INTERVISTA

Parla Carla Perrotti, autrice di imprese estreme tra le dune:
«Le traversate in solitaria sono prove di resistenza fisica e psicologica.
Eppure non mi sono mai sentita sola.
Ho sempre avvertito una presenza, come una mano posata su una spalla.
È stata una sorpresa».

RITAGLI    Nel deserto, a tu per tu con lo spirito    DIARIO

«Ho imparato a ottimizzare quello che ho davanti, a risparmiare.
Dal cibo all'acqua.
La gente è abituata a prendere. Ma io non ho mai buttato via.
Neanche un pezzo di pane, qui a casa.
Vivere con meno cose aiuta a conoscere se stessi.
Dal desiderio di possesso trapela insicurezza».

Anna Maria Brogi
("Avvenire", 3/4/’07)

Ha attraversato a piedi cinque deserti, in quattro continenti. Dal Tenéré al Kalahari, dal boliviano Salar de Uyuni al cinese Taklimakan all'australiano Simpson. Ha sfidato condizioni estreme, muovendosi in totale autosufficienza. La chiamano «la signora dei deserti». Eppure Carla Perrotti, energica e minuta signora bionda, considera il deserto una conquista interiore.

Nella Bibbia il deserto è il luogo del passaggio, della prova. Gli Ebrei vi trascorrono quarant'anni prima di giungere alla Terra Promessa. Anche per lei è stato una prova?

«Tutto è cominciato come sfida fisica, tentativo di "record". Fin dall'inizio, però, c'era la ricerca di situazioni che favorissero un modo diverso di pensare. L'ho capito fin dalla prima volta che sono rimasta sola nel deserto. Ero in vacanza con un gruppo di amici, mio marito e mio figlio. Viaggiavamo sui dromedari, bagaglio al minimo. Mio figlio si accorse di aver perso le scarpe, l'unico paio. Contro il parere di tutti tornai indietro per recuperarle. In quelle tre ore provai cosa vuol dire sentirsi il deserto addosso. Con una specie di folgorazione, decisi che avrei vissuto un'esperienza da sola con i nomadi».

Di fronte al vuoto del deserto, molti sono presi da smarrimento e angoscia. Non ha paura della solitudine?

«Le traversate in solitaria sono prove importanti di resistenza fisica e psicologica. Eppure non mi sono mai sentita sola. Ovunque, in tutti i miei deserti, ho sempre avvertito una presenza, come una mano posata su una spalla. È stata una sorpresa, non l'avevo cercata. Io sono cattolica, sarebbe fin troppo facile dare un nome a quella presenza».

Cosa succede quando scende la notte e cala la tensione dello sforzo fisico? Spuntano mai i fantasmi delle tenebre interiori?

«La notte è un momento delicato. In tenda si è scomodi, si dorme poco. Il freddo, il vento, i rumori. La torcia elettrica è per le emergenze. Appena dieci minuti per leggere, poi è il buio. Dal punto di vista fisico, fa bene. Però di notte possono farsi strada pensieri negativi. Guai se pensassi a mio figlio: subentrerebbero preoccupazioni distruttive. Così ho imparato a far scorrere il tempo senza pensare. Ma a casa non funziona».

Nel Vangelo il deserto è il luogo dove Satana tenta Cristo, lusingandolo con facili miraggi. Promesse di potere, di dominio. Ha mai subito l'allettamento del senso di onnipotenza? Lo "slogan" delle sue imprese era «no limits»…

«Non funziona così. Il senso di potere che provo va tutto a mio vantaggio. Mi sento forte abbastanza da superare le difficoltà, ma non perdo il senso della misura. Sono entrata nel deserto con umiltà e ho avuto la conferma che solo con umiltà si può uscirne. Il senso di potere che si prova consiste nella profonda conoscenza di se stessi. È proprio questa a far capire i limiti. Esistono, eccome. E vanno riconosciuti. L'obiettivo dell'impresa è spostarli in avanti, non certo superarli. Nel Kalahari, senz'acqua, soffrendo fisicamente la disidratazione, mi ero data una scadenza: se entro domani a mezzogiorno non trovo acqua mollo tutto e chiamo i soccorsi. Mai mettere a repentaglio la vita. E poi ho una famiglia, un figlio».

Il deserto è assenza: niente cibo né acqua. Nei primi secoli della cristianità gli eremiti vi si ritiravano per fare penitenza. Anche lei ha sperimentato la privazione, che è poi il significato del digiuno quaresimale. Come l'ha vissuta?

«È stata dura, ho sofferto. Nel mio caso era un gradino che serviva a capire fin dove potessi spingermi. Parte di un percorso che ho cercato e voluto. Attenzione, però: non ho mai inseguito il rischio. Ho sperimentato che in condizioni estreme il nostro organismo, opportunamente motivato, può dare prestazioni straordinarie. Nel Simpson, quando temevo che un'atleta francese potesse superarmi, ho tenuto una media di venticinque chilometri al giorno, che nel deserto è altissima. Dicevo: queste dune me le mangio. I medici hanno poi spiegato che era scattata la produzione naturale di un ormone simile al "doping"».

Nella spiritualità cristiana il deserto può significare l'annullamento di sé, farsi piccoli come granelli di sabbia. È il senso che gli dava Charles de Foucauld, ritiratosi nel sud dell'Algeria. Difficilmente lei si sentirà anonima, con il clamore di "sponsor" e "mass media"…

«Gli "sponsor", il "team", la ricerca del "record" fanno parte del meccanismo che mi consente di entrare nel deserto. Là in mezzo le regole cambiano. Comincio a camminare bene quando mi sento sabbia. Chi sono io per osare sfidare il deserto? Mi sento piccola, insignificante. Il mio valore è davvero quello di un granello di sabbia. Quando finisco ringrazio il deserto. Lo avverto quasi come un'entità, una presenza. Ne sento la voce. Cammina con me, mi parla. Ascolta le mie debolezze e le mie emozioni».

Nei suoi libri emerge una pace interiore, sia pure in mezzo a tante fatiche. Com'è possibile?

«Quando si raggiunge l'equilibrio con se stessi e con l'ambiente si prova un grande benessere. Non ci sono attriti, non ci sono contrasti, l'unica sofferenza è quella fisica. Ma è il prezzo da pagare per conoscere quella forza interiore che ti fa andare avanti. Dopo l'impresa vengo sottoposta a "test" clinici e psicologici. Un medico mi disse: sembra tornata da una clinica della salute. È il miracolo del deserto».

In un'intervista ha detto: «Il deserto per me, nelle varie manifestazioni, è l'amore con le sue difficoltà, doppiezze o contraddizioni». Come l'ha cambiata questo incontro?

«Mi ha dato una nuova consapevolezza. La capacità di vivere in modo essenziale. Ho imparato a ottimizzare quello che ho davanti, a risparmiare. Dal cibo all'acqua. La gente è abituata a prendere. Ma io non ho mai buttato via. Neanche un pezzo di pane, qui a Milano. Vivere con meno cose aiuta a conoscere se stessi. Il desiderio di possesso denuncia insicurezza. Spesso incontro i ragazzi delle scuole: mi accorgo che hanno bisogno di conoscere i propri obiettivi, in mancanza dei quali inseguono l'auto di lusso e i vestiti firmati».

A proposito di essenzialità: nel Deserto di Simpson, racconta nel suo libro, era una festa prepararsi un brodo con aglio crudo e peperoncino. E nel Taklimakan per il suo onomastico aveva nascosto nello zaino un cioccolatino…

«È bellissimo godere di quello che si ha. Non è sofferenza. È vero che nel mio caso questa privazione era limitata nel tempo, una ventina di giorni. Mi dicevo: proviamo a vedere cosa succede. In realtà succede che il nostro corpo sta meglio: non è fatto per mangiare così tanto e muoversi così poco come in genere facciamo».

Nel Tenéré si è mossa con i "tuareg", nel Kalahari con un boscimano. Cosa le hanno insegnato i popoli nomadi?

«Sono grandi maestri di vita. Mi hanno insegnato ad amare e rispettare il deserto. Quando ti fa soffrire, è dura. Però hanno ragione: solo rispettando ogni essere vivente, entrando in un rapporto francescano con piante e animali, si può sopravvivere. Un mito è da sfatare: non è vero che chi nasce nel deserto soffre meno la sete. Nel Kalahari, senz'acqua, la sofferenza del boscimano era la mia. Questa gente mi ha accolto e rispettato. Io li ho amati, e i loro insegnamenti contrari alla violenza, agli squilibri, ai conflitti, mi sono utili anche nei miei deserti di tutti i giorni».