RITAGLI   Padre Charles de Foucauld è Beato   CHARLES DE FOUCAULD

ENZO BIANCHI, priore di Bose
("Il Cittadino" - Genova, 20/11/’05)

Domenica 13 novembre Papa Benedetto XVI ha beatificato Charles de Foucauld, il grande esploratore francese e testimone del Vangelo tra i tuareg del Sahara. Nato a Strasburgo il 15 settembre 1858 condusse una vita intensa che lo portò nei Paesi dell'Africa del Nord: Tunisia, Algeria, Marocco. Poi l'incontro con la fede, la conversione e un viaggio in Terra Santa che segnò profondamente la sua vita. Nel 1901 fu ordinato sacerdote e scelse di ritornare nel Sahara "per imitare la vita nascosta di Gesù a Nazareth: si stabilì dapprima a Bèni-Abbès e poi, per vivere con i tuareg, a Tamanrasset. Studiò l'arabo e il berbero. Morì solo, il 1° dicembre 1916, colpito da una fucilata, durante una scaramuccia suscitata da ribelli dell'Hoggar. Ma la sua morte ha suscitato nel mondo una famiglia spirituale che oggi conta 11 congregazioni religiose e 8 associazioni di vita spirituale. Era intenzione di Giovanni Paolo II beatificare Charles de Foucauld il 15 maggio scorso, nel giorno di Pentecoste, ma la morte del Papa ha rinviato la data. Padre Enzo Bianchi così scrive del nuovo beato.

"Non si amerà mai abbastanza! Ma il buon Dio, che sa di quale fango ci ha impastato e che ci ama più di quanto una madre possa amare suo figlio, ci ha detto, egli che non mente, che non respingerà chi va a lui". Così fr. Charles de Foucauld scriveva a Madame de Bondy in una lettera del 1° dicembre 1916, poche ore prima di essere assassinato nella tragica e oscura banalità di una scorreria. Ha così fine uno straordinario percorso umano e spirituale, iniziato trent'anni prima con una sconvolgente conversione da una tormentata vita fatta di intemperanze giovanili, di carriera militare e di viaggi di esplorazione in Marocco: "Non appena ho creduto che esiste un Dio, ho capito che non potevo fare altro che vivere per lui: la mia vocazione religiosa risale al momento stesso della mia fede". Una vocazione fatta di nascondimento, di solitudine, di progressiva spoliazione di tutto ciò che non è il Vangelo perché "c'è una tale differenza tra Dio e tutto quanto non è lui…"; una vocazione che è colta nella sua essenzialità in quella medesima lettera scritta il giorno stesso della morte: "Il nostro annientamento è il mezzo più potente che abbiamo per unirci a Gesù e fare del bene… Quando si può soffrire e amare, si può molto, si può il massimo che è possibile in questo mondo. Si sente che si soffre; non sempre si sente che si ama ed è una grande sofferenza in più! Però si sa che si vorrebbe amare, e voler amare è amare…". Annientamento, sofferenza, amore, unione con Gesù: come raccolto in un unico raggio di luce vi è qui il cuore della testimonianza di fr. Charles, un cuore che si dilata a dimensione universale proprio grazie alla sua capacità di farsi piccolo, nascosto, partecipe dell'umiltà del suo Signore. Annientamento e sofferenza per Charles de Foucauld non sono dimensioni cupe e negative dell'esperienza cristiana, non sono una sorta di pedaggio da pagare in vista di un riscatto futuro, bensì il cammino più semplice per la sequela del Signore Gesù che si è fatto povero per noi e che per tutti gli uomini ha sofferto fino alla morte in croce. Annientamento è il diminuire fino a scomparire, come Giovanni il Battista, di fronte alla venuta dello Sposo, è il "fare segno", il cedere il passo affinché le energie del Risorto possano farsi strada nel cuore e nelle vite di chi viene in contatto con un suo discepolo. Sofferenza è il patire la dolorosa consapevolezza della propria lontananza dalla volontà del Signore, l'assumere su di sé l'impossibilità a essere balsamo di sollievo per quanti soffrono nel corpo e nello spirito. Annientamento e sofferenza nascono allora dall'amore, da quello stesso amore al quale anelano e nel quale sono destinati a sfociare, nascono da quella unione con il Signore, quell'intimità con Dio che è al contempo la sorgente e la foce di ogni itinerario spirituale, di ogni vocazione autenticamente cristiana. Fr. Charles muore solo, in quel deserto in cui si era sentito accolto e custodito, solo come aveva vissuto: senza aver accanto discepoli che ne raccogliessero dalla viva voce la limpida testimonianza evangelica, senza la compagnia degli amati tuareg ai quali aveva donato tantissimo convinto di non possedere nient'altro che il Vangelo, senza il conforto di una mano amica che compisse sulla sua fronte il gesto fraterno da lui tante volte offerto. Muore solo, ma il suo seme, caduto a terra porterà molto frutto perché, come il sangue dei martiri, diventa seme di una moltitudine di cristiani che riconosceranno nei lineamenti del suo volto spirituale le tracce del somigliantissimo a Cristo: e oggi, nella gioia e nel rendimento di grazie, la Chiesa intera fa proprio questo riconoscimento. Sì, nascosta agli occhi del mondo, la vita e la morte di fr. Charles costituiscono un'immagine stupenda del discepolato cristiano, del "sangue offerto con tutto il cuore e sparso per amore di Gesù": un sangue, pulsione di vita, che narra in un linguaggio universale l'universale amore del Padre.