BENEDETTO XVI - CEI
NULLA DI ROUTINARIO NELL'ABBRACCIO DI IERI

RITAGLI   NELLA CULTURA DEL PAESE   DOCUMENTI
PER APRIRE VARCHI NUOVI

Dino Boffo
("Avvenire", 3/6/’06)

C'è chi aspira a una cultura dei muri che volentieri respinge coloro che non si lasciano omologare. E chi vorrebbe invece una cultura vivacizzata da un'infinità di contatti e magari attraversata da ponti che colleghino anche i riferimenti ideali più lontani. La prima è un incubo, la seconda una mèta, un'aspirazione, un sogno. Da ieri per noi è anche una consegna: ce l'ha affidata il Papa nell'udienza straordinaria che ha concesso ai giornalisti e ai tecnici di "Avvenire", insieme ai colleghi di "Sat2000", "InBlu" e "Sir", e alle loro famiglie.
Straordinario è un aggettivo banale, ma dove trovarne uno più adeguato? Anche chi non è del tutto estraneo al Palazzo apostolico, ieri non ha potuto non emozionarsi, e stupirsi, nell'accorgersi di quanto poco di routinario ci fosse nell'incontro.
Papa Benedetto non sembrava avere fretta. Si è fermato ad ogni passo per stringere più mani possibili, incontrare occhi, raccogliere sguardi e preghiere appena sussurrate o mute, e farle sue, e portarsele con sé. Era già quella una formidabile lezione di comunicazione. Pure a voi, sembrava insegnarci, pure a voi tocca fare così, inseguire fatti e idee e persone per guardarle - questo l'ha proprio detto - con gli stessi occhi del Signore, senza arrestarsi alle apparenze. Ogni persona racchiude un'unicità che va colta. E a tutti voi siete mandati - ha specificato - perché così contribuite a dare continuità all'impegno dei cattolici italiani verso tutta la nazione.
Sì, perché il bello del discorso di ieri è che si inserisce ad ogni effetto nel più grande discorso che Benedetto XVI
sta sviluppando sul cattolicesimo del nostro Paese, i cui «segni di rinnovata vitalità sono visibili a tutti». Per incrementarli, questi segni, ci vogliono comunicatori capaci di un costante discernimento verso «tutto ciò che di vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato c'è nella cultura dei popoli». Una indicazione non inedita, se si vuole, visto che viene da san Paolo. Eppure da ripeterci sempre, perché muri possono sorgere, quasi da soli nello spazio d'un mattino, anche all'interno della stessa comunità ecclesiale. Di qui l'invito a «far prendere coscienza alle nuove esperienze cristiane delle proprie radici ecclesiali» e del ruolo che sono chiamate a giocare nella società e nella cultura italiane. Nessuno è autosufficiente, nessuno può godere del "muro" fatto di autoreferenzialità che avesse eventualmente eretto attorno a sé. Sono i limiti di una ecclesialità infantile e una sana comunicazione può fungere da valido antidoto.
Ma i muri più solidi e fastidiosi sono quelli con cui certo laicismo intende circondare la Chiesa, quasi una sorta di cordone sanitario; che talora i cattolici stessi finiscono per accettare, e perfino desiderare. Eppure i muri, anche quando sono eretti nel nome della libertà, finiscono per rendere prigioniero chi vi si trova rinchiuso: «Non stancatevi - ci ricorda il Papa - di costruire dei ponti di comprensione e comunicazione tra l'esperienza ecclesiale e l'opinione pubblica». Incontrandoci su questi ponti finiamo a volte per trovarci in disaccordo; l'importante però è che il confronto lasci aperto il varco al contagio del bene e del vero e del bello. «Al servizio dell'uomo» ci ricorda Benedetto XVI. Non di un potere, di un interesse, neanche di un'idea astratta. Ma della persona.
Padre Santo, l'emozione e la gioia sono di ieri e restano sigillate nel cuore. Con questo giornale siamo già al lavoro, sui ponti avviati. E magari per progettarne di nuovi, con chi avvertisse il nostro stesso bisogno.