Il corpo è il
memoriale della vocazione di ogni uomo alla libertà e alla responsabilità.
Non scelto, è dono oppure onere, fardello,
ma soprattutto è l’obbedienza originaria dell’uomo inscritta nella sua
nascita.
Per questo siamo chiamati a rispettare sempre la persona,
offesa dall’obnubilamento dell’Alzheimer,
assimilata al letto o alla carrozzella su cui giace,
ferita nelle facoltà fisiche o intellettuali, senza mai identificarla con la
sua infermità.
Resta «imago Dei». «Quando saranno alleviate sempre più le schiavitù
inutili,
saranno scongiurate le sventure non necessarie, resterà sempre,
per tenere in esercizio le virtù eroiche dell’uomo, la lunga serie dei mali
veri e propri:
la morte, la vecchiaia, le malattie inguaribili, l’amore non corrisposto,
l’amicizia respinta o tradita, la mediocrità d’una vita meno vasta dei
nostri progetti
e più opaca dei nostri sogni».
Corpo
da rispettare anche nell’indegnità
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Una società
dominata dal «principio del piacere»,
che tenta di chiudere gli occhi di fronte al decadimento fisico e alla
vecchiaia,
di rimuovere l’imperfezione e la deformità, rivela tutta la sua
«disumanità».
Il priore di Bose ricorda l’esaltazione e il riscatto della corporeità
operato dal cristianesimo.
Il fragile strumento della preghiera, l’arpa più sensibile, il più esile
ostacolo alla malvagità umana,
tale è il corpo... L’anima non si esprime e non traspare se non nel corpo:
la stessa meditazione si esteriorizza corporalmente,
prendendo il nome di «mormorio», «sussurro».
È il corpo stesso che prega:«Tutte le mie ossa diranno: Chi è come te,
Signore?»
(Sal 35,10).
Enzo Bianchi
("Avvenire", 23/9/’07)
«Quando si saranno alleviate
sempre più le schiavitù inutili, si saranno scongiurate le sventure non
necessarie, resterà sempre, per tenere in esercizio le virtù eroiche
dell'uomo, la lunga serie dei mali veri e propri: la morte, la vecchiaia, le
malattie inguaribili, l'amore non corrisposto, l'amicizia respinta o tradita, la
mediocrità d'una vita meno vasta dei nostri progetti e più opaca dei nostri
sogni». Parole che Marguerite Yourcenar mette in bocca all'imperatore Adriano e
che noi sentiamo particolarmente vere e attuali nel nostro mondo occidentale,
dove il «principio piacere» sembra guidare la visione del corpo che ci offrono
i mezzi di comunicazione. Lì ogni giorno siamo confrontati a una scissione dal
dolore, a un “oblio” della sofferenza, a una rimozione della bruttezza, a
una negazione del corpo deformato dalla malattia e, “specularmente”, siamo
come istigati a un'esaltazione del corpo prestante, a un'idolatria della
giovinezza, a un'esibizione di ciò che è superficiale.
Eppure, quelle che Adriano chiama le occasioni per «tenere in esercizio le virtù
eroiche dell'uomo» davvero non mancano oggi, in una società che alcuni hanno
definito dell'«incertezza». L'essere umano pare in “balia” di una mancanza
di stabilità interiore che contamina ogni aspetto della sua vita: precarietà
del lavoro, fragilità delle relazioni, incertezza sul futuro, sconvolgimento
dell'“ecosistema”... Non a caso alcuni sociologi hanno colto come emergente
nelle nuove generazioni una «incertezza del corpo», qualcosa di ben più
profondo e grave di un'adolescenziale indeterminatezza sessuale: un vivere senza
limiti che finisce per tradursi in una vita depauperata di identità. Da qui
l'esigenza di riprendere in mano con «virtù eroica» il rapporto con il
proprio e l'altrui corpo e di farlo non attraverso un'immagine idealizzata del
corpo stesso bensì a partire proprio dall'aspetto meno piacevole, quello della
sofferenza. Rispettare, ridare dignità all'essere umano che abita un corpo
ritenuto «indegno» dei parametri oggi vincenti è operazione di
“controcultura” che mira a salvare l'essenza stessa della dignità umana.
Anche l'uomo che ha perso la propria forma e ha assunto l'indegnità, richiede
che si riconosca in lui la dignità umana: sì, è forse soprattutto questo «uomo
senza qualità» a conservare una dignità che invoca rispetto. Ciascuno ha
infatti diritto alla salvaguardia della propria dignità non per ragioni
religiose né per obbligo sociale vincolante, ma semplicemente perché ridotto a
nulla: l'essere umano sfigurato genera la dignità in chi gli sta di fronte e
accetta di incontrarlo, di assumere il peso di un'umanità avvilita, sprovvista
dei tratti caratteristici di quella che siamo soliti considerare «dignità».
Non dimentichiamo che il rispetto della dignità umana è fondato sulla nostra
comune indegnità: l'uomo afferma la dignità propria e dell'intero genere umano
quando onora nell'altro l'umanità degradata, incapace di esibire i tratti
propri dell'essere umano. Non è un caso che lo slancio decisivo per giungere
alla “Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo” sia venuto al consesso
umano dall'aver toccato l'abisso della “disumanizzazione” e della
degradazione durante la seconda guerra mondiale e l'inenarrabile malvagità
della Shoah. La dignità umana non è infatti un attributo peculiare della
persona nella sua singolarità: è una relazione e, come tale, si manifesta nel
gesto con cui ci rapportiamo all'altro per considerarlo nostro simile,
ugualmente uomo, anche se la forma che questi è venuto ad assumere denuncia un
abbrutimento, una “non-umanità”, un aspetto «disumano». Siamo chiamati a
rispettare la persona umana offesa dall'obnubilamento dell'Alzheimer, assimilata
al letto o alla carrozzella su cui giace, ferita nelle facoltà fisiche o
intellettuali, senza mai identificarla con la sua infermità che diviene anche
«in-formità»: l'essere umano nella sua indegnità richiede rispetto
nonostante la sua miseria fisica, psicologica, morale; anzi, proprio in essa va
riaffermata la perdurante dignità umana.
Questo perché il corpo permane, nonostante tutto, il «luogo» della nostra
inscrizione nel «senso» della vita. Nel corpo che mi accomuna a ogni uomo e da
ogni uomo mi differenzia e mi personalizza, è incisa la mia unicità e
irripetibilità e anche la mia chiamata a esistere con e grazie agli altri. Il
corpo è il memoriale della vocazione di ogni uomo alla libertà e alla
responsabilità. Non scelto, il corpo è dono oppure onere, fardello. Di certo
esso diviene un compito, un mandato da realizzare. E questa è l'obbedienza
originaria dell'uomo inscritta nella nascita.
Queste considerazioni umane
elementari si declinano in ambito cristiano alla luce della creazione e
dell'idea che l'uomo è “imago Dei”. Creato a immagine di Dio,
Questa unità profonda dell'essere umano ci mostra allora come il corpo non è
un fardello fastidioso, non è la parte materiale, corruttibile dell'uomo, non
è quello che con angoscia ciascuno di noi deve presto o tardi lasciare, ma è
la responsabilità che ci personalizza. I rabbini così commentavano
l'espressione «Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza», che il libro
della Genesi mette in bocca a Dio: Dio dice «facciamo», intendendo come
soggetto di questo plurale Dio e l'uomo insieme; entrambi impegnati a fare
l'uomo a immagine di Dio. Sì, ogni giorno si rinnova per noi il compito di
“realizzare” il nostro corpo: un compito arduo che richiede a ciascuno di
fare appello alle «virtù eroiche dell'uomo» per alleviare «la lunga serie
dei mali veri e propri» e far emergere la grande dignità che abita nascosta in
ogni corpo umano.