ROMA - PECHINO

RITAGLI    La città labirinto dell’antica Cina    SPAZIO CINA

La mostra racconta la vita di corte e il fasto
conosciuti al tempo dell’imperatore Qianlong, nel ’700.
Visibili opere uniche. L’incontro con il gesuita Giuseppe Castiglione.

Da Roma, Marco Bussagli
("Avvenire", 27/11/’07)

Labirintica e scenografica può essere definita la ricca e bella mostra sulla "Città Proibita" che si è aperta, in questi giorni, presso il "Museo del Corso" a Roma. Curata da Giancarlo Calza, l’esposizione ha una vocazione didattica e documentaristica che la rende particolarmente fruibile ed interessante per tutti coloro che vogliano avere l’illusione, assai concreta però, di passeggiare per la "Città Proibita" al tempo dell’imperatore Qianlong (1711-1799) che regnò fra il 1736 ed il 1796. Continuamente modificata nel corso dei secoli XV e XVIII, "Gugong" (questo il nome cinese della "Città Proibita" di Pechino) fu iniziata, però, nel 1404 e completata sedici anni più tardi, ossia grosso modo, per fare un paragone con l’arte occidentale, nello stesso arco di tempo in cui, a Firenze, Lorenzo Ghiberti stava finendo la Porta Nord del Battistero. Il curatissimo plastico che apre il percorso espositivo permette di apprezzarne tutta l’immensa estensione orientata lungo l’asse nord-sud, circondata da due corsi d’acqua: il Wumen e il Taihemen che danno origine ad un canale. A volerla fu l’imperatore Yong Le della dinastia Ming (1368-1644) che fu anche l’ideatore della prima enciclopedia cinese, più di tre secoli prima di quella di