Il Papa ai rappresentanti dei musulmani

Dolce ma inesorabile
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In forza del suo carisma, il Papa ha potuto permettersi
di richiamare i musulmani d’Europa semplicemente ad essere dei veri credenti...

Paolo Branca
("Avvenire", 21/8/’05)

Joseph Ratzinger è giustamente noto come uomo di pensiero, conoscitore e interlocutore di filosofi. Ma le giornate di Colonia erano giocate sull’esperienza dei giovani, sensibili certo a richiami più profondi, eppure desiderosi e quasi impazienti di mettersi in cammino, come appare con particolare evidenza, dall’esplicito riferimento al viaggio dei Magi verso Betlemme. Ciò che mobilita l’uomo - si sa- è la decisione del cuore, parola che più volte è stata pronunciata ieri dal Papa durante il suo incontro coi musulmani. Non si tratta di sentimentalismo: nelle culture semitiche, di cui quella islamica fa parte, "cuore" significa infatti memoria, intelligenza e coscienza. Del resto, uno dei più conosciuti detti attribuiti a Maometto ricorda che "nel corpo c’è un pezzo di carne che se è sano, rende tutto il corpo sano, ma se è deteriorato, tutto il corpo è deteriorato: si tratta del cuore". Quando dunque, a proposito del terrorismo, il Pontefice si è augurato che un impegno comune riesca ad estirpare il rancore che ne sta all’origine, non ha semplicemente esortato a un generico buonismo - deleterio quanto l’opposta, ma egualmente superficiale altrui demonizzazione - bensì ha posto in evidenza il clima di frustrazione e di recriminazione nel quale attecchisce la mala pianta della violenza. Il suo è stato un richiamo mirato: occorre lavorare insieme - «compito arduo ma non impossibile» - per mettere un freno al fanatismo crudele. Li ha più volte chiamati «cari amici», i musulmani, ma ha loro ricordato che i valori della pace non concedono cedimenti «alle pressioni negative dell’ambiente».
«Se insieme riusciremo...»: questa è la strada che Ratzinger ha indicato ai «cari amici» per sconfiggere una scelta «perversa e crudele».
Pur strenuo difensore dell’identità culturale e spirituale dell’Europa, non ne ha ripreso la semplicistica e purtroppo diffusa immagine che la raffigura come una cittadella insidiata da subdoli invasori, ma ha additato chiaramente come "nuova barbarie" l’affievolirsi della voce della coscienza, prospettiva catastrofica principalmente perché disumanizzante e non in quanto dannosa soltanto per una delle parti interessate. Parzialità e settarismo, stigmatizzati senza mezzi termini, sfigurano anzitutto colui che li pratica e lo rendono indegno dei tesori di sapienza e spiritualità custoditi nel profondo di ogni autentica esperienza religiosa. In forza del suo carisma, Benedetto XVI ha potuto permettersi di richiamare i musulmani d’Europa semplicemente ad essere dei veri credenti. Non lo ha fatto occultando le tensioni che nel corso della storia hanno a lungo segnato i rapporti tra i seguaci delle due fedi. Ha anzi ribadito con forza che "il ricordo di questi tristi eventi dovrebbe riempirci di vergogna", confermando la coraggiosa prospettiva della purificazione della memoria che aveva storicamente contrassegnato l’era di Giovanni Paolo II. Gli incontri che rigano l’esistenza sono quelli che inducono a tracciare bilanci. Una volta si diceva fare l’esame di coscienza: altra espressione che, come "cuore", potrebbe sembrare ormai fuori moda. Provvidenzialmente però, ogni generazione riparte con la freschezza che gli adulti vedono spesso appassire col passare degli anni. È un patrimonio universale che gli educatori hanno l’arduo, affascinante e sempre nuovo compito di mantenere e valorizzare. Significativamente è con un appello rivolto a loro che si è chiuso il saluto del Papa ai musulmani che ha incontrato a Colonia. Un compito che affida a un’Europa già multietnica, ma fiacca e disorientata. Una sfida, dunque, e non certo priva d’incognite e per nulla facile da affrontare. Per certi aspetti addirittura eroica, ma chi non sa chiedere ai giovani l’eroismo non parla il loro linguaggio e non è adatto a rivolgersi a loro.