LA POESIA

RITAGLI    Parole contro gli idoli    POESIE

Pochi libri venduti, editori che ormai rinunciano a pubblicare...
eppure i
"Festival" di poesia sono affollati.
Nella società del consumo, c’è ancora spazio per i versi?
Poesia: fra "mito" e "merce", quale futuro?

ENZO BIANCHI
("Avvenire", 14/4/’08)

«Morta è una parola / appena detta, / han detto. Io dico / quel giorno comincia la sua vita». Vi è forse un’eco del racconto biblico della creazione e dell’efficacia della parola pronunciata da Dio in questa poesia di Emily Dickinson, ma vi è anche una verità sulle parole, "vane" o "sapienti", che ciascuno di noi pronuncia, e soprattutto vi è una lode alla poesia, alle parole capaci di creare eventi, di trasmettere vita, di creare speranze e identità nuove. Ma la poesia, questa arte che "crea", che "fa", produce senso, ha ancora un posto nel nostro mondo in cui consideriamo ogni prodotto come "merce", ogni scambio come "profitto", ogni comunicazione come "commercio"?
Oppure è parola "morta" appena pronunciata, "soffio" vano che non lascia traccia di sé?
Credo che la poesia abbia una vitalità propria, che si nutre della fatica dei poeti, ma che in un certo senso la "trascende": solo così ha potuto attraversare i millenni, abitare le "svariate" lingue, "adornare" le diverse culture, affascinare uomini e donne di ogni tempo e di ogni luogo. La poesia autentica, quella in cui il poeta è veicolo di un’ispirazione "altra" da lui, pone infatti il lettore di ogni tempo a contatto non solo con lo "sta scritto" di un testo o con l’esperienza spirituale di un autore, bensì con un mondo spirituale che ha costantemente e ovunque qualcosa da dire.
Il poeta è testimone di conoscenze profonde, che paiono "arcane" al "mero" esercizio della ragione: egli rivela e trasmette una sapienza "avvolta" nel silenzio.
Non per nulla vi è chi coglie una similitudine tra l’esperienza dell’ispirazione "profetica" e quella del poeta. Il "profeta", come il poeta, si ritrova tra le mani e sulle labbra un messaggio sconvolgente con il quale deve convivere e che non può tacere a chi gli è "compagno" in umanità. E al poeta, come al "profeta", è richiesto un atto di obbedienza e di "sottomissione" affinché la sua parola divenga energia creatrice, linguaggio "promotore" di storia.
Il poeta sa anche di dover restare costantemente "piccolo" perché la sorpresa di fronte alle "alterità" che abitano in lui o nel suo mondo lo coglie, lo "ferisce", lo umilia: un universo lo interroga e un’attesa lo abita, quell’attesa di senso che è "anelito" di ogni essere umano. E in questa "piccolezza", in questa fragilità vi è anche la ricchezza della "gratuità", della parola che non serve e che, proprio per questo, non è "serva" di nessun padrone e perciò dona libertà a chi la pronuncia e la scrive, come a chi la ascolta o la legge. Sì, il nostro mondo ha ancora e sempre bisogno di poesia, perché ha bisogno di uomini e donne che sappiano custodire in se stessi il dialogo con ogni "alterità", senza "sopraffare" gli altri né con il proprio io "sordo" a ogni voce estranea, né con l’idolo di certezze immutabili da "contrapporre" a chi non sa, o non vuole, smettere di aspettare il futuro. Abbiamo ancora bisogno che qualcuno scriva, pronunci, faccia "risuonare" parole che iniziano alla vita e aprono cammini ogni volta "inediti": solo così ciascuno saprà andare "oltre", verso un’identità più ricca perché, come ha scritto su queste pagine il poeta
Adonis, «l’uomo è sempre un "superamento" di se stesso: viene dall’avvenire più che dal passato».