CULTURA E RELIGIONE

Il segretario della Cei: «La lettura biblica cade spesso nell’astrazione,
e si rischia di fare della fede una favola».

RITAGLI    Quel Cristo ridotto a un'idea    DOCUMENTI

"Non possiamo comprendere la parola del Signore se non alla luce del suo Spirito!".

«La storicità del Messia viene posta in discussione,
e il suo messaggio diventa un’etica o una chimera
nella logica di un dialogo coi non credenti».

Giuseppe Betori
("Avvenire", 22/2/’07)

In occasione dei trent'anni della fondazione del "Centro di studi biblici" di Sacile (oggi diretto da monsignor Rinaldo Fabris), monsignor Giuseppe Betori, biblista e segretario generale della Cei, apre stasera il ciclo di conferenze «Leggere la Bibbia oggi» con una prolusione che inquadrerà le questioni sul tavolo nel dibattito e nella ricerca di teologi, esegeti e biblisti. Seguiranno poi altri incontri fino al 29 marzo. Della relazione di Betori, che avrà inizio alle ore 20,30 presso il "Teatro Ruffo" di Sacile (Pordenone), anticipiamo alcuni brani che affrontano il dibattito in corso sulla storicità del testo biblico.

In quale contesto avviene oggi la nostra lettura della pagina biblica? Semplificando, e quindi facendo qualche inevitabile torto, potremmo dire di trovarci all’interno di una tensione tra due approcci alla Bibbia, ambedue poco rispettosi del testo e pericolosi per la fede.
Da una parte troviamo una lettura che cede alle istanze razionaliste che dominano alcuni settori della cultura contemporanea e che portano allo svuotamento della realtà storica della Bibbia, e dei Vangeli in particolare, con la conseguenza di ricacciare i libri biblici tra la letteratura di finzione, al massimo apprezzabile per la forma letteraria di qualche sua pagina, oppure di configurarla come una fonte mitologica di istanze etiche. La tendenza è antica, e nell’epoca moderna ha assunto per i Vangeli diversi volti dal XVIII secolo in poi: quelli più significativi e incidenti nella cultura corrente sono la variante cosiddetta "liberale", che riduce Gesù a un maestro di principi etici umanistici, e quella "bultmanniana", che ne fa una figura irraggiungibile ma il cui annuncio produce quella decisione esistenziale con cui l’uomo si appropria di se stesso e del suo futuro. Su queste radici si innestano poi le varianti del Gesù rivoluzionario o del Gesù vittima di illusori sogni escatologici, cui sarebbe succeduta una Chiesa che si colloca invece nel tempo. Il riduzionismo proprio di questo tipo di lettura illude pensando di allinearla agli "standards" delle scienze naturali, peraltro racchiuse in una ristretta e falsa prospettiva positivistica, laddove tutta l’epistemologia storiografica ha ben evidenziato come sia ineliminabile l’apporto del soggetto attore della comprensione del dato storico, così che a ben vedere le presunte letture scientifiche dei Vangeli altro non sono che proiezioni su Gesù di pregiudizi filosofici o ideologici con cui i diversi autori se ne annettono la figura e la rendono spendibile per i propri progetti sociali o culturali.

L'altro polo della tensione è costituito da una lettura che potremmo definire "ingenua" del testo biblico, che si rifiuta di prenderne in considerazione le componenti storiche e letterarie. È un approccio acritico, che si propone anch’esso con diverse varianti, due delle quali meritano una specifica attenzione. La prima è rappresentata dall’approccio fondamentalista, che rifiutando di considerare i condizionamenti storico-letterari del testo alimenta una figura della fede chiusa all’incontro con la cultura e diventa fattore non secondario di forme intransigenti e settarie della religione. Essa ha dietro di sé una lunga storia, soprattutto in ambito protestante, e si manifesta ancora viva in quegli ambienti, pur non essendo del tutto estranea al mondo cattolico. La seconda variante, questa più diffusa in ambito cattolico, è quella che si configura come lettura finalizzata a produrre immediati risvolti emotivi, che prescindono da ogni giudizio di attendibilità e ragionevolezza circa i contenuti. Qui a entrare in gioco è una percezione della fede come alternativa alla ragione, che raggiunge di fatto gli stessi esiti dell’approccio razionalista circa il fondamento storico della fede, pur partendo da presupposti diametralmente opposti.
Le posizioni non sono probabilmente rintracciabili nel nostro vissuto con la nettezza dei contorni con cui le ho appena descritte. Le sfumature con cui esse di fatto si presentano sono molte, ma non è difficile ricondurle a questo o all’altro modello di fondo. Quel che però deve soprattutto preoccuparci è che ambedue i poli della tensione conducono di fatto a una scissione tra la dimensione storica e quella della fede. Ciò vale per ogni momento della storia della salvezza, ma ha una pregnanza specifica per il suo centro, là dove si genera l’opposizione tra il Gesù storico e il Cristo della fede, che è una delle eredità più negative della modernità, che non smette di produrre anche oggi i suoi frutti perversi, sia all’interno dell’esperienza di fede sia nel dialogo con la cultura contemporanea.

