DA BENEDETTO PER AMARE DI PIÙ

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abbracciando insieme l’Italia intera

Papa Benedetto, testimone di un amore più grande...

Dino Boffo
("Avvenire", 20/1/’08)

«Ti vogliamo bene. Se possibile, te ne vogliamo più di prima. Non ti fanno parlare? Noi veniamo ad ascoltarti. Perché solo così si risponde alla violenza. Tu, Padre Santo, lo sai: siamo preoccupati per l’Italia. E quanto. Ma insieme a te, con il tuo stile, vogliamo imparare ad amarla ancora di più». Ecco i pensieri che – immagino – "albergheranno" stamattina nella folla straordinaria che riempirà Piazza San Pietro e le zone vicine, e in quella ancora più sconfinata che si unirà spiritualmente in tutto il Paese. Pensieri semplici, pensieri positivi. Perché non si va dal Papa "covando" ragionamenti complicati o ostili, come quelli che a questo popolo disarmato, in qualche "blog" e su troppi giornali, sono stati preventivamente "affibbiati". Né crociate riparatrici, né vittimismi arroganti.
Non occorre peraltro essere filosofi per sapere quello che tutti ormai intuiscono: quando non ci si ascolta più, quando si elimina pregiudizialmente l’altro, vuol dire che qualcosa di serio e di tremendo sta accadendo. Davvero stanno saltando i "cardini" (i princìpi) che ci hanno sorretto fino ad oggi. Forse, non tutti tra i presenti in Piazza si ricorderanno di Socrate e della sua lezione in punto di morte, ma tutti intuiscono che se si rifiuta l’altro che parla, se non si ascolta il maestro che ha titolo morale per prendere la parola, allora si va ad uccidere la nostra civiltà. Com’è possibile che non si faccia parlare un uomo come il Papa? E se non si lascia parlare lui, chi altro potrà parlare? Questo la gente si chiede. E, stringendosi al Papa, paradossalmente si stringe anche all’Italia intera: "Attenzione - avverte - stiamo precipitando. Per parte nostra però, vogliamo anzitutto amare, e amare ancora di più, perché il male che ci affligge si cura prima di ogni altra cosa con un amore più grande, e con un’amicizia più larga".
Ma perché l’accorrere sereno, quasi felice, di tanta gente? C’è stato, è vero, un invito del Cardinal Vicario, ma sembra di intuire che le persone non ne avessero quasi bisogno. C’è una spontaneità gioiosa, in questa presenza, che nessuno potrà "misconoscere". A ben guardare, si annida qui quell’affetto per il Papa che da sempre muove gli italiani. Per generazioni, siamo stati educati a tre amori: l’Eucarestia, la Madonna, il Papa. Sul "ceppo" antico, si sono poi innestate le
"Gmg". Puoi anche non essere un "bacchettone", ma questi amori non svaniscono facilmente. Sono instillati dentro l’anima, direi quasi che sono congeniali allo spirito del nostro popolo. Talvolta sembrano sopiti, ma basta un "nonnulla", e rifioriscono.
Il Papa, dunque. Ogni Papa. Ieri "gagliardo" e forte, oggi delicato e timido. Ovvio che vi sia attrazione per quest’uomo buono e gentile, coltissimo e indifeso. Indifeso anche davanti al "sinedrio" della
"Sapienza", a quanti gli hanno chiuso la porta in faccia senza neppure interrogarsi su quello che avrebbe detto, in un discorso che è risultato a tutti abissalmente diverso e migliore dei suoi critici. Regressione spaventevole di tutto un ambiente o fallimento educativo di qualcuno?
Il Papa certo ha subìto un’ingiustizia, non gli è stato consentito di andare là dov’era invitato, e dove legittimamente lo aspettavano perché quell’Università è da oltre settecento anni nel cuore di Roma, addirittura fondata a suo tempo da un Papa. Qualcuno l’ha respinto come un estraneo, quasi un "abusivo", lui che ha trascorso una vita in Università, lui con le sue cinque Cattedre in cinque Atenei statali diversi. Né – altro fatto inaudito – sono state poste le condizioni per le quali avrebbe potuto anche stavolta svolgere in Roma la sua missione. L’umiliazione inflitta al Papa è stata però sentita dalla gente come sulla propria pelle. E di conseguenza reagisce. E avanza propositi nuovi. Ripensando alla verità di quel versetto evangelico (Mt 18,7) in cui Gesù spiega: "Oportet ut scandala eveniant", ben vengano gli scandali se scuotono, se risvegliano ed obbligano ciascuno ad assumersi le proprie responsabilità, trasformando il male in un’occasione di crescita. Il "laicismo" ad aprirsi, uscendo dal vicolo cieco dei propri pretesti per confrontarsi con gli altri, accantonando l’idea banale e "triviale" della fede come "superstizione". E i cattolici indotti a praticare di più la cultura, a stare con senso compiuto in Università, a "snidare" l’intolleranza e il "settarismo", a saper replicare con maturità e ironia a quella ideologia "illiberale" e oppressiva che continua incomprensibilmente ad "ammorbare" il Paese.
Allora non sarà stata un’occasione perduta.