Fuggire dalla
povertà è il miraggio per tutti, molti riescono a raggiungere le Canarie:
con le loro rimesse vivono i parenti che rimangono a casa.
Il 7% del "Pil" del Paese proviene dall’estero.
Le famiglie si tassano per pagare il viaggio a un proprio congiunto,
che poi manderà una parte dello stipendio. Ma il tributo di vite è altissimo.
Nella zona di
Saint-Louis, il sogno di tutti i pescatori
è raggiungere le Canarie con le proprie piroghe,
sfidando i rischi di una traversata che continua a mietere vittime.
Da
Saint-Louis,
Emiliano Bos
("Avvenire",
7/7/’07)
Ibrahim annusa l'aria.
Sull'"autostrada" invisibile dell'Oceano Atlantico cerca l'uscita giusta per
ritrovare le reti gettate ieri all'alba. Non ci sono cartelli né "autogrill" tra
le onde larghe di questo mare dal respiro lento. Con una manovra precisa il
timoniere fa piegare la piroga a babordo, quasi una sterzata improvvisa. Ecco la
nostra boa. Galleggia lungo il confine liquido tra le acque del Senegal e della
Mauritania, una decina di miglia dalla costa. Mani giovani ma esperte raccolgono
la rete. Bottino magro anche oggi: un branzino, qualche sarago, rombi, occhiate,
salpe.
«Capisci perché ce ne vogliamo andare? Qui perdiamo tempo. Chi è in Spagna
lavora davvero. Anch'io voglio partire come clandestino», sbotta Doudou Gueye,
22 anni, un terzo della sua vita già trascorsa a gettare e raccogliere queste
reti. Fosse per lui, farebbe rotta direttamente verso le Canarie con questa
"bagnarola". Invece la piroga "Ahmadou Bamba" punta di nuovo verso Guet N'Dar, il
villaggio di pescatori di Saint-Louis. Con un "dribbling" la barca
scavalca le onde increspate a ridosso della riva per posarsi sulla spiaggia dove
sono allineate centinaia di piroghe colorate.
«Dal 2006 sono partiti oltre un migliaio di giovani dal nostro villaggio, di
cui 122 nella strada dove abito io», afferma Oumar Sarr, vicepresidente del
Comitato di quartiere di Guet N'Dar, una sorta di vicesindaco. «Qui rimangono
donne, vecchi e bambini mentre la nostra forza-lavoro emigra. Anche perché non
abbiamo più mare dove pescare», si lamenta. Il Senegal "affitta"
gran parte delle sue acque ai battelli europei, che per ritrovare le reti gonfie
di pesce non annusano l'aria ma usano il "gps". Senza contare poi le
"navi-pirata" che saccheggiano illegalmente le risorse ittiche locali.
L'esodo biblico verso l'"Europa-promessa" non è solo di pescatori.
«Per andare in Italia lavorerei subito anche come lavapiatti», dice Khadi
Mbaye, 23 anni e sei fratelli, "cuoca-stagista" non retribuita al
ristorante "Flamenco" di Saint-Louis, con annessa piscina per turisti
facoltosi. Con un tasso di disoccupazione ufficiale del 48% non c'è prospettiva
per il futuro. Per tutto il Paese - da Dakar a Kaolack fino alle splendide coste
della Casamance nel sud - risuona un solo tetro "refrain": «Barca o Barzak»,
Barcellona o "l'aldilà", "Barzak" in lingua "wolof".
O Spagna o morte. A questa latitudine le coste dell'Unione europea compaiono non
sugli scogli di Lampedusa ma all'arcipelago delle Canarie, distanti oltre un
migliaio di chilometri di mare. Sei-otto giorni di navigazione su grandi
piroghe, 80-100 aspiranti clandestini "inscatolati" sotto il sole. L'anno scorso
sono sbarcati alle Canarie oltre 31.000 disperati dell'Africa
sub-sahariana.
Impossibile definire il numero di vittime durante la traversata.
«Sappiamo il numero di arrivi ma non quello delle partenze», osserva Mamadou
Biaye, direttore del giornale "Le Quotidien" di Dakar. «Siamo al
punto in cui per gli immigrati è diventata la stessa cosa morire in mare sulle
piroghe o vivere qui in Senegal: questo è davvero troppo», commenta Mouhamadou
Seck, coordinatore locale della "Rete africana per la difesa dei diritti umani" (Raddho).
L'imperativo categorico è uno solo: partire. «Bisogna constatare che la quasi
totalità delle famiglie sopravvive solo grazie a qualche componente che è
riuscito ad arrivare in Europa», aggiunge Seck. Lo conferma Seneba Ndiaye, 48
anni e cinque figli sistemati in due locali di Guet N'Dar: «La vede quella
casa? È stata costruita coi soldi dei nostri parenti in Spagna da alcuni
anni». Suo figlio Seydou vorrebbe partire per raggiungere un cugino a Madrid:
«Dico di no, è diventato troppo pericoloso».
Il "parossismo" della fuga verso Nord a tutti i costi ha creato un circolo
vizioso: dall'Europa le rimesse degli immigrati - stimate in oltre 400 milioni
di euro l'anno, circa il 7% del "Pil" - finanziano le partenze di
nuovi "candidati" all'immigrazione, come vengono chiamati in francese
i clandestini. Bisogna racimolare almeno 400.000 franchi Cfa, oltre 600 euro,
per accaparrarsi l'ambitissimo biglietto di sola andata sulla "grande
pirogue", che di norma trasporterebbe sei pescatori. Samba, 21 anni,
maglietta scura e cappellino, assicura di averne già pagati quasi il doppio.
«Sto aspettando solo il giorno della mia partenza», confida ad
"Avvenire", chiedendo di omettere il cognome. L'assurda lotteria
"gratta e fuggi" per l'Atlantico coinvolge tutta la famiglia
allargata, decine tra zii, cugini e altri parenti. Che poi chiedono il dividendo
in percentuale sul futuro stipendio in Europa. Samba salperà di notte da Gohum
Baac, altro villaggio di pescatori alla periferia di Saint-Louis, al confine con
la Mauritania.
A poco finora sono servite le misure della Ue per fermare i "boat
people" africani con i dispositivi di sorveglianza delle frontiere curate
dall'agenzia "Frontex". Il bilancio del ministero dell'Interno
senegalese è di 2.506 fermi, sequestro di 32 piroghe e di 30.000 litri di
carburante. E qualche processo avviato contro chi organizza le carrette del
mare.
«Ai miei studenti dico che Italia ed Europa non sono l'"Eldorado". Per
convincerli porto a lezione anche gli immigrati», dice scuotendo la testa il
professor Ibrahim Diawara, docente di "Italianistica" all'Università
di Dakar. «C'è qualcuno che fa credere loro nella partenza come unica
soluzione. Ma tocca ai nostri giovani organizzarsi qui, anche con creatività».
Il folle "volo" - in senso opposto - verso la "fortezza" Europa «non è solo una
questione economica ma dipende anche da una forte volontà di cambiamento»,
afferma convinto il sociologo Abdullaye Niang nel suo ufficio all'Università
"Gaston Berger" di Saint-Louis. Malgrado l'alto numero di rimpatri
forzati, sostiene, «molti sono recidivi». Cioè ci riprovano. Nuova colletta
familiare e nuova "roulette russa" sull'Oceano.
I "refoulées" - rispediti in Senegal per via aerea in base alle nuove
norme europee - qui nell'ex-capitale dell'Africa Occidental e Francese si sono
addirittura organizzati in un'associazione. Conta già 430 iscritti il "Réseau
du fleuve", la rete di clandestini della regione del Fiume Senegal, che
riunisce i rimpatriati dall'Europa di questa zona. «Sappiamo che in piroga ci
sono rischi ma non abbiamo altra scelta», spiega il coordinatore Nouckobaye
Ndiouf, mandato a casa in aereo da Las Palmas nel 2005. «Il mio amico Babacar
Sall è già stato rimpatriato due volte, l'ultima a dicembre. Ma ci riproverà
presto». Stessa spiaggia. Stesso mare.