Nel singolare cammino della nostra Chiesa

RITAGLI   Muta la mano,   DIARIO
non muta la passione né il disegno

Stretta di mano tra il papa e Mons. Bagnasco, con sorriso del Card. Ruini!

Dino Boffo
("Avvenire", 8/3/’07)

C'è chi - come Giuliano Ferrara o anche, dall'altra parte, Sandro Magister - volentieri parla di «eccezionalismo italiano» intendendo con ciò ritrarre la singolare vivacità della comunità ecclesiale presente nel nostro Paese rispetto, per esempio, ad altre Chiese europee. Ovvio che quando si fanno simili raffronti, e soprattutto quando ci si riferisce a realtà come la Chiesa che per natura sua è "permixtio", mescolanza inestricabile, occorre essere cauti. C'è il rischio di sfuocare ciò che si vorrebbe invece mettere a fuoco in maniera efficace.
Eppure, in quell'espressione sull'eccezionalismo italiano, che immagino quante allergie possa suscitare, qualcosa di vero c'è. Non nel senso di una Chiesa italiana come l'ultima «resistente», ma perché è stata probabilmente la prima in Europa a fare il giro di boa, dopo non solo le secche degli anni Settanta ma in seguito alla grande «risignificazione» cui la fede cristiana è stata indotta per l'incalzare di un secolarismo inesorabile e talora spietato. Da una condizione di inevitabile - così pareva - marginalità in cui si era a sua volta trovata, la nostra Chiesa ha ripreso presto a pedalare, dapprima col vento contro, poi sapendo intercettare il clima che in tutto il mondo cominciava a cambiare verso le religioni. Era stato appena sentenziato infatti che queste sarebbero uscite definitivamente di scena, quando già tornavano, riprendendo il loro ruolo - dice Dahrendorf - «con impeto vendicativo».
Per la verità, le radici profonde di un cristianesimo vissuto popolarmente in Italia non si sono mai esaurite, e questo se da una parte ci ha risparmiato esiziali sbalzi culturali, dall'altra ha consentito alla nostra Chiesa di mettersi presto in sintonia col «nuovo Mosé», come qualcuno aveva preso a chiamare Giovanni Paolo II. Eh sì, perché la vera cura, per questa Chiesa, è stato quel Papa polacco che a taluno pareva un sopravvissuto, e che invece - avendo già visto egli il fondo della catastrofe antropologica - si stava rivelando il più abile di tutti nell'individuare le rotte di una autentica ripresa.
Ci voleva però un interprete per l'Italia, e Karol Wojtyla lo trovò in un vispo pretino di Reggio Emilia, che passando in poco tempo da vescovo ausiliare a segretario generale della Cei, ne diventerà infine presidente, e lo sarà per sedici lunghi anni. Dirà, nel momento di lasciare il timone, che corrispondere agli indirizzi del successore di Pietro «è stata la gioia del mio cuore, oltre che il primo criterio di orientamento della mia azione». È stata insomma una disciplina spirituale e insieme - par di intuire - un crogiuolo impareggiabile di fecondità intellettuale. Ovvio che cambiando veste, la partita di
Camillo Ruini, vicario di Roma, non termini qui.
Ciò che conta tuttavia è che, a succedergli alla Cei, il Papa abbia ieri chiamato l'arcivescovo
Angelo Bagnasco, ossia uno degli elaboratori più convinti dell'eccezionalismo di cui si diceva sopra. Che non è forma civettuola di un protagonismo smodato, ma la sintesi tra il carattere sorgivo del nostro cattolicesimo e la testimonianza che la nostra Chiesa è specificamente chiamata a dare a se stessa e al mondo. La gioia della fede, una fede che ha come fatto interno, anzi interiore, l'attaccamento al Papa e da qui, dunque, una spinta straordinaria per la missione. Un cambiamento, quello odierno, che avviene mentre il lavoro pastorale ad ogni livello ferve, a prova di che cosa la Chiesa intenda per continuità. Muta la mano di chi sta all'aratro, non muta però la passione né il disegno perseguito.
Ma perché Papa Benedetto s'è orientato verso l'acuto e fervido arcivescovo di Genova? La domanda non pare impertinente, seppur la risposta dobbiamo arguirla da noi stessi. In primo luogo, è evidente che il Papa ha scelto il pastore di una delle diocesi che storicamente hanno avuto un ruolo trainante. Solo negli ultimi quarantacinque anni, da Genova erano già venuti un altro presidente della Cei (Siri), un arcivescovo di Milano (Tettamanzi) e infine un segretario di Stato (Bertone). In secondo luogo, verrebbe da dire che Benedetto XVI ha voluto opzionare un uomo nuovo, un "outsider" scrivono i giornali, ma certo non un novizio, avendo già mostrato la propria sagacia nella conduzione di iniziative di rilievo nazionale. Da che è vescovo, egli ha fatto molteplici esperienze pastorali, compresa quella di stimatissimo Ordinario militare, lui che fin dall'aspetto tutto è fuorché un rigido formalista. Ma pensiamo che stia proprio qui un'altra ragione della scelta papale: una certa esperienza di ruoli istituzionali. Che è prontezza nel rispondere, intensa capacità di ascolto, rispetto senza alcuna timidezza verso il sistema dei "media", coscienza di ciò che la Chiesa è e deve al nostro Paese.
"Quando il Papa chiama, bisogna rispondere", ha detto monsignor Bagnasco. Lui l'ha fatto, e lo ringraziamo.