Discorso di Benedetto XVI sul "mondo moderno"

RITAGLI    Importante "tessera"    DOCUMENTI
nel "mosaico" d’interpretazione del nostro tempo

Francesco Botturi
("Avvenire", 8/3/’08)

Con il Discorso di ieri al "Pontificio Consiglio della Cultura", Benedetto XVI ha aggiunto un’importante "tessera" all’ampio "mosaico" di interpretazione del nostro tempo che sta componendo. Intervenendo sul tema dell’Assemblea plenaria «La Chiesa e la sfida della secolarizzazione», il Papa ha ripreso il suo Discorso sul "mondo moderno" in chiave di "secolarizzazione". È un passo importante perché si tratta di una "chiave di lettura" poco sviluppata nel "Concilio Vaticano II" e ancora non del tutto consueta nel "magistero". Eppure è una categoria interpretativa essenziale della "modernità", perché, più che quelle di razionalismo, illuminismo, ateismo, "scientismo", ne esprime il "dinamismo" interiore e complessivo. Si può legittimamente proporre una lettura dell’intera modernità dal punto di vista della "secolarizzazione", di cui le posizioni ora ricordate sono piuttosto delle figure interne, come le "forme" che la modernità ha assunto nel suo tempo storico.
Il Papa ha subito cura di distinguere «secolarizzazione» e «secolarismo», segno del dramma che ha abitato la modernità, la quale avrebbe potuto percorrere un processo di "secolarizzazione" non "secolaristico" (come ebbe a prospettare Henri De Lubac nel suo magistrale testo «L’alba incompiuta del Rinascimento»); che dopo l’età medievale avrebbe potuto guadagnare i giusti spazi di una «secolarità» (culturale, scientifica, giuridica, politica...) non "antitetica" al cristianesimo e al senso religioso. Così, però, non è stato; anche perché l’esigenza di una «positiva secolarità» fu travolta dai "conflitti" teologici tra cattolici e protestanti e dalle orribili "guerre di religione" del tempo.
Certamente fu in quel contesto "traumatico" che prese corpo nella coscienza europea l’idea di una "riprogettazione" del "mondo" «etsi Deus non daretur», che dopo un iniziale significato giuridico e metodologico non "irreligioso", ne ha assunto uno di alternativa "irreligiosa" o "areligiosa", divenendo alla fine forma dominante di cultura, una «impostazione del mondo e dell’umanità senza riferimento alla "Trascendenza", [che] "invade" ogni aspetto della vita quotidiana e sviluppa una mentalità in cui Dio è di fatto assente, in tutto o in parte, dall’esistenza e dalla coscienza umana». E questa mentalità – osserva ancora il Papa – si è fatta talmente "pervasiva" da manifestarsi «già da tempo in seno alla Chiesa stessa»; come energia "corrosiva" del senso religioso e della fede, che non fa più percepire «il bisogno di Dio, di pensare a Lui e di ritornare a Lui». Osservazione preziosa. La "secolarizzazione secolarista" non è (più) identificabile con una concezione del mondo o una "dottrina", ma è divenuta piuttosto un «ambiente del pensare», come ha detto Heidegger del "nichilismo", il cui effetto è quello di "obnubilare" l’umile senso del bisogno di Dio e il gusto del rapporto con Lui. E quindi di rendere «superficiali» rispetto alle esigenze elementari e profonde dell’umano e in definitiva «egocentrici». Così, più in generale, la "sindrome" spirituale dell’uomo "secolarizzato" non è confortante agli occhi del Papa: «sterile culto dell’individuo», «atrofia spirituale», «vuoto del cuore», talvolta accompagnati da forme religiose "surrogate" e "spiritualistiche".
Un’analisi che difficilmente l’uomo contemporaneo può sopportare di sé (aspettiamoci "proteste"), ma che ha l’evidente scopo di una diagnosi per un "riscatto": che, infatti, è subito proposto con l’idea centrale nel Discorso di un «richiamo dei valori "alti" dell’esistenza che danno senso alla vita e possono "appagare" l’inquietudine del cuore umano alla ricerca della felicità» e con la proposta culturale del «dialogo tra uomini e donne impegnati alla ricerca di un autentico "umanesimo", al di là delle "divergenze" che li separano».