ALLE ORIGINI DI UNA TRADIZIONE

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In Oriente la narrazione teologica del Natale è affidata all’icona,
mentre l’Occidente ha inventato la versione «da salotto»
del dramma sacro:
si tocca con mano ciò che si medita durante la liturgia.

PRESEPE: nell'antica tradizione, sta la gioia del Natale!

ENZO BIANCHI
("Avvenire", 9/12/’07)

Da alcuni decenni abbiamo preso consapevolezza delle difficoltà nella trasmissione della fede cristiana alle nuove generazioni che appaiono non solo sempre meno praticanti, ma anche ignare degli elementi più decisivi del cristianesimo. La trasmissione della fede abbisogna che i cristiani siano innanzitutto testimoni di Cristo, credibili e affidabili iniziatori dei figli al mistero cristiano, capaci di appellarsi al Vangelo per consegnare una conoscenza autentica di Gesù Cristo, colui che ci ha raccontato il Dio dei padri, sempre rimasto invisibile. Tuttavia questa che è la grande tradizione, la trasmissione essenziale della fede cristiana si accompagna ad elementi minori che non dovrebbero essere sottovalutati. In particolar modo i "simboli", i "racconti" sono eloquenti e hanno una capacità "performativa" che tocca in profondità e plasma la fede. Del resto, da sempre l’annuncio cristiano non è veicolato solo dalla parola, ma anche e soprattutto dalla liturgia, che è linguaggio simbolico per eccellenza. Penso al presepe, questa possibilità di avere "Betlemme in casa" in occasione delle feste di Natale: vedere rappresentato ciò che si vive nella liturgia in Chiesa, assieme a tutta la comunità cristiana, toccare con mano ciò che si medita pregando personalmente in quei giorni, dare una forma plastica a ciò che è causa di una gioia condivisa e rende il Natale non un semplice momento di evasione, ma un’autentica opportunità di festa. Se l’oriente cristiano ha affidato all’icona – questa scrittura immaginifica del Vangelo collocata negli angoli delle case o esposta in Chiesa – la narrazione teologica del Natale, il genio dell’occidente ha inventato il presepe. Nell’occidente cristiano medioevale si volevano celebrare, rivivere i misteri della vita di Cristo mediante rappresentazioni sceniche attorno alle cattedrali e alle Chiese affinché il popolo che non sapeva leggere e non poteva quindi avere assiduità con la sacra Scrittura potesse imprimere nella mente e nel cuore il mistero celebrato liturgicamente, soprattutto quello del Natale di Gesù e quello della sua passione e morte. La tradizione cristiana già a partire dal II e III secolo, con Giustino e poi Origene, testimonia che a Betlemme, il luogo dove secondo i Vangeli Maria partorì Gesù, c’era la grotta della natività su cui l’imperatore Costantino fece erigere una basilica. Successivamente Girolamo, che lasciò Roma per vivere nel deserto della Giudea, stabilitosi a Betlemme descrisse con particolari la «grotta naturale in cui è nato il Creatore dei cieli: qui è stato avvolto in fasce, qui fu trovato dai pastori, qui fu indicato dalla stella, qui i magi lo hanno adorato». Una descrizione che è già l’anticipazione del "presepe", termine che significa recinto chiuso, mangiatoia: questa scena sarà raffigurata nei mosaici, poi dai pittori, e darà luogo a questa originale rappresentazione dell’incarnazione.
E così nel XIII secolo