Proprio l’unità tra il piano della storia e quello della fede è invece elemento determinante dell’autenticità della fede da una parte e fattore di coerenza per un approccio che voglia essere veramente storico, come continua a ricordarci il Santo Padre con il suo richiamo all’allargamento della ragione. Sarebbe infatti contraddittorio per l’onestà della ricerca storica voler prescindere della dimensione trascendente nel trattare un oggetto, quello storico-salvifico e in specie quello di Gesù Cristo, che si presenta come fatto che rimanda al di là della storia stessa. Come si fa a parlare di Gesù prescindendo volutamente dalla rivendicazione storica della sua messianicità e del suo rapporto unico con il Padre?
Mi sia permesso focalizzare il problema generale della lettura del testo biblico proprio a partire dalla figura di Gesù. La domanda con cui dobbiamo confrontarci può essere cosi formulata: è proprio vero che per fare storia si debba espungere Dio dall’orizzonte? È una storia corretta quella che si limita a prendere atto dello sviluppo delle credenze religiose, senza nulla dire sui fondamenti che le generano? Quasi che la rivendicazione da parte di Gesù di un rapporto unico con il Padre (il Padre "mio e vostro" [cf Gv 20,17], ma mai il Padre "nostro", detto al tempo stesso di Gesù e dei discepoli), che nessuna analisi dei vari strati della tradizione evangelica potrà mai cancellare e che con Gesù stesso la successiva espressione della fede ha catalizzato nella denominazione e figura del Figlio di Dio, possa essere cancellata solo perché con essa l’uomo Gesù, il solo di cui si potrebbe parlare, aprirebbe il varco su un orizzonte, quello divino che è precluso all’umana ragione!
A pensarci bene siamo di fronte a una variante di quella espulsione della trascendenza dall’esperienza dell’umano che dall’ambito della vita sociale viene qui spostata a quello della conoscenza. Fare il contrario non implica per sé un’adesione di fede, ma semplicemente non cancellare dal dato storico quegli elementi che aprono la possibilità della fede. Anche se c’è poi da aggiungere che, vista la pretesa di Gesù di un suo specifico rapporto filiale con il Padre, diventa logico che la più compiuta comprensione di lui e di ciò che da lui è nato la si ha ponendosi nella sua stessa prospettiva, quella della fede.

Dietro a tutto ciò sta il problema ben noto della presunta opposizione "ragione o fede", dando per scontato che per l’uomo contemporaneo non possa darsi "ragione e fede". Eppure non dovrebbe essere difficile riconoscere che la ragione lasciata a se stessa non è capace di rispondere a tutto e alla fine si dissolve nei mille irrazionalismi che dominano la cultura diffusa. Non è pertanto strano che sia la Chiesa oggi ad apparire come l’ultimo vero difensore della ragione, proprio perché non la vede come nemica della fede, purché non la si voglia utilizzare in senso esclusivista.
Attendiamo con impazienza il libro di
Benedetto XVI su "Gesù di Nazaret", certi che da esso verrà la migliore risposta su come la ricerca storica possa stare nella compagnia della fede e, guardando a Gesù, sia capace di offrirne un volto assai più attendibile di quello mutilo e insignificante, appiattito sulla normalità del suo tempo, che certi uomini di cultura e storici del cristianesimo, mal guidati da stravolgimenti ideologici, sanno offrirci.
Al fondo sta il fatto che non è possibile comprendere un libro al di fuori dell’orizzonte in cui esso è venuto alla luce, il che significa per la Bibbia al di fuori di quella comunità di fede che lo ha prodotto e se ne fa custode nel tempo, tramandandolo e invitando alla lettura. Leggere la Bibbia nella Chiesa non è quindi sfuggire alla correttezza di un approccio critico, ma rispondere alla prima delle esigenze critiche, che dice come ogni libro vada letto nel contesto della sua produzione.

Ci aiuta in questo il Concilio Vaticano II che ci invita a essere rispettosi delle dimensioni umane, storiche e letterarie, dei testi biblici ma, al tempo stesso, del loro collocarsi all’interno di un contesto di fede che ne è fattore essenziale di interpretazione. Dice il Concilio: "Poiché Dio nella sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana, l’interprete della sacra Scrittura, per capire bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi abbiano veramente voluto dire e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole. Per ricavare l’intenzione degli agiografi, si deve tener conto fra l’altro anche dei generi letterari. La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa in testi in vario modo storici, o profetici, o poetici, o anche in altri generi di espressione. È necessario dunque che l’interprete ricerchi il senso che l’agiografo in determinate circostanze, secondo la condizione del suo tempo e della sua cultura, per mezzo dei generi letterari allora in uso, intendeva esprimere e ha di fatto espresso. Per comprendere infatti in maniera esatta ciò che l’autore sacro volle asserire nello scrivere, si deve far debita attenzione sia agli abituali e originali modi di sentire, di esprimersi e di raccontare vigenti ai tempi dell’agiografo, sia a quelli che nei vari luoghi erano allora in uso nei rapporti umani". E così conclude il Concilio: "Perciò, dovendo la sacra Scrittura esser letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta, per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva tradizione di tutta la Chiesa e dell’analogia della fede" ("Dei Verbum", 12).
Il rapporto con la Chiesa per una corretta lettura della Bibbia non è solo legato alla Chiesa delle origini, in quanto orizzonte nel cui contesto il Primo Testamento viene accolto e i libri del Nuovo Testamento vengono generati. Esso riguarda anche la Chiesa oggi, per ragioni ancora al tempo stesso di fede e di sana ermeneutica. Non solo infatti la fede ci dice che non possiamo comprendere la parola del Signore se non alla luce del suo Spirito vivente nella Chiesa, ma anche la dinamica propria della comprensione storica richiede che ogni testo sia compreso alla luce della storia degli effetti che da esso sono scaturiti, cioè di quella stessa storia di verità e di santità che è la vita della Chiesa nel tempo.