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saggezza umana e insieme divina

«La "vecchiaia" per la "Bibbia" è "beatitudine", è sapienza del cuore.
Invece oggi la nostra esperienza la legge in modo meno "pacato" e positivo».

ENZO BIANCHI, priore e fondatore della Comunità di Bose...

ENZO BIANCHI
("Avvenire", 19/11/’08)

Esce oggi in libreria il nuovo "volume" di Enzo Bianchi, «Il pane di ieri» ("Einaudi", pp. 114, euro 16,50). Pubblichiamo una parte del "capitolo finale"…

«La nostra vita arriva a settant’anni, ottanta se ci sono le forze»: molte cose sono cambiate nei tremila anni che ci separano da questo "Salmo" che dà autorità di "Parola di Dio" alla "sapienza umana", eppure la verità che contiene è una delle poche a non essere sostanzialmente mutata, nonostante il progressivo elevarsi della speranza di vita e dell’età media, i progressi della medicina e l’"industrializzazione" del lavoro.
Sì, settanta, ottant’anni, dopo "l’è ura d’andé", come recita la sapienza dei contadini del "Monferrato" cui mi sento profondamente legato. Così anch’io, da quando ho varcato la soglia dei sessant’anni, mi confronto con la "vecchiaia" proprio a partire da ciò che su questa età della vita dicono la "Bibbia" – il libro che, come cristiano e come "monaco", non mi stanco di frequentare per trovarvi una "parola" per la vita – e gli «anziani di giorni» che ho avuto la sorte di incontrare lungo il mio cammino.
Leggendo la "Bibbia" si ha l’impressione che la "vecchiaia" sia una "beatitudine", perché la vita è il "bene supremo" e vivere a lungo, fino alla «sazietà dei giorni», può significare pervenire alla "sapienza del cuore" e ad assumere una funzione "testimoniale" per le nuove generazioni. La soddisfazione di una vita vissuta fino al suo termine naturale, una vita "feconda" e conclusasi nella pace è la massima "beatitudine" promessa come premio al «giusto».
Un "profeta" anonimo dell’"esilio", volendo delineare un tempo in cui le sorti di Israele "perseguitato" sarebbero state "capovolte", dirà: «... non ci sarà vecchio che non porti a pienezza i suoi giorni» ("Isaia 65,20"). La morte è vista come un evento naturale verso il quale camminare senza angoscia né paura, senza per questo negare il "decadimento fisico", il venir meno del "calore" della vita, l’"affievolirsi" del corpo e delle sue facoltà fisiche e psichiche... Così la "vecchiaia" riceve dalle "indicazioni bibliche", come in tutte le antiche tradizioni religiose, un "avvenire": essa ha un compito «testimoniale», deve cioè trasmettere la "sapienza" e il patrimonio umano e religioso accumulato nel lento "scorrere" delle vicende umane.
L’esperienza degli anni diviene "sapienza" come "arte del vivere" e fa degli anziani persone di "discernimento" e capaci di consiglio. Certo, l’equivalenza tra "vecchiaia" e "sapienza" non è per nulla assoluta né scontata – ci si imbatte anche in anziani privi di "senno" o "incalliti" nel male – ma per la "Bibbia" l’ultima "stagione della vita" è caratterizzata sì dalla diminuzione delle forze ma anche accompagnata da un arricchimento interiore e, proprio per questo loro essere "fragili" e "sapienti", i vecchi vanno onorati e rispettati.
Oggi la nostra esperienza legge la "vecchiaia" in modo meno "pacato" e positivo, soprattutto nelle società industrializzate e urbanizzate che hanno smarrito quella "naturalezza" dell’alternarsi delle stagioni e dei "cicli vitali". Ora che ho varcato la soglia della "vecchiaia" e che vivo da anni attorniato da gente più giovane di me, ritrovo qualcosa dell’"attitudine biblica" verso la "vecchiaia" nel ricordo degli anziani che ho conosciuto durante l’infanzia e l’adolescenza nel mio "paese natale".
Erano gli anni dell’immediato "dopoguerra", nei quali si imboccava con fatica la strada che avrebbe portato al "boom" economico: i vecchi avevano attraversato due "guerre mondiali", molti avevano combattuto al "fronte", avevano visto amici e compagni cadere uccisi oppure "emigrare" in cerca di fortuna e di lavoro, alcuni avevano perso i figli nella "seconda guerra mondiale" o nella "lotta partigiana". Per molti non era certo la "vecchiaia" serena e tranquilla di chi si gode il frutto del lavoro di una vita all’ombra della vigna e del fico, attorniato da figli e nipoti. Forse anche per questo alcune "verità" emergevano con semplicità dai loro discorsi sulla soglia di casa, o attorno a una tavola "rallegrata" da una bottiglia di vino genuino e da qualche fetta di salame.