Francesco d’Assisi – che all’epoca della V Crociata aveva tentato senza riuscirci di andare in Terra Santa per venerare il mistero dell’incarnazione a Betlemme – con un’intenzione che voleva anche essere una critica all’idea delle crociate – invitava i cristiani non a passare il mare con le armi in nome della fede, ma a vivere Betlemme nel cuore, a «far nascere Gesù nel cuore!». Tommaso da Celano scrive: «Si dispone la greppia, si porta il fieno, sono menati il bue e l’asino. Si onora la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà e Greccio diventa la nuova Betlemme». Ha scritto Raul Manselli, il grande storico francescano: «Il presepe di Greccio non si risolve in un gesto, in una "pensata" popolaresca e chiusa nel mondo popolare: è invece l’"estrinsecazione" umile, anche la più impressionante forse, dell’umanizzazione di Gesù Cristo, l’"uomo-Dio"». Da quell’intuizione di Francesco i presepi si moltiplicano, specie in Italia, grazie ai misteri celebrati in cui personaggi viventi mimano le scene descritte nei Vangeli. Dal XVI secolo le statue sostituiscono le persone nei presepi che vengono esposti nelle chiese durante il tempo di Natale.
Poco alla volta il presepe diventa domestico, allestito in casa: come non ricordarlo come l’evento familiare che predisponeva a celebrare il Natale? Iniziata la novena di preparazione, andavamo nei boschi a raccogliere il muschio, cercavamo carta da pacco che spruzzavamo con vari colori e poi l’accartocciavamo perché assumesse la forma di rocce, grotte, speroni di montagna. Quindi su un tavolo in cucina o nella sala si disponevano le statuine del presepe, cercando ogni anno che la composizione assumesse un aspetto diverso. Era davvero come allestire un dramma sacro: nella grotta si metteva la mangiatoia vuota, Maria e Giuseppe, l’asino e il bue; sulla soglia i pastori che adoravano e portavano i loro semplici doni; più sopra gli angeli sormontati dalla stella che brillava in alto luminosa (lì venivano in aiuto le prime luminarie che cominciavano a diffondersi nei negozi e sulle bancarelle del mercato); attorno, la campagna riproduceva ambienti familiari: specchi d’acqua con le oche, prati con pecore, agnelli e asini; poi le case con la gente intenta nei propri mestieri: il mugnaio, il fabbro, il falegname... Lontano, ai margini, austero su una rocca vi era il castello di Erode e lassù erano collocati i magi con i loro cammelli, che ogni giorno venivano spostati di qualche "passettino" in modo che giungessero alle soglie della grotta il giorno dell’Epifania.
Noi bambini mettevamo tanta cura in quell’allestimento perché sentivamo di poter vivere dentro di noi quello che cercavamo di raffigurare. Mi ricordo che mi mettevo accanto al presepe con il Vangelo in mano e che, in base a quello che vi leggevo, disponevo e spostavo statuine e personaggi. Ero sorpreso di non trovare nel Vangelo l’asino e il bue, che pure mi erano così familiari e che consideravo necessari per riscaldare quel bambino che stava per venire «in una grotta al freddo e al gelo»! Il parroco mi aveva tranquillizzato dicendomi che il profeta Isaia aveva scritto che «il bue riconosce il suo Signore e l’asino riconosce la greppia del suo padrone» (cfr. Is 1,3). Questo mi aveva tranquillizzato e, poco alla volta, portato a capire che anche le povere bestie, come i semplici pastori e i sapienti magi avevano saputo riconoscere la venuta di Dio nel mondo, mentre invece re potenti, sacerdoti, scribi, uomini religiosi non se ne erano accorti. La vigilia di Natale, poi, si pregava tutti attorno al presepe: noi bambini contemplavamo quelle lucine che nella povertà del "dopoguerra" erano capaci di stupirci con i loro colori e il loro lampeggiare, ma nello stesso tempo eravamo attratti dal mistero di un infante deposto sulla paglia, incapace di parlare, eppure proprio quel bambino era il Dio per noi e tra di noi, il Dio che per amore nostro volle farsi uno di noi. Sì, anche facendo il presepe noi ci esercitavamo a sapere, a conoscere chi era Gesù e come era venuto al mondo. Così imparavamo fin da piccoli ad amarlo.
«Nascesse pure mille volte Gesù a Betlemme, non serve a nulla se non nasce in te...», ha scritto Silesio. Ecco, per i bambini "fare il presepe" è il modo più semplice per imparare a far nascere Gesù in sé, per rivivere con amore l’evento di Betlemme.