RIFLESSIONE

RITAGLI     Ricoeur,     DOCUMENTI
le "parabole" e la forza dell’immaginazione

ENZO BIANCHI
("Avvenire", 21/6/’09)

Dagli scritti "biblici" (sulle "Beatitudini", sulle "parabole", sul detto di "Matteo 16,25", sulla logica di Gesù) emerge la centralità del "paradosso" come elemento decisivo del parlare di Gesù: figura "retorica", ma anche forma di pensiero che nella sua stessa formulazione esprime il cuore della logica di "sovrabbondanza" e di eccesso di Dio, di Gesù e pertanto della fede cristiana. Il "paradosso", e ancor di più l’"ossimoro", induce a pensare e immette in una ricerca di senso che non ha fine. Anzi, come annotava Henri De Lubac, il "paradosso" è ricerca o attesa della sintesi», è il rovescio di quel diritto che è la sintesi e che sempre ci sfugge: «La sintesi non può essere che oggetto di continue ricerche: "quamdiu vivimus, necesse habemus semper quaerere"… [Il "paradosso" è] provvisoria espressione di una visione sempre incompleta, e tuttavia orientata verso la pienezza». Il "paradosso", sottolinea Paul Ricoeur, disorienta per "riorientare", ed è al cuore dell’"annuncio evangelico" nel quale i primi diventano gli ultimi, i poveri sono dichiarati beati, chi perde la propria vita per l’"evangelo" la guadagna. Questa "paradossalità" traspare dall’agire e dal parlare di Gesù di Nazareth, sicché chi lo vedeva e ascoltava poteva esclamare: «Abbiamo visto "paradossi"» ("Lc 5,26": "eídomen parádoxa"). Ma in verità il "paradosso" è nascosto anche nelle pieghe della realtà. Il pensiero di Ricoeur lascia spazio al "paradosso" e gli riconosce la forza di spiazzare, di intrigare, di inquietare, di disorientare, fornendo così all’uomo l’occasione di rimettersi in cammino rompendo con la pigrizia delle abitudini, impedendogli di progettare la propria esistenza come «totalità senza rotture», come linearità senza discontinuità. È così che si può ritrovare il centro dell’umano e il volto del Dio narrato da Gesù di Nazareth.
Esemplari, come "paradossi biblici" in bocca a Gesù, sono le "parabole", «racconti della normalità», della quotidianità umana, che intendono però evocare lo straordinario della presenza del "Regno di Dio" tra gli uomini; esse agiscono attraverso tre elementi narrativi nevralgici che diventano anche momenti esistenziali decisivi per l’uomo: l’evento, la "conversione", la decisione. Ma per lasciar dispiegare la forza "paradossale" delle "parabole" come di ogni "parola" evangelica e biblica è necessaria l’immaginazione. Immaginazione che è all’opera nella costruzione e strutturazione del testo biblico (si pensi in particolare ai testi narrativi e poetici) e che è necessaria al lettore per l’adeguata appropriazione del testo stesso. Scrive magnificamente Ricoeur: «A me pare che ascoltare le "parabole" di Gesù significhi lasciare aperta l’immaginazione alle nuove possibilità dischiuse grazie alla "stravaganza" di questi brevi racconti. Se guardiamo alle "parabole" come a una parola che si rivolge più alla nostra immaginazione che alla nostra volontà, non saremo tentati di ridurle a consigli "didattici", ad "allegorie" moraleggianti. Lasceremo che la loro forza "poetica" sbocci in noi». Forza "poetica" significa qui, ovviamente, in senso "etimologico", "creativa", e indica la potenza dell’immaginazione narrativa presente nel testo biblico che trapassa nella vita del lettore creando qualcosa di nuovo in lui: in effetti, «l’immaginazione ha una funzione proiettiva che appartiene al dinamismo stesso dell’agire».
L’immaginazione, che sollecita il desiderio prima che la volontà, ha una funzione anticipatrice dell’azione che consente di chiarificarne il progetto e le motivazioni e di confermare il soggetto nella concreta possibilità di realizzarla. Se «la "Bibbia" è un libro che "immagina" la verità» più che asserirla in proposizioni "astratte", se è un libro attraversato da capo a fondo dalla dimensione "simbolica", allora il potere immaginativo della "Bibbia" non solo non deve stupire, ma dev’essere colto come occasione ispirante, come fonte di immaginazione su di sé, sulla Chiesa e sul mondo, come elemento di non rassegnazione all’esistente, di invenzione di speranza, di capacità di futuro, di creatività della fede.