I CREDENTI E L'ASSUNTA 2007

RITAGLI    Per non rendere irrilevante la nostra radice    DIARIO

Giuseppe Betori
("Avvenire", 15/8/’07)

Celebrare la festa di Maria assunta al cielo significa esaltare un asse della nostra fede troppo spesso lasciato nell'ombra, per quanto imprescindibile esso sia, quello dell'orizzonte ultimo della salvezza. Una prospettiva che connota in modo inequivocabile l'essere dei cristiani nella storia e quindi i caratteri che assume il loro impegno nell'edificarla.
Si può infatti pensare l'escatologia come un elemento posto al termine della vita che, segnando il confine con l'aldilà, afferma una differenza che alla fine rende irrilevanti le cose di quaggiù. Altro è considerare invece l'escatologia come una spinta alla trascendenza che opera già nel tempo e qualifica ogni azione ispirata dalla fede, nei termini di una eccedenza rispetto all'umano, di cui si dà pure fervida testimonianza.
Non si tratta ovviamente solo di un'esasperata contrapposizione dialettica tra "apocalittici" e "integrati", in quanto si gioca qui piuttosto l'incidenza della fede in ordine al determinarsi delle scelte storiche sia personali che sociali. Estremizzando la questione, potremmo chiederci se la fede nella sua forma escatologica incida davvero nel costruire un progetto personale di vita e nel determinare il bene comune di una società. E ancora chiederci se questa fede costituisce soltanto una serie di principi primi la cui mediazione sfugge poi al vaglio della fede stessa oppure se essa è operante proprio nel determinare le forme secondo cui i principi si incarnano nei diversi progetti. E se di vera fede si tratta, questa non si configura come fatto puramente individuale, ma è invece strettamente connessa con la forma ecclesiale. A nessuno sfugge infatti che è la Chiesa a donarci la fede e a garantirla secondo responsabilità e servizi voluti dal suo Fondatore, intrecciando competenze del laicato con il ruolo specifico del magistero.
La risposta a questi interrogativi incide anche sul modo di intendere quel processo di crescente "soggettualità" e mutua correlazione fra i credenti e fra le aggregazioni, fenomeno che caratterizza oggi la vicenda del cattolicesimo italiano e che ha ricevuto un importante impulso dal
"Convegno ecclesiale di Verona". Lì è emersa nella sua cogente attualità l'esigenza di coniugare insieme un'identità di fede legata alla presenza del Vivente Risorto con forme di vita personale e sociale plausibili e innovative e quindi in grado di suscitare speranza per il nostro tempo. Orizzonti così convincenti non si troveranno adeguando il Vangelo al mondo, bensì attingendo alla radice del Vangelo stesso, Gesù di Nazaret, vera e perenne sorgente di novità per ogni cultura.
Se tutto questo è vero, ne consegue il dovere per i credenti di non rendere irrilevante questa loro radice là dove si misurano con la storia, ma al contrario di essere consapevoli che proprio da una maggiore fedeltà ad essa scaturiscono prospettive di autentica promozione per tutti. Non c'è pertanto un "prima", quello della coscienza e della decisione personale, in cui vale il Vangelo, e un "dopo", quello dello spendersi pubblico in cui il Vangelo stesso non avrebbe più nulla da dire. Proprio questo giustifica l'esistenza di una dottrina sociale cristiana, e sempre questo mette nella giusta luce la ricchezza di un cattolicesimo sociale che non a caso in questo 2007 fa memoria centenaria di una sua importante declinazione come le "Settimane Sociali dei cattolici italiani".
Ma se l'orizzonte della fede escatologica è ciò che dà direzione all'agire dei credenti, come singoli e come gruppi, allora diventa necessario che nelle dinamiche di crescita non manchi mai una specifica attenzione alla dimensione storica della vita di fede. Creare spazi di confronto tra credenti, al di là anche delle diverse appartenenze "aggregative", per aiutarli a maturare giudizi di fede sulla storia costituisce oggi un'urgenza alla quale non si può sfuggire. Può essere questo l'ulteriore passo che ci è chiesto, dopo il superamento della fase della "concorrenzialità", e oltre l'attuale stagione del fraterno reciproco riconoscimento. Solo il sereno incontrarsi nel discernimento dei fatti e delle scelte permetterà alla lunga di salvaguardare la stessa comunione nella fede, la quale - com'è noto - non si esercita solo verso Dio, ma deve sfociare in percorsi di servizio coerente e concreto verso l'umanità. È allora che la questione della fede diventa giudizio sul mondo, offerto nella simpatia e nell'amicizia.