Se il masso che chiude rotola lontano
Il coraggio di chiamare a festa
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chi ha patito da poco un lutto
ULDERICO
BERNARDI
("Avvenire",
23/3/’08)
Il "masso" che
lo chiudeva è rotolato lontano. E quel sepolcro scavato nella roccia appare
vuoto. Gli occhi delle donne fissano invano la cavità nella
"penombra" del primo mattino. "Cosa cercate?", chiedono con
dolcezza due "figure" di luce. Loro chinano il capo, timorose e
sgomente. Lo strazio della morte recente le ha rese "dimentiche" delle
parole. Della Parola. "Perché cercate tra i morti il vivente? Non è qui,
ma è risuscitato".
"Ricordatevi, come vi ha parlato quando era ancora in Galilea...".
Così racconta Luca del suo Maestro. Ed è la Pasqua, che si compie, ancora una
volta. La memoria dell’evento che ha attraversato i secoli e
"sollecita" alla festa ogni uomo e donna sulla terra. Tra loro, in
particolare, chiama alla gioia della Resurrezione chi ha patito da poco un
lutto. Chi ha perso un figlio o una figlia sulla strada, nelle tragedie
quotidiane degli incidenti automobilistici. Chi ha perduto il padre, il marito,
il congiunto nelle disgrazie sul lavoro. Chi non ha nemmeno una tomba dove
piangere il proprio caro, vittima di orrende "carneficine" in guerre
consumate in altri tempi o ancora ardenti in qualche "plaga" del
mondo. Chi è scomparso in mare. Chi è stato aggredito dalla morte senza alcun
"preavviso", lasciando nella desolazione i parenti.
Il "masso" pesa sul cuore di chi resta, e ha dimenticato le Sue
parole. Le "brume" di un mondo che non conosce più alba, di un secolo
di che vive di corsa, fingendo di non ammettere il male, "avviliscono"
questa giornata a "festa ordinaria". Eppure, con il Natale, è la più
straordinaria. L’Incarnazione ha il suo naturale compimento. Una morte
imposta, violenta. Come tante e tante volte è accaduto e accade per le
creature. Ma quella tomba vuota è la "soglia" luminosa che si
spalanca alla visione di tutti. Schiude agli occhi dei "dolenti" un
paesaggio di consolazione. Apre la via alla verità e alla vita. La vera vita.
Che non conosce "discontinuità". Ininterrotta. Che fa della famiglia
umana una comunità "perenne", composta di morti, di viventi e di
"nascituri", dall’Origine ai tempi ultimi. Dove ciascuno, nelle sue
ore, si preoccupa di soccorrere l’altro.
È in questa consapevolezza la celebrazione della Pasqua, che vorremmo onorata
ogni giorno dell’anno per tutti gli anni. Ne va restituita "memoria"
a milioni di giovani e adulti che sembrano avere smarrito il destino d’immortalità,
e come le "pie donne" circoscrivono le loro cure a unguenti e profumi
per un corpo che ha ben altra sorte. Davvero la storia non è
"maestra". In questi brevi anni sono "tramontati" imperi che
si proclamavano "millenari", o promettevano alle genti la
cancellazione di ogni differenza. Fondati su una "razza" superiore e
guerriera o su un altrettanto immaginario "uomo nuovo", liberato della tradizione
e capace di "rifondare" la storia. Predicatori "effimeri"
hanno proclamato dai pulpiti "mediatici" la morte di Dio. Scienziati
senza scrupoli propongono di "smantellare" ogni confine tra il
possibile e il lecito. Politici ambiziosi e cinici rimuovono dallo scenario
mondiale gli "squilibri" abissali che tuttora dividono i popoli nei
continenti. E tutti agiscono in nome della libertà.
Dimenticando che se la civiltà occidentale, "madre" dell’umanesimo
cristiano, ha un valore, questo è ciò che lega in un "nodo" perenne
libertà e solidarietà, senza cui non esiste "emancipazione" umana.
Ma ancora una volta, da quella tomba vuota e silente viene una "Voce"
più forte di ogni "utopia" inventata da "falsi profeti".
Chiama i "giusti" all’eredità della terra. Impedisce, da duemila
anni, che la "dimenticanza" addormenti le coscienze e perda ognuno di
noi, con la memoria della Pasqua in Cristo.