LE VELE AL VENTO

RITAGLI   PER METTERE AL SICURO LA MODERNITÀ   DOCUMENTI

Dino Boffo
("Avvenire", 20/10/’06)

Il "popolo del sì" ieri è stato solleticato. Anzi, anticipato e dolcemente sorpreso. I 42 applausi che hanno interrotto il lungo discorso papale di Verona erano sospiri e ammiccamenti, incoraggiamento e consenso di un'assemblea di persone - tutte diverse, tutte responsabili - non certo segnali casuali di una folla informe. Papa Benedetto quegli applausi quasi li subiva docilmente tutti, salvo che in alcuni passaggi, e ogni volta dopo la parola «sì»: una pausa, gli occhi sollevati dai fogli, il suo ben noto timido e schietto sorriso. E il popolo di Verona rispondeva pronto.
È stata questa ripetuta evocazione del "grande sì" che Dio in Gesù Cristo dice all'uomo di oggi e alla sua vita concreta, alla sua voglia di amare, alla sua libertà e alla sua intelligenza, la forte caratteristica del discorso papale, tutto volto al positivo, anche quando c'erano delle riserve da avanzare e dei no da dire, che in realtà sono dei sì più grandi detti alla vita e alla modernità.
Nulla è stato omesso nell' "architettonico" discorso del Papa, obiettivamente importante per struttura e per contenuto, per ciò che scomoda in termini concettuali e per le accorte applicazioni alla realtà italiana. Per la copertura data al perimetro di lavoro della nostra Chiesa. Un pronunciamento all'altezza certo dei precedenti discorsi pronunciati negli analoghi convegni ecclesiali, a cui si è esplicitamente riferito, e dei quali ha il respiro e il passo. Nulla di interessante è stato tralasciato nella disamina del clima culturale in cui l'Occidente è oggi immerso. E qui la lettura tipicamente ratzingeriana si è fatta incalzante: nuove ondate ci lambiscono di illuminismo sperimentale e laicismo individualista, inediti tentativi di livellamento dell'uomo alla sua dimensione animale, il solitario relativismo dei valori e il banale utilitarismo dei punti di vista. Analisi penetrante, oramai condivisa. E infatti il popolo di Verona suggellava con l'applauso ripetuto. Ma il Papa non è un analista sociale, né un tribuno. Va oltre, chiamando ciascuno alla verità e alla responsabilità. Fede amica e concreta prossimità verso tutti, i poveri per primi, braccia spalancate, ma nessuna ingenuità.
Poi, oltre i rischi, le opportunità. E qui la più riassuntiva di tutte le abilità cristiane è nell'attitudine a discernere e vagliare, a purificare lo spirito del tempo. Sovviene un'immagine che Joseph Ratzinger donò alcuni anni fa ad un altro convegno della Chiesa italiana. Noi siamo, disse, come i tagliatori del sicomoro. Una pianta africana che dà frutti copiosi ma insipidi. Insipidi fino a quando l'agricoltore non ne incide con cura la superficie, e allora - fatti maturare - diventano gradevoli al gusto. Anche la cultura di oggi rischia l'insipienza, ma questo non è un buon motivo per buttarla. Bisogna piuttosto inciderla, ossia purificarla, un'operazione forse non facile, perché occorre conoscere i frutti e la loro maturazione, occorrono esperienza e sapienza. Ma noi, da coltivatori accorti, dobbiamo incidere con perizia: "Un taglio coraggioso - ha spiegato ieri - che diventa risanamento e maturazione". Non si abbatte l'albero, ma non lo si lascia neppure com'è, ci si lavora con perizia e trepidazione per renderlo migliore: così si mettono in salvo i suoi frutti. Ecco il cattolicesimo positivo, sorridente e mite, ma anche attrezzato e accorto. Il nostro compito adeguato all'oggi. Né di più né di meno.
Nell'impegno così illustrato, la saldatura tra papa Ratzinger e Chiesa italiana è parsa immediata e rivelatrice. Lieti i delegati e lieto il Papa, che ha scelto di non starsene estraneo ma si è messo in gioco con la sua summa di teologo finissimo, calata minuziosamente dentro la situazione del nostro Paese. E la sua vocazione storica. L'aveva già indicata l'amato Wojtyla l'estroversione del popolo italiano, i suoi destini rispetto all'umanizzazione globale. Ora l'accenno diventa elaborazione, proposta ragionata. È «l'eccezionalismo italiano», che se inquieta taluno, va però interpretato non come costrizione, ma elezione, chance, scelta lucida e consapevole - alla quale anche esponenti laici vogliono oggi preziosamente collaborare - capace di esaltare le radici e di sviluppare le caratteristiche e le genialità del nostro popolo. Di cui magari anche l'Onu decide di servirsi. Non è, ancora una volta, una rinuncia al progresso, ma l'elaborazione di una via alla modernità, originale e pertinente.
Grazie, Papa Benedetto, la tua visita ci ha fatto bene.