La spinta che viene dal Convegno di Verona

RITAGLI    Immaginare la speranza    DOCUMENTI
per un cristianesimo del quotidiano

Franco Giulio Brambilla
("Avvenire", 30/6/’07)

CEI - NOTA sul Convegno di Verona

Il quarto "Convegno ecclesiale", celebrato a Verona lo scorso 16-20 ottobre, non ha mancato l'appuntamento con la speranza. Gli oltre 2700 delegati di tutte le Chiese d'Italia possono ancora oggi testimoniare che le "assise scaligere" sono diventate in pochi giorni non solo un convegno sulla speranza, ma un evento di speranza. Spenti da tempo i riflettori del circo "mediatico", resta il compito della sua ricezione nel tessuto vivo della Chiesa e della società italiana. La "Nota pastorale", che i vescovi hanno pubblicato nella festa dei santi Pietro e Paolo (e che oggi questo giornale pubblica), riprende in modo meditato, limpido e sobrio, l'esercizio di «immaginazione della speranza», che il convegno aveva svolto con passione nei padiglioni della Fiera. «Immaginare la speranza» non è nient'altro che il modo con cui la Chiesa, con un'operazione spirituale e culturale, legge il proprio tempo nello specchio del Vangelo. Non è un gesto che parte da zero, ma si colloca nella scia del postconcilio, quando la Chiesa stessa ha cercato di «tradurre in italiano il Concilio». La Nota chiama ora i credenti a testimoniare la speranza cristiana attorno a tre «scelte di fondo». La prima operazione si è accesa durante il convegno nell'incontro tra le attese dei delegati e il tema risuonato a Verona: "Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo". La presenza e la parola del Papa ne hanno interpretato lo spirito nel modo più alto, coronando la proposta delle relazioni dei protagonisti, il cardinale Tettamanzi e del cardinale Ruini, e di coloro che si sono avvicendati sul podio della Fiera. Benedetto XVI ha indicato «quel che appare davvero importante per la presenza cristiana in Italia», ricordando che il nostro Paese è «un terreno assai favorevole per la testimonianza cristiana. La Chiesa qui è una realtà molto viva, che conserva una presenza capillare in mezzo alla gente di ogni età e condizione». È questa la prima sfida che i Vescovi raccolgono. La Nota richiama la felice espressione con cui il Papa ha per così dire inviato un'enciclica all'Italia: «dire il grande "sì" della fede», la speranza cristiana fondata sul Risorto, l'unità dinamica di "eros" e "agape", fede e ragione, verità e carità. A un anno e sei mesi esatti dall'inizio del suo pontificato, egli ne ha scolpito le linee di forza attorno alla risurrezione di Cristo: «la più grande "mutazione" mai accaduta, il "salto" decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l'ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con Lui anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l'intero universo». Questo primato della parola di Dio e dell'evangelizzazione, che è il tratto distintivo del programma della Chiesa italiana in questo decennio, prende forma sottolineando l'"eccedenza" della speranza cristiana, di fronte a un'esperienza della vita immersa nell'immediatezza dei beni e nella frenesia del tempo che passa. La Chiesa italiana intende privilegiare e coltivare in modo nuovo e creativo la caratteristica "popolare" del cattolicesimo italiano. Tutto questo si riassume in un'unica indicazione: prendersi cura della coscienza delle persone, della loro crescita e testimonianza nel mondo. Di qui la seconda sfida: si tratta di «immaginare la speranza» dentro le forme della vita quotidiana, che Verona ha messo a tema attraverso gli ambiti dell'esistenza umana (la vita affettiva, il lavoro e la festa, la fragilità, la tradizione, la cittadinanza). Gesto ardito, con cui il tratto singolare della fede diventa lievito nella pasta del mondo, leva dentro i meccanismi della storia. L'esercizio che i delegati hanno fatto per quasi due giorni al convegno deve pervadere come un fremito di novità le comunità cristiane nello scorcio di questo decennio. La cura della coscienza delle persone, l'abilitazione di tutti i credenti e dei laici in particolare a una testimonianza responsabile, personale e sociale, è l'imperativo storico del momento. La parte centrale della Nota lo indica con grande forza, non solo all'elaborazione riflessa del "Progetto culturale", privilegiando la comunicazione e la questione antropologica, ma anche alla cura delle sue forme «ordinarie e popolari». Non passerà inosservato questo richiamo a un cristianesimo del "quotidiano". È qui che si gioca la verità non solo della fede, ma anche dell'impulso del Vaticano II che stenta a trovar casa dentro la coscienza credente e le forme ordinarie della vita. Correggere l'immagine "spettacolarizzata" del cristianesimo è il miglior biglietto da visita per il dialogo con altre culture religiose, il dialogo ecumenico, il compito educativo, la cura di tutte le povertà e la stessa presenza sociale. Allontanando per sempre i fantasmi di oscure "egemonie" politiche. E, infine, l'ultimo "esercizio di speranza" chiama a raccolta l'agire pastorale e culturale della Chiesa italiana, mediante un ripensamento profondo dei suoi stili e delle sue figure. L'assottigliarsi delle energie e delle risorse pastorali deve essere ripreso come un appello dello Spirito che invita le comunità cristiane a ripensare profondamente le forme elementari dell'esperienza cristiana: il primo annuncio, l'iniziazione cristiana, la parrocchia, la domenica, i temi che hanno impegnato nella prima parte di questo decennio a un profondo ripensamento dell'agire pastorale della Chiesa. Un'immagine rinnovata di Chiesa deve puntare dritto al cuore della persona, alla necessità di un'azione formativa che corregge le "storture" di una pastorale che non tiene nel punto focale la vita della gente. Per questo «bisogna accelerare l'ora dei laici». Non solo per stare con loro, ma perché senza di loro è impossibile che avvenga quel mirabile scambio tra la vita delle persone e il "lievito" del Vangelo. Cura delle relazioni, corresponsabilità, pastorale integrata, convergenza tra le aggregazioni, molti nomi di un unico stile che potrà pensare al futuro della testimonianza solo con un volto rinnovato di Chiesa e di corale presenza nel mondo. Immaginare la speranza è, alla fine, un "cantiere aperto" dove si sperimenta - come diceva il grande filosofo Marcel - «la divina leggerezza della vita in speranza».