualcosa di meno vero, ma un di più rispetto a quanto su di Lui dice la storia. È dentro queste coordinate che il teologo Franco Giulio Brambilla invita a leggere la cristologia di Joseph Ratzinger, il cui primo volume sarà pubblicato in primavera. Un libro quanto mai prezioso per chi il Risorto è chiamato a testimoniarlo.
«Credo che sia il perfezionamento di tutto il suo cammino di ricerca teologica - osserva - , iniziato con il primo libro, "Introduzione al cristianesimo", il suo grande commento al Credo, con il tentativo di dire la fede nel suo profilo sintetico. Personalmente ricordo di averlo letto a 19 anni: mi colpì subito per la sua capacità di chiarezza. Ecco, questo cammino ora si compie, con lo sguardo sulla centralità della figura di Gesù. E avrà il passo della grande sintesi».

Perché oggi una cristologia è il dono più prezioso che si può offrire alla Chiesa?

«Il Papa vuole mettere in luce ciò che ha detto a Verona, e ripete ormai da qualche tempo: nel mondo di oggi dobbiamo ritrovare la dimensione del sì della fede. È una strategia pastorale che mira a condurre al centro. A percepire il cristianesimo non come un'idea, ma come un incontro vivo. È quanto scriveva chiaramente all'inizio dell'enciclica. E Gesù è questo grande sì che Dio dice all'uomo. Ma se vuoi incontrarlo davvero, se vuoi affidargli la tua vita, non puoi fermarti solo alla sua fotografia. Devi ricostruire l'intera persona. Dunque la ricerca storica da sola non basta».

In che senso il Gesù storico offre solo una «fotografia»?

«Perché in realtà costruisce un'immagine artificiale di Gesù, quella che riusciamo a ricostruire mediante la documentazione storica. Ma lo sguardo della fede penetra più in profondità. La storia è come se ti facesse vedere solo la scorza. Per comprendere l'insieme occorre uno sguardo più profondo, che conduce a vedere il mistero di Dio presente in Gesù».

Che cosa dicono in più, su questo insieme, i Vangeli?

«Intanto nel Gesù dei Vangeli ci sono alcuni elementi fondamentali che sono ricostruibili anche storicamente: il battesimo (riferito ben sei volte), i miracoli, le parabole, il suo rapporto singolare con il Padre (che è uno degli aspetti ricordati con precisione dal Papa in queste anticipazioni) e così via fino alla morte e alla resurrezione. Ma sono come i tratti impressionistici su un quadro, che poi sono colorati dalla tradizione di fede che anima il racconto. Perché i Vangeli non erano biografie in senso stretto. Dobbiamo comunque tenere presente che non solo chi ha scritto i Vangeli ha conosciuto Gesù, ma aveva anche l'idea di una trasmissione fortemente fedele. Nel famoso testo che sta in capo all'annuncio della Pasqua di "1 Corinzi 15", o in quello sull'Eucaristia di "1 Corinzi 11" si dice: "vi ho trasmesso quello che a mia volta ho ricevuto". Dunque anche i Vangeli contengono elementi biografici certi».

Più di quelli del Gesù degli storici?

«Il Gesù storico si basa sui documenti e su tre principali criteri: la molteplice attestazione delle fonti; il criterio di coerenza con l'ambiente geografico e storico; il criterio di dissomiglianza, cioè la presenza di qualche elemento che non si può ricavare solo dalle attese e dalla cultura del tempo e dunque presuppone sia accaduto qualcosa. Però sono già emersi casi in cui la ricerca archeologica è arrivata a provare aspetti che fino a quel momento, seguendo questi criteri, non erano considerati storici e invece apparivano in un Vangelo. Ad esempio il caso della "Piscina probatica" di Gerusalemme citata da Giovanni. Si diceva che non era provata, perché ricorreva in un solo Vangelo. Poi l'archeologia ha trovato i riscontri. Questo ci fa capire che, anche se il Vangelo di Giovanni è un testo dall'alto profilo teologico, contiene ugualmente riferimenti storici di altissima precisione. Non ha senso contrapporre. È come distinguere i gesti di una persona da ciò che vogliono esprimere».

Ratzinger scrive che chi segue un approccio troppo storico più che Gesù racconta se stesso.

«Lo scriveva già Albert Schweitzer riguardo alle "Vite di Gesù" dell'800. Perché ricordiamoci che la separazione del Gesù storico dal Gesù della fede nasce già con Lessing. E che il XIX secolo è pieno di queste "Vite di Gesù": ne hanno scritta una Kant, una Hegel, lo stesso Marx. Era un po' l'esercizio giovanile del filosofo. Ma cercando un Gesù storico separato da quello della fede, si compie un salto logico. Perché il vero non può essere solo quanto oggi siamo in grado di ricostruire storicamente. Se c'è arrivato solo un pezzo di una scultura e non abbiamo altri documenti per ricostruire come era il resto, non per questo ci azzardiamo a dire che all'inizio non esisteva una scultura intera. Qui è la stessa contraddizione logica».

Nella prefazione è descritta come «drammatica» la situazione in cui la fede è ferma al Gesù storico. Perché un'espressione così forte?

«Perché scomporre fino all'ultimo elemento, alla fine paralizza la certezza della fede. Si introducono così tante distinzioni da perdere l'unità. Questo è il dramma. E invece è solo il rapporto vivo con la figura di Gesù, in tutta la sua completezza, a consentirci la decisione della fede. E di conseguenza un annuncio veramente fondato. Altrimenti alla Chiesa rimane in mano solo un simulacro, una maschera di Cristo. Chiederemmo di accettare o rifiutare solo un vestito vuoto. Certo, anche questo vestito ha la sua importanza, e il Papa lo dice. Ci offre la direzione sopra la quale la fede si affida. Ma un conto è la direzione, un altro è la realtà».

Il Papa precisa che il suo libro non sarà un atto magisteriale. «Ognuno è libero di contraddirmi», scrive.

«Molti leggeranno questa affermazione in modo derubricante, diranno che mette un po' la sordina. Io invece la leggo in positivo. Si offre per le ragioni che porta, per la bellezza e la positività della figura che è capace di ricostruire. Attenzione: non è semplicemente "il suo Gesù". Il suo sarà un contributo accanto ad altri, perché ciò che noi vediamo non è mai l'intero, ma solo una faccia. Ma quella che lui ha davanti e descrive è la realtà di Gesù raccontata dai Vangeli».