DALLA MISSIONE

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Un mese di viaggi: il primo per arrivare in India
e tanti altri per incontrare la gente e la spiritualità indiana.

Ecco lo sguardo di una bimba indiana, in sella alla sua moto!

Benedetta Buriol
("Missionarie dell’Immacolata", Gennaio 2008)

Hyderabad, 25 luglio, 23.20 ora locale: una folla di gente colorata accalca le transenne in attesa dei loro parenti.

Ci invade un calore che quasi toglie il respiro e sentiamo odori sconosciuti. Abbiamo mille occhi puntati addosso, siamo le uniche bianche!

Poi una mano emerge dalla folla, Sr. Angelica Besana, delle "Missionarie dell'Immacolata": è l'inizio della nostra missione.

È stato un mese di viaggi, in tutti i sensi.

Il primo, quello forse più ovvio, è stato il viaggio che io e le mie compagne di missione abbiamo dovuto fare per raggiungere le comunità della regione. Oltre alla immancabile jeep, il treno è stato un nostro grande alleato. Fondamentale, direi, per comprendere la realtà dell'India: ci troviamo in una terra immensa, le cui città principali distano almeno sei ore l'una dall'altra e dai finestrini ci passa davanti un paesaggio, un mondo che l'occhio fa fatica a cogliere tutto.

Il secondo è stato il viaggio che ognuna di noi ha dovuto intraprendere nel contatto con una cultura davvero differente, oserei dire impensabile. Così per questo tipo di viaggio non ci sono voluti chilometri e ore di treno, ma la disponibilità dell'incontro ogni volta diverso.

Non siamo state, infatti, chiamate a lavorare, svolgere dei servizi presso qualche centro od ospedale. A noi è toccato il compito forse più arduo per delle milanesi attive e smaniose di sporcarsi le mani: abbiamo dovuto osservare e incontrare. Ogni comunità ci ha accolto e ha aperto per noi le porte delle missioni, così numerose, ma che non bastano mai.

Abbiamo visitato le scuole, spesso con più di tremila ragazzi tutti in divisa e dai volti sempre sorridenti.

Siamo state nei "boarding" dove vivono molte ragazze lontane dalla famiglia. Le suore le accolgono, le fanno crescere, danno loro istruzione e un clima familiare.

Le suore ci hanno accompagnato negli ospedali e per una settimana abbiamo anche dormito all'interno di un ospedale per "hanseniani". Sono state esperienze difficili ma l'incontro con i malati è stato, oserei dire, un incontro spirituale.

Le loro mani giunte in segno di saluto sono un gesto pieno di rispetto e di amore: è un saluto tra due anime, tra due creature di Dio.

Siamo state anche tra le montagne di Aruku con le comunità dei "tribali", dove le suore collaborano ad un progetto per la promozione delle donne e dei loro bambini.

Uno degli incontri più belli che porto nel cuore è stato quello con le donne di un villaggio vicino alla città di Vijayawada, nostra base "logistica" e organizzativa.

In questo villaggio, a ridosso del fiume, c'è una piccola comunità cattolica. Si sparge la notizia della nostra presenza. Una famiglia ci invita e ci accoglie in casa con grande orgoglio: è una stanza misera, ma molto accogliente.

Cominciano ad arrivare altre donne, hanno camminato anche qualche chilometro apposta per noi, per vedere le "sorelle italiane". Insieme a Sister Laura preghiamo e cantiamo ad una voce, nelle nostre lingue. Ci dicono che pregheranno per noi e per le nostre famiglie. Sorrido!

Siamo partite per l'India convinte di passare un mese ad aiutare in qualsiasi modo questa gente che davvero soffre e finiamo per essere riempite di attenzioni e promesse di preghiera per noi, per le nostre vite.

Qui Dio c'è davvero e sta con i poveri e i semplici. È stato dunque anche un viaggio alla ricerca di un incontro con il Signore.

In India tutto "trasuda" di spiritualità. Gli indiani sembrano pregare in ogni momento e in ogni gesto o azione che compiono. Anche il respiro è una preghiera a Dio.

Certo non è stata una esperienza facile. Ho imparato ad osservare e a rispettare, a cercare di capire anche quando avrei voluto gridare. Della cultura indiana credo di aver capito ben poco. Rimangono nel cuore i sorrisi, le mani intrecciate, le carezze e la gioia che questa gente ha condiviso. Porto con me l'idea di una missione che è innanzitutto incontro e presenza, è uno stare, è un dedicarsi all'altro. Rimane la voglia di portare nella nostra vita un po' di India con il suo fascino, la sua spiritualità, con quella semplicità che nasconde il segreto della felicità.