I CATTOLICI, DOPO VERONA

RITAGLI   CONTRIBUIRE   DOCUMENTI
ALL'ORIENTAMENTO DELL'ITALIA

Francesco Bonini
("Avvenire", 7/12/’06)

Se c'è una certezza nella transizione infinita dell'Italia tra i due secoli è forse il ruolo sociale ed istituzionale della Chiesa e dei cattolici. Per carità, senza alcun trionfalismo e senza alcuno di quei sottintesi immediatamente politici che tanto pure appassionano il piccolo dibattito: questo dato di presenza sociale ed istituzionale si può leggere solo nel quadro dell'evangelizzazione, cioè dell'impegno prioritario di annunciare e testimoniare il Vangelo. Che è (ancora) una cosa capace di tenere insieme, di fare popolo, sia pure con tutte le tendenze alla frammentazione, alla disgregazione, alla crisi che attraversano la nostra società.
Il popolo del
Convegno ecclesiale di Verona era ben consapevole di questo dato, pur molto problematico, articolato e complesso, che è il frutto del decennio del Convegno di Palermo. E ne è uscito confermato, in particolare dal discorso del Papa, così sinteticamente capace di esprimere un orientamento preciso, per confermare e nello stesso tempo invitare a guardare più avanti e più in profondità, ad interloquire in una parola con il dibattito in corso sull'orientamento della nostra società. Con l'ulteriore sottolineatura che l'Italia può essere un laboratorio esemplare.
Perché il dato della presenza e del ruolo sociale ed istituzionale, insomma della tenuta relativa, che diventa un concreto servizio, non basta. La nostra società non può più vivere di rendita sulla sua tradizione e sulla sua identità. Così oggi - o più esattamente nella prospettiva decennale che da Verona si apre - ci è richiesto qualcosa di più, di lavorare sull'agenda, cioè di lavorare, la Chiesa e i cattolici italiani, sull'ordine del giorno delle priorità del Paese, nell'incrocio di due questioni strategiche, che possono avere i nomi convenzionali di questione "antropologica" (chi è l'uomo e qual è il suo futuro) e questione "geo-politica" (come si articola il mondo e quale ruolo hanno le religioni).
Entrare nell'agenda dunque, per portare e dire, pensare e comunicare, parole di senso, gesti e parole immediatamente percepibili e vivi, cioè reali e quindi chiari e profetici, in un quadro pubblico per molti aspetti segnato dalla "fiction", da una grande, ipertrofica "autoreferenzialità".
Siamo, la Chiesa e i cattolici italiani, attrezzati per lavorare sull'agenda? La risposta è apertissima, anche alla luce dell'esperienza del progetto culturale, che a Verona è stato confermato, rilanciato ed approfondito come una "utilità di sistema", riconosciuto a tutti i livelli. Ribadendone il nesso con la testimonianza missionaria dei laici e quella che già a Palermo (1995) era stata definita la "conversione pastorale".
Ma restiamo al tema dell' "agenda" del dibattito pubblico e delle scelte di indirizzo strategiche che si dovranno per forza compiere in questi anni.
Essere presenti, propositivi ed attivi comporta contemporaneamente e continuativamente, nella vita e nel dibattito ecclesiale, lavorare in termini espliciti la questione della verità e il confronto con la cultura del nostro tempo. Ne consegue il tema - lucidamente rilanciato a Verona nella conclusione del
cardinal Ruini - del cosiddetto discernimento comunitario e dei "luoghi" in cui realizzarlo. In questo l'esperienza del progetto culturale può aiutare: libertà dalla politica e dagli schieramenti, appassionato radicamento ecclesiale, priorità al tema ed alle persone piuttosto che alle strutture, clima informale, sicurezza nei riferimenti, creatività ed apertura. Servono esempi, esperimenti, a partire dalle diocesi. Una nuova "leva" presente a Verona e attiva nelle diocesi, nelle associazioni e nei movimenti, fa ben sperare per questo impegno di lunga lena.