UN APPELLO

Un’isola di centomila persone nell’oceano di musulmani,
in un Paese che si dichiara "laico".
Alla vigilia delle celebrazioni dedicate all’"Apostolo delle Genti",
che qui è nato e da qui ha cominciato la sua predicazione,
viaggio tra le comunità che tengono vivo il messaggio di Gesù.

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Accorato "appello" alla vigilia dell’anno dedicato a San Paolo…

Chiesa di San Paolo, a Konya. Chiesa di Tarso, in Anatolia. Un pozzo sorge presso la casa dell'Apostolo Paolo...

Dal nostro inviato in Turchia, Anna Maria Brogi
("Avvenire", 4/5/’08)

Colpisce come un "appello", ma ha il sorriso gentile dell’invito. «Venire in Turchia, in quest’"anno paolino": ecco cosa possono fare per noi i cristiani d’Europa». Da un angolo all’altro della profonda Anatolia le voci si levano isolate, distanti, e i testimoni vanno cercati come si cercano due donne in una città di due milioni di abitanti: suor Isabella e suor Serena a Konya. Come si cerca una Chiesa che non sta mai sulla via principale: nemmeno ad Antiochia. Come si cerca un cristiano a Tarso. E non si trova. In un Paese dichiaratamente "laico", ma musulmano al 98 per cento, dove la legge non impedisce le conversioni, ma la società di fatto le condanna, dove la Chiesa non ha personalità giuridica e dunque non ha diritto di proprietà, è "spiazzante" sentirsi dire: «Siamo venute per ringraziare la Turchia della nostra fede». Nella Chiesa di San Paolo suor Isabella Sartori, a Konya dal 1995 insieme con la "consorella" della "Fraternità Gesù Risorto" di Trento, vive così la sua presenza: «Da qui è arrivata la nostra fede. Trento è stata evangelizzata alla fine del quarto secolo da tre monaci della Cappadocia». Città santa per l’islam, dov’è sepolto dal 1273 il fondatore del "sufismo" Rumi (o Mevlana, "il maestro"), all’origine del misticismo dei "dervisci ruotanti", Konya è "metropoli" caotica e centro universitario, con lunghe file di palazzoni in periferia e il verde dei giardini nella piazza principale ricamata di tulipani screziati.
Nella Chiesa di San Paolo la Messa è appena terminata. In coreano, celebrata dal sacerdote che accompagna tredici pellegrini. Sono più numerosi della comunità locale: «Ci contiamo su due mani», scherza suor Isabella. Non ci sono neanche ortodossi, la Chiesa fu costruita nel 1910 per una comunità di lavoratori francesi. Altri tempi, l’impero ottomano. Oggi a tenerla aperta sono queste due donne, e la domenica c’è chi fa anche un’ora e mezzo d’auto per la "liturgia della Parola". «Quando sappiamo che arriva un gruppo avvertiamo i fedeli, per la Messa». Fuori della porta, che un cancello separa dalla strada, la scritta: "Allah sevgidir" («Dio è amore»). È rivolta non tanto ai quei dieci cristiani quanto ai restanti due milioni. «Non facciamo rumore – chiarisce suor Isabella – e dopo tredici anni con i vicini è nato un rapporto amichevole. Cerchiamo di non alimentare polemiche». Ce ne sono state. «Soprattutto dopo il "Discorso" del Papa a
Ratisbona. Gli studenti venivano a farci domande. Per loro abbiamo esposto in Chiesa le frasi del Vangelo». Per i pellegrini, invece, hanno preparato "dépliant" in moltissime lingue (compreso il coreano). «Temiamo che questa Chiesa sia troppo piccola», spera. Non è piccola San Pietro ad Antiochia, dove una targa ricorda che Paolo VI il 29 giugno del 1963 la dichiarò Chiesa di "indulgenza plenaria". Davanti a questa grotta naturale, lunga dodici metri e larga dieci, sventola la bandiera rossa con la mezzaluna e la stella. È proprietà statale, con tanto di biglietto: cinque lire turche, due euro e mezzo. Eppure Antiochia, mediterranea e già "mediorientale", a venticinque chilometri dal confine siriano, conta un migliaio di cristiani, di cui settanta cattolici tra armeni, caldei e latini. Nelle stradine della città vecchia la freccia gialla "Turk Katolik Kilisesi" guida all’ingresso della Chiesa cattolica "turca", celato in un vicolo. Dietro la porta si apre un bianchissimo cortile alberato, sul quale si affacciano la Chiesetta e i locali parrocchiali. Qui vivono padre Domenico Bertogli e Maria Grazia Zambon, laica consacrata della diocesi di Milano. «Siamo un’isola felice – esordisce quest’ultima – , i nostri cristiani sono ben inseriti nella società, hanno buone professioni. Qui c’è una forte tradizione di convivenza e dialogo, anche per la presenza di ebrei e "greco-ortodossi" di lingua araba». «Ma in Turchia – ammette – siamo un’eccezione». È venerdì pomeriggio e in Chiesa c’è la "Via Crucis" in turco. Cosa vi aspettate dall’"anno paolino"? «Che i cristiani in Occidente si ricordino di noi – chiede – . A Efeso si visitano "pietre morte", ma noi pur essendo pochi siamo le "pietre vive". Troppo spesso le nostre comunità si sentono dimenticate. La visita del Papa ci ha ridato coraggio. Ora aspettiamo i pellegrini».
Quanti ne verranno? Centinaia di migliaia, è l’auspicio del
vescovo Luigi Padovese, vicario apostolico per l’Anatolia. Nell’ombroso cortile della sede di Iskenderun, cinquanta chilometri a nord di Antiochia e duecento da Tarso, confessa la sua grande speranza: «Ho chiesto ufficialmente al "Primo Ministro" Recep Erdogan, tramite la "Nunziatura", che a Tarso ci sia un luogo di culto per i cristiani». La lettera è partita in marzo e attende ancora risposta. Una Chiesa per Tarso: l’aveva chiesta anche il cardinale Joachim Meisner, arcivescovo di Colonia, in occasione della visita del "premier" turco in Germania.
Dopo la proclamazione della "Repubblica" nel 1923, i trentamila ortodossi di Tarso andarono in Grecia (per lo scambio delle minoranze) e la Chiesa di San Paolo finì in abbandono. Dagli anni Cinquanta al 1970 fu adibita a caserma, nel 1995 venne restaurata e dichiarata museo. D’impianto "basilicale" a tre navate, con un vasto cortile, è in grado di accogliere un migliaio di persone. Pulitissima e vuota, spalancata, appare il "fantasma" di se stessa. Per celebrarvi Messa occorre un "permesso", come in un qualsiasi luogo pubblico. Per il momento il vescovo ha ottenuto dal "viceprefetto" che nell’"anno paolino" non si paghi il biglietto. Due lire turche, un euro. Museo "gratis".