Cai Chongguo, voce del sindacato libero:
«Il governo deve capire che il vero sviluppo passa attraverso le libertà civili»

RITAGLI    Un Walesa per Pechino    CINA

«L’ingresso della Cina nel Wto ha peggiorato lo sfruttamento,
con orari impossibili e salari da fame».

Alessandro Berruti
("Avvenire", 14/9/’05)

«La Cina è una grande prigione per le persone come me, se fossi rimasto là non avrei potuto fare nulla». Cai Chongguo lo afferma tra una boccata di tabacco e l'altra, con aria serafica. Sottile, elegante, è la voce in esilio del sindacato indipendente (Federazione indipendente dei lavoratori di Pechino) che in Cina ancora non è legalmente riconosciuto, ma si va radicando clandestinamente. Cai racconta di come è sopravvissuto ai tumulti di piazza Tiananmen e soprattutto della Cina contemporanea, su cui mantiene accesi i riflettori, dirigendo la versione francofona del "China Labour Bulletin" (con sede a Hong Kong) e intervenendo a "Radio Free Asia", l'emittente via web ascoltata da milioni di lavoratori orientali, attraverso cui si tiene vivo il dibattito sui diritti umani. Nato nel 1956 nella provincia rurale di Hubei, Cai Chongguo lavora in fabbrica prima di accedere alla facoltà di filosofia dell'università di Wuham, da dove spicca il volo per Pechino nell'89, l'anno della protesta studentesca. È al fianco degli studenti in quei giorni caldissimi, per questo rischia l'arresto e si rifugia a Parigi (dove ancora risiede). «Abbiamo manifestato ogni giorno - ricorda - dalla metà di aprile al 4 giugno '89, rivendicando la libertà di associazione. C'è stata la repressione, il governo ha inviato i soldati il 20 maggio, ma tutta la popolazione è scesa in strada, fermandoli. Due settimane dopo sono tornati i carri armati e la popolazione è stata sconfitta, con tanti morti. Ho visto personalmente un carro schiacciare undici studenti».

Lei si occupa dei diritti dei lavoratori cinesi. In quali condizioni si trovano oggi?

«Dopo vent'anni abbiamo fatto le riforme economiche, abbiamo le privatizzazioni, ma il sindacato indipendente è vietato e le condizioni di lavoro molto difficili. In generale il lavoro è duro, 14-15 ore al giorno, 6 giorni su 7 con salari bassi, che ufficialmente in dodici anni sono cresciuti solo dell'un per cento, mentre i prezzi sono raddoppiati. Ci sono molti incidenti sul lavoro e malattie professionali, molti bambini costretti a lavorare. Un malato non riceve salario, le vacanze non sono pagate, non c'è sicurezza sociale. Nelle città i lavori sono precari, ci sono trenta milioni di disoccupati, senza contare quelli delle campagne. Intanto il governo ha privatizzato i servizi pubblici e adesso ospedali e scuole sono molto cari».

Perché in Europa si parla poco di queste problematiche?

«I sindacati europei conoscono abbastanza le cose. Lo scorso febbraio è esplosa una miniera di carbone, causando 215 morti e tutta la stampa ne ha parlato. Ma i politici europei vedono la Cina come un grande Paese e per gli uomini d'affari c'è manodopera poco cara, vi investono Nike, Adidas, società taiwanesi o italiane».

Cosa è cambiato con l'avvento al governo di Hu Jintao?

«La repressione politica è più dura, per esempio con il controllo sui siti internet: molti internauti o giornalisti sono stati arrestati. Per una settimana, dopo l'esplosione nella miniera, era vietato parlarne. Non era così prima, il governo ha paura ed è più severo. Dopo l'entrata della Cina nel Wto sono aumentati investimenti stranieri e flussi commerciali, ma le condizioni di lavoro sono peggiori. L'ingresso nel Wto è stato una catastrofe per operai e contadini».

Che ruolo stanno giocando i sindacati internazionali?

«In Cina c'è un sindacato ufficiale a cui tutti sono iscritti. I capi di questo sindacato sono nominati dal governo e dai padroni. Ci sono sindacati coma la Cgt francese che lo sostengono mentre, per esempio, la Cisl italiana sostiene la nostra associazione. Ma da due anni il sindacato ufficiale cinese è anche tornato ad avere un seggio permanente nel consiglio dell'Ilo, l'Organizzazione mondiale del lavoro».

Lo sviluppo cinese pare legato al basso costo della forza lavoro. Pensa che ci sia un'altra via per lo sviluppo economico?

«La crescita economica in Cina non si fonda sulla crescita del potere d'acquisto, ma dipende dal governo, che a sua volta dipende dagli investimenti stranieri, che dipendono dalle esportazioni. Dunque sul potere d'acquisto non c'è attenzione e gli imprenditori dicono sovente che i lavoratori italiani o francesi hanno salari troppo elevati e non sono competitivi. I diritti sociali in Europa sono minacciati con la mondializzazione. Come possiamo migliorare le condizioni di lavoro e riequilibrare la concorrenza? I lavoratori devono potersi organizzare liberamente».

Quanto ci vorrà per ottenere questo risultato?

«Dipende dal nostro impegno. La nostra associazione è cresciuta molto; abbiamo una rete che comprende avvocati, giornalisti, una radio, informiamo ogni giorno su quel che accade laggiù. Ma se ci sarà l'interesse di intellettuali, politici e sindacalisti internazionali le cose potranno migliorare più in fretta».