CULTURA E RELIGIONE
Il segretario
della Cei: «La lettura biblica cade spesso nell’astrazione,
e si rischia di fare della fede una favola».
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«La
storicità del Messia viene posta in discussione,
e il suo messaggio diventa un’etica o una chimera
nella logica di un dialogo coi non credenti».
In occasione dei trent'anni della fondazione del "Centro di studi biblici" di Sacile (oggi diretto da monsignor Rinaldo Fabris), monsignor Giuseppe Betori, biblista e segretario generale della Cei, apre stasera il ciclo di conferenze «Leggere la Bibbia oggi» con una prolusione che inquadrerà le questioni sul tavolo nel dibattito e nella ricerca di teologi, esegeti e biblisti. Seguiranno poi altri incontri fino al 29 marzo. Della relazione di Betori, che avrà inizio alle ore 20,30 presso il "Teatro Ruffo" di Sacile (Pordenone), anticipiamo alcuni brani che affrontano il dibattito in corso sulla storicità del testo biblico.
In quale contesto avviene oggi
la nostra lettura della pagina biblica? Semplificando, e quindi facendo qualche
inevitabile torto, potremmo dire di trovarci all’interno di una tensione tra
due approcci alla Bibbia, ambedue poco rispettosi del testo e pericolosi per la
fede.
Da una parte troviamo una lettura che cede alle istanze razionaliste che
dominano alcuni settori della cultura contemporanea e che portano allo
svuotamento della realtà storica della Bibbia, e dei Vangeli in particolare,
con la conseguenza di ricacciare i libri biblici tra la letteratura di finzione,
al massimo apprezzabile per la forma letteraria di qualche sua pagina, oppure di
configurarla come una fonte mitologica di istanze etiche. La tendenza è antica,
e nell’epoca moderna ha assunto per i Vangeli diversi volti dal XVIII secolo
in poi: quelli più significativi e incidenti nella cultura corrente sono la
variante cosiddetta "liberale", che riduce Gesù a un maestro di
principi etici umanistici, e quella "bultmanniana", che ne fa una
figura irraggiungibile ma il cui annuncio produce quella decisione esistenziale
con cui l’uomo si appropria di se stesso e del suo futuro. Su queste radici si
innestano poi le varianti del Gesù rivoluzionario o del Gesù vittima di
illusori sogni escatologici, cui sarebbe succeduta una Chiesa che si colloca
invece nel tempo. Il riduzionismo proprio di questo tipo di lettura illude
pensando di allinearla agli "standards" delle scienze naturali,
peraltro racchiuse in una ristretta e falsa prospettiva positivistica, laddove
tutta l’epistemologia storiografica ha ben evidenziato come sia ineliminabile
l’apporto del soggetto attore della comprensione del dato storico, così che a
ben vedere le presunte letture scientifiche dei Vangeli altro non sono che
proiezioni su Gesù di pregiudizi filosofici o ideologici con cui i diversi
autori se ne annettono la figura e la rendono spendibile per i propri progetti
sociali o culturali.
L'altro polo della tensione è costituito da una lettura che potremmo definire
"ingenua" del testo biblico, che si rifiuta di prenderne in
considerazione le componenti storiche e letterarie. È un approccio acritico,
che si propone anch’esso con diverse varianti, due delle quali meritano una
specifica attenzione. La prima è rappresentata dall’approccio fondamentalista,
che rifiutando di considerare i condizionamenti storico-letterari del testo
alimenta una figura della fede chiusa all’incontro con la cultura e diventa
fattore non secondario di forme intransigenti e settarie della religione. Essa
ha dietro di sé una lunga storia, soprattutto in ambito protestante, e si
manifesta ancora viva in quegli ambienti, pur non essendo del tutto estranea al
mondo cattolico. La seconda variante, questa più diffusa in ambito cattolico,
è quella che si configura come lettura finalizzata a produrre immediati
risvolti emotivi, che prescindono da ogni giudizio di attendibilità e
ragionevolezza circa i contenuti. Qui a entrare in gioco è una percezione della
fede come alternativa alla ragione, che raggiunge di fatto gli stessi esiti dell’approccio
razionalista circa il fondamento storico della fede, pur partendo da presupposti
diametralmente opposti.
Le posizioni non sono probabilmente rintracciabili nel nostro vissuto con la
nettezza dei contorni con cui le ho appena descritte. Le sfumature con cui
esse di fatto si presentano sono molte, ma non è difficile ricondurle a questo
o all’altro modello di fondo. Quel che però deve soprattutto preoccuparci è
che ambedue i poli della tensione conducono di fatto a una scissione tra la
dimensione storica e quella della fede. Ciò vale per ogni momento della storia
della salvezza, ma ha una pregnanza specifica per il suo centro, là dove si
genera l’opposizione tra il Gesù storico e il Cristo della fede, che è una
delle eredità più negative della modernità, che non smette di produrre anche
oggi i suoi frutti perversi, sia all’interno dell’esperienza di fede sia nel
dialogo con la cultura contemporanea.
Proprio l’unità tra il piano della storia e quello della fede è invece
elemento determinante dell’autenticità della fede da una parte e fattore di
coerenza per un approccio che voglia essere veramente storico, come continua a
ricordarci il Santo Padre con il suo richiamo all’allargamento della ragione.
Sarebbe infatti contraddittorio per l’onestà della ricerca storica voler
prescindere della dimensione trascendente nel trattare un oggetto, quello
storico-salvifico e in specie quello di Gesù Cristo, che si presenta come fatto
che rimanda al di là della storia stessa. Come si fa a parlare di Gesù
prescindendo volutamente dalla rivendicazione storica della sua messianicità e
del suo rapporto unico con il Padre?
