Babele o Gerusalemme:
![]()
la città come "parabola" dell’umanità
Enzo
Bianchi
("Avvenire",
4/6/’09)
Vi è un "messaggio
biblico" sulla città che, se compreso nella sua interezza, è certamente
una fonte di senso anche per conoscere il ruolo dell’edificio
"Chiesa" in una città. Se la città nei "testi biblici" appare in
alcuni casi sotto un giudizio negativo, se si registra qua e là diffidenza
verso il suo sorgere e il suo attestarsi come forma di vita umana sociale, non
è tuttavia intravista in opposizione a una vita "nomade" o
"agreste" di segno positivo. In profondità, la "Bibbia" non
oppone civiltà "urbana" negativa a civiltà
"pastorale-agreste" positiva. Certo, Caino
diventò costruttore di una città, ma non è l’omicidio la causa della
costruzione delle città sulla terra.
La città, e noi non possiamo dimenticarlo, è sorta per proteggere l’umanità
stessa e favorire processi di "umanizzazione": contro il pericolo di
un "nomadismo" che desitua l’uomo e non gli permette di custodire la
terra né di regnare su di essa, e anche contro l’assolutezza del
"clan", che dà sì identità al singolo, ma lo imprigiona nello
spazio della parentela e della somiglianza. La città è stata ed è il luogo
per eccellenza della costruzione e della manifestazione dell’umano, il luogo
più fecondo per l’espressione e l’esaltazione dell’"ethos",
proprio perché costruire una città significa fare un’opera architettonica
"etica", che riguarda cioè il rapporto degli uomini tra loro –
chiamati a divenire "concittadini" – e con lo spazio, che deve
essere al loro servizio. Certamente l’identità che la città fornisce agli
uomini è un’identità dinamica, costantemente ricostruita e rinnovata, dunque
in continuo processo di mutamento, perché essa esercita una forza
"centripeta" capace di attirare tutti e, quindi, anche il diverso, lo
sconosciuto, lo straniero.
Sempre chiamata a tenere aperte le sue porte, ad accogliere – se non vuole
trasformarsi in "cittadella" assediata – , la città ha una "vocazione" al riconoscimento dell’altro, sconosciuto e inatteso, una
"vocazione" alla pluralità e alla complessità. Le differenze sono
disorientanti, la "stranierità" incute paura, lo sconosciuto
facilmente è percepibile come nemico, ma la città non può evitare queste
emergenze: ne va della sua "vocazione". Per essere tale, la vita della
città abbisogna di quest’arte dell’apertura, del riconoscimento, della
capacità di integrare il nuovo e il diverso, per instaurare un’ulteriore
unità, una nuova solidarietà, un’inattesa comunità che costituiscono un
arricchimento della "polis". Sì, la città va anche letta
positivamente, e non ha alcun senso la nostalgia di un mondo senza città, non
ha senso la "fuga urbis" che a molti cristiani appare la forma moderna
della "fuga mundi", come se la "mondanità" il cristiano non
la portasse dentro di sé ovunque abiti... La verità è che la città,
rappresentazione dell’umanità tutta nella sua socialità, come le altre
"opere" delle nostre mani può essere da noi costruita nell’"auto-sufficienza"
da Dio, nell’ingiustizia tra noi uomini, financo nell’uccisione del
fratello: può essere costruita in vista del dominio e del
"totalitarismo".
Ogni città è insieme Babilonia e Gerusalemme,
e per questo è "parabola" dell’umanità nella sua dimensione sociale,
collettiva: è la nostra città, Babel ieri, e poi Ninive, quindi Roma, Berlino,
Mosca, New York... Sì, la nostra città oggi è città
"secolarizzata", molteplice, "eterologa", luogo comune di tutti, campo
della vita pubblica, spazio in cui trovare i valori "comuni". Qui si
incontrano e si scontrano uomini e donne cristiani, non cristiani, non credenti,
che devono trovare il modo di dare alla città un ordine, un volto in nome di un
"umanesimo" che afferma che ciò che fa l’uomo è l’uomo!
Certamente, nella nostra città sono presenti anche la violenza, l’odio e
soprattutto il "misconoscimento", la dimenticanza, l’ignorare chi
sta alle soglie della città o addirittura sullo stesso "pianerottolo"
del nostro medesimo condominio...
Ma è in questa città, e non in un’altra immaginaria, che anche i cristiani
vivono!
Ricordate l’"A Diogneto"? «I cristiani non abitano città loro
proprie... abitano città greche o "barbare", come a ciascuno è
toccato in sorte», e dunque stanno nella "polis", ne fanno parte,
sono cittadini e, senza esenzioni e in solidarietà con gli altri uomini,
possono decidere di assecondare la costruzione di una città come Babel oppure
tentare di edificare la città con un altro volto. Tra la prima città, il cui
nome è Enoch, figlio di Caino, e la città promessa da Dio, il cui nome è «il
Signore è là» (cfr. "Ez 48,35"), c’è un cammino da compiere da
parte dell’uomo, un cammino lungo e tortuoso nella storia, ma un cammino che
può predisporre quanto è necessario alla discesa della "città
celeste" il cui nome è «sposa dell’Agnello» (cfr. "Ap
21,9").