MISTERI D'AFRICA
Bazar SaharaClandestini, armi e droga: le nuove rotte del deserto.
Da Tamanrasset (Algeria), Emiliano Bos
Sul cofano delle jeep Toyota
sono appese le "guerbe", otri di pelle di capra che i nomadi usano da
secoli per trasportare liquidi a dorso di cammello. Ma i moderni
"cammellieri" in fuoristrada le sfoggiano come "rostri"
scaramantici al posto dei santini sul cruscotto.
Te lo aspetti deserto, il Sahara.
Invece è affollato di autisti Tuareg e "salmerie" lo spiazzo
all'imbocco dello stradone che porta verso In-Guezzam. Si parte dalla periferia
di Tamanrasset
per raggiungere il confine quasi inesistente col Niger, 400 chilometri più a
sud. È la "transahariana", pista asfaltata solo per il primo tratto.
L'acqua, indispensabile a queste latitudini, sta in taniche gialle di plastica
accatastate sul tetto delle vetture. Abdulkader chiede una quindicina di euro
per il viaggio di sola andata verso la frontiera. Al ritorno - non lo dice ma
ghigna sotto lo "scesc", il turbante colorato e non solo blu dei
Tuareg - lo stesso tragitto sarà molto più redditizio per lui e a tariffe
diverse per i passeggeri, tutti clandestini.
«Costa tra 40 e 50 euro il passaggio dal confine fino qui a Tamanrasset -
racconta Alassane Coulibaly, un immigrato - ma poi i "passeur" ci
scaricano a una cinquantina di chilometri dalla città. E ovviamente dobbiamo
percorrerli a piedi». I clandestini vengono abbandonati nel deserto. Spesso di
notte. Quasi sempre senza un goccio d'acqua. Alassane - che proviene dal Camerun
- mostra un passaporto del Mali: perfetto all'occhio inesperto ma anche allo
sguardo attento dei poliziotti algerini in caso di controllo. L'ha acquistato da
un impostore di mestiere che vive a poche decine di metri dalla prefettura di
Tamanrasset smerciando impeccabili documenti falsi. «Oggi non c'è, è andato
in Mali a fare rifornimento», fa sapere un vicino quando si prova a rendere
visita al falsario. Tornerà con timbri, carte intestate, documenti d'identità
in bianco.
«Ci vogliono 450 euro per un passaporto del Mali, il lasciapassare per la
salvezza in Algeria»,
spiega un operatore sociale che chiede l'anonimato. Tra i due Paesi non è
necessario alcun visto d'ingresso. Ecco perchè questo pezzo di carta
contraffatto garantisce - almeno qui - un parziale e temporaneo
"salvacondotto" per i migranti irregolari più fortunati. Gli altri si
nascondono a Cailleaux Ville, ammasso di cartoni tra le pietre alla periferia di
Tamanrasset che i clandestini chiamano in gergo "Hotel Hilton".
«Siamo nomadi del diritto», si lamenta Jean Kengele Ekduti, congolese
rimpatriato cinque volte negli ultimi anni. Secondo l'organizzazione italiana
"Cisp", nel 2005 sono transitati in Algeria circa 20.000 migranti
irregolari dei circa 65.000-120.000 che ogni anno raggiungono illegalmente il
Maghreb dall'Africa sub-sahariana. Diecimila le presenze di clandestini censite
a Tamanrasset, la «capitale del sud» a 1.400 metri di quota, porta d'ingresso
del Sahara e cerniera tra il Mediterraneo e l'Africa Nera. Arrivano qui - dopo
viaggi estenuanti in condizioni disumane - da Nigeria, Burkina Faso, Mali,
Liberia, Costa d'Avorio, Sierra Leone, Togo.
È un deserto affollato, dove non ci sono più le quadrighe trainate da cavalli
dei mitici "Garamanti" raccontati da Erodoto. Una "no man's
land" che si estende per oltre metà dei seimila chilometri di frontiere
terrestri dell'Algeria. Terra arida ma «sempre fertile, se non altro di
imprevisti», scriveva qualche decennio fa il naturalista-esploratore francese
Théodore Monod, massimo conoscitore del Sahara.
Nella fascia di "nulla" compresa tra Oceano Atlantico e Ciad - che non
è tutta sabbia, come si ritiene comunemente - gli imprevisti possono dipendere
oggi da numerose varianti, talvolta associate. Bande di predoni, "jihadisti"
algerini, ribelli Tuareg del Niger, trafficanti di esseri umani, contrabbandieri
d'armi, corrieri della droga. Sono le nuove carovane del Sahara, che prendono il
posto delle "azalai", millenarie spedizioni di nomadi diretti alle
miniere di sale di Taoudenni, a nord di Timbuctù.
In questa stessa area sono ancora attivi guerriglieri del "Gruppo salafita
per la predicazione e il combattimento" (Gspc), che da qualche mese si è
affiliato al "network" di Ossama Benladen presentandosi ora come «al-Qaeda
per il Maghreb islamico». Da queste parti uno dei loro emiri, Mokhtar Ben
Mokhtar, si muove indisturbato nella cosiddetta "zona 9" del
mappamondo del terrore di al-Qaeda. Nell'Adrar des Iforas, lungo la fascia di
confine con il Mali, esisterebbero campi di addestramento da cui proverrebbero
anche i "kamikaze" dei recenti attentati in Algeria.
Leggermente più a Nord, nella zona usata dai francesi per esperimenti nucleari
negli Anni Sessanta, si sta avviando la produzione di papavero da oppio e "cannabis".
Lo denuncia l'ufficio algerino per la lotta contro la droga, secondo cui "narcotrafficanti"
stranieri e locali cercherebbero di imporre ai contadini queste colture in
sostituzione di quelle tradizionali meno remunerative. Non lontano da In-Azaoua
- un puntino sulla cartina nel mezzo della linea di confine Niger-Algeria in
direzione della Libia - transita una pista chiamata «Contrabbandieri 1», quasi
una "superstrada" per traffici di armi senza nemmeno pedaggio. Da un
paio d'anni esiste un piano "anti-terrorismo" degli Stati Uniti
chiamato «Pan Sahel Initiative» per sostenere le polizie locali di questi
paesi nella lotta ai gruppi armati. Come il «Tarik Ibn Ziad», composto da
alcune centinaia di combattenti che nel 2003 rapirono 32 turisti europei.
Malgrado qualche insidia, il fascino del deserto continua ad attirare curiosi e
appassionati. Per comprenderlo basta un'escursione sul leggendario massiccio
dell'Hoggar, nei dintorni di Tamanrasset. Torrioni di roccia che sembrano canne
d'organo di cannella. Guglie granitiche color zafferano sull'altopiano dell'Atakor.
In questa "wikipedia" geologica - che contiene tutte le forme
immaginabili della crosta terrestre - è garantita una sorta di libera
circolazione tra le frontiere ai Tuareg, antichi signori del Sahara. Ma anche
loro da mesi sono protagonisti di scontri nel nord del Mali e del Niger. Già
negli Anni Trenta per Antoine
de Saint Exupéry -
quello del "Piccolo Principe" - il deserto «brulicava di minacce
nascoste in ogni recesso della sabbia». Nemmeno nascoste, continuano a
brulicare.