La "Kermesse" del "Lingotto"

RITAGLI     Dall’"io" all’"altro"     DOCUMENTI

Sarà il "motivo conduttore" dell’edizione di quest’anno
della
"Fiera Internazionale del Libro" di Torino:
ma come passare dall’"esibizionismo" e dall’"auto-referenzialità",
alla "riscoperta" del senso della "comunità"?
L’alternativa possibile della "fraternità" e della "condivisione",
nell’intervento del "fondatore" della
"Comunità di Bose".

ENZO BIANCHI, priore e fondatore della Comunità di Bose...

ENZO BIANCHI
("Avvenire", 12/5/’09)

Ci sono eventi e circostanze nella vita di una persona che possono condurla a profondi "ripensamenti" circa le proprie convinzioni e abitudini, suscitando mutamenti nel modo di essere e di agire: l’improvvisa scomparsa di una persona cara, lo "sradicamento" dal proprio "habitat" vitale, la perdita repentina dei mezzi di "sussistenza", una malattia minacciosa e "invalidante"... Queste vicende possono provocare reazioni inattese persino ai propri occhi: "ripiegamento" su se stessi, isolamento dal mondo e dai "rapporti sociali", "fughe" verso realtà esistenti solo nella propria fantasia; oppure "riscoperta" di modi nuovi di stare insieme, di guardare a quanto accade attorno a noi, assunzione di responsabilità con energie e "lucidità" insospettate. Nessuno di noi può essere certo a priori di quale sarà il proprio comportamento in tali frangenti, quali reazioni, quali risorse e prospettive si dischiuderanno a partire da quella "crisi".
Così è anche per le "collettività": una guerra, una "carestia", un "flusso migratorio" incontenibile, la caduta di un "regime", un "tracollo" economico, la smarrimento di certezze considerate "inattaccabili"...
Tutto questo obbliga la "società civile", le "istituzioni statali", gli "organismi internazionali" a ripensare se stessi anche e forse soprattutto in relazione agli individui che li compongono.
Sì, le "crisi" sono – non solo letteralmente, ma anche concretamente – momenti di "svolta", "impasse" dopo le quali non si è più come prima: schemi e rapporti consolidati, abitudini acquisite, tappe programmate, tutto è rimesso in discussione, a partire proprio dal comportamento quotidiano delle persone.
La stagione "socio-economica" che stiamo vivendo appare sempre più come una di queste "svolte" che, se non subite "passivamente", possono mutarsi in opportunità uniche per ripensare se stessi e trovare vie d’uscita in "alternative" che mai avremmo imboccato se non forzati dagli eventi. «Il miglior modo di uscirne è di passarci in mezzo», scriveva Robert Frost, con quella sapienza "icastica" che solo i poeti sanno esprimere nel racchiuso splendore di un "verso". Ma allora, oggi, come passare in mezzo e uscire da una "crisi" che si sta rivelando ben più che semplicemente "economica" o "finanziaria"? La strada, priva di garanzie previe e indubbiamente tutt’altro che agevole, è forse solo quella che va dall’"io" al "noi", dal pensarsi singolarmente al guardare e sentire in grande: non la "megalomania", ma il suo opposto, la "magnanimità" di chi ha cuore e mente larghi, di chi sa scrutare i "segni" dell’aurora e li intravede proprio quando riesce a "discernere" l’altro. È notte, infatti, quando – come ci ricorda la "sapienza" ebraica – non si riescono più a "discernere" i lineamenti del prossimo, così come la fine del mondo verrà – secondo un detto "esicasta" – quando non ci sarà più "sentiero" tra un uomo e il suo vicino.
Viviamo, paradossalmente, un tempo "accorciato" in un mondo "dilatato": ogni "crisi settoriale" si dilata repentinamente a dimensione "globale", ogni problema "locale" sembra schiacciarci in un’angoscia di "impotenza planetaria", ogni "muro di difesa" si trasforma in "prigione" per chi lo ha eretto. Passare in mezzo a questa "temperie" comporta il coraggio e la lucidità per guardare dentro se stessi, per fare memoria del proprio e dell’altrui passato, per ritrovare vie di "fraternità" e di "condivisione" sciaguratamente abbandonate. Il venir meno di istanze e persone "affidabili" in cui poter riporre la propria fiducia, il "rarefarsi" di uomini e donne pronti ad assumersi fino in fondo responsabilità per sé e per gli altri, la dilagante equazione tra lo "straniero" e il "nemico" hanno inquinato l’aria che respiriamo, hanno ferito in profondità la nostra consapevolezza di appartenere a un unico "corpo", quello dell’umanità in comunione con il "creato". La "terapia" allora non può che avere di mira proprio questi "sintomi" e combatterli con "strumenti" uguali e contrari: dare fiducia e rendersi "affidabili", assumersi responsabilità e chiedere conto degli impegni assunti, considerare l’altro come "fratello" o "sorella" in umanità e condividere un "progetto" di società nella giustizia e nella pace, rispettare la "creazione" come dono affidato all’uomo perché ne sia "custode" e ne tragga vita piena per sé, per i suoi simili e per tutte le "creature".
Possiamo essere spaventati dall’enormità di questo "compito", ma in realtà esso – come il "comandamento" del Signore – non è al di là del mare o nell’alto dei cieli, non è al di là delle nostre forze, ma è vicino a noi, nel nostro cuore. È da lì, dal nostro cuore, dal nostro agire ascoltando ciò che "brucia" nel cuore del nostro simile che si può invertire la rotta e imboccare un’"alternativa".
Le "svolte" più feconde, sovente, non sono quelle "brusche": come ben sa chi naviga in mare aperto, basta una minima "deviazione" del timone, un’impercettibile "inclinazione" della vela e la traiettoria muta completamente, e nuovi "orizzonti" si spalancano di fronte agli occhi di chi sa guardare dietro a sé solo il tempo necessario per fare memoria del "passato" e proiettarlo in un "futuro" che, condiviso, non sarà mai più "cieco".