Mi sia permesso focalizzare il problema generale della lettura del testo biblico
proprio a partire dalla figura di Gesù. La domanda con cui dobbiamo
confrontarci può essere cosi formulata: è proprio vero che per fare storia si
debba espungere Dio dall’orizzonte? È una storia corretta quella che si
limita a prendere atto dello sviluppo delle credenze religiose, senza nulla dire
sui fondamenti che le generano? Quasi che la rivendicazione da parte di Gesù di
un rapporto unico con il Padre (il Padre "mio e vostro" [cf Gv 20,17],
ma mai il Padre "nostro", detto al tempo stesso di Gesù e dei
discepoli), che nessuna analisi dei vari strati della tradizione evangelica
potrà mai cancellare e che con Gesù stesso la successiva espressione della
fede ha catalizzato nella denominazione e figura del Figlio di Dio, possa essere
cancellata solo perché con essa l’uomo Gesù, il solo di cui si potrebbe
parlare, aprirebbe il varco su un orizzonte, quello divino che è precluso all’umana
ragione!
A pensarci bene siamo di fronte a una variante di quella espulsione della
trascendenza dall’esperienza dell’umano che dall’ambito della vita sociale
viene qui spostata a quello della conoscenza. Fare il contrario non implica per
sé un’adesione di fede, ma semplicemente non cancellare dal dato storico
quegli elementi che aprono la possibilità della fede. Anche se c’è poi da
aggiungere che, vista la pretesa di Gesù di un suo specifico rapporto filiale
con il Padre, diventa logico che la più compiuta comprensione di lui e di ciò
che da lui è nato la si ha ponendosi nella sua stessa prospettiva, quella della
fede.
Dietro a tutto ciò sta il problema ben noto della presunta opposizione
"ragione o fede", dando per scontato che per l’uomo contemporaneo
non possa darsi "ragione e fede". Eppure non dovrebbe essere difficile
riconoscere che la ragione lasciata a se stessa non è capace di rispondere a
tutto e alla fine si dissolve nei mille irrazionalismi che dominano la cultura
diffusa. Non è pertanto strano che sia la Chiesa oggi ad apparire come l’ultimo
vero difensore della ragione, proprio perché non la vede come nemica della
fede, purché non la si voglia utilizzare in senso esclusivista.
Attendiamo con impazienza il libro di Benedetto
XVI su "Gesù
di Nazaret", certi
che da esso verrà la migliore risposta su come la ricerca storica possa stare
nella compagnia della fede e, guardando a Gesù, sia capace di offrirne un volto
assai più attendibile di quello mutilo e insignificante, appiattito sulla
normalità del suo tempo, che certi uomini di cultura e storici del
cristianesimo, mal guidati da stravolgimenti ideologici, sanno offrirci.
Al fondo sta il fatto che non è possibile comprendere un libro al di fuori dell’orizzonte
in cui esso è venuto alla luce, il che significa per la Bibbia al di fuori di
quella comunità di fede che lo ha prodotto e se ne fa custode nel tempo,
tramandandolo e invitando alla lettura. Leggere la Bibbia nella Chiesa non è
quindi sfuggire alla correttezza di un approccio critico, ma rispondere alla
prima delle esigenze critiche, che dice come ogni libro vada letto nel contesto
della sua produzione.
Ci aiuta in questo il Concilio Vaticano II che ci invita a essere rispettosi
delle dimensioni umane, storiche e letterarie, dei testi biblici ma, al tempo
stesso, del loro collocarsi all’interno di un contesto di fede che ne è
fattore essenziale di interpretazione. Dice il Concilio: "Poiché Dio nella
sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana, l’interprete
della sacra Scrittura, per capire bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve
ricercare con attenzione che cosa gli agiografi abbiano veramente voluto dire e
a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole. Per ricavare l’intenzione
degli agiografi, si deve tener conto fra l’altro anche dei generi letterari.
La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa in testi in vario
modo storici, o profetici, o poetici, o anche in altri generi di espressione. È
necessario dunque che l’interprete ricerchi il senso che l’agiografo in
determinate circostanze, secondo la condizione del suo tempo e della sua
cultura, per mezzo dei generi letterari allora in uso, intendeva esprimere e ha
di fatto espresso. Per comprendere infatti in maniera esatta ciò che l’autore
sacro volle asserire nello scrivere, si deve far debita attenzione sia agli
abituali e originali modi di sentire, di esprimersi e di raccontare vigenti ai
tempi dell’agiografo, sia a quelli che nei vari luoghi erano allora in uso nei
rapporti umani". E così conclude il Concilio: "Perciò, dovendo la
sacra Scrittura esser letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito
mediante il quale è stata scritta, per ricavare con esattezza il senso dei
sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all’unità
di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva tradizione di tutta la
Chiesa e dell’analogia della fede" ("Dei Verbum", 12).
Il rapporto con la Chiesa per una corretta lettura della Bibbia non è solo
legato alla Chiesa delle origini, in quanto orizzonte nel cui contesto il Primo
Testamento viene accolto e i libri del Nuovo Testamento vengono generati. Esso
riguarda anche la Chiesa oggi, per ragioni ancora al tempo stesso di fede e di
sana ermeneutica. Non solo infatti la fede ci dice che non possiamo comprendere
la parola del Signore se non alla luce del suo Spirito vivente nella Chiesa, ma
anche la dinamica propria della comprensione storica richiede che ogni testo sia
compreso alla luce della storia degli effetti che da esso sono scaturiti, cioè
di quella stessa storia di verità e di santità che è la vita della Chiesa nel
tempo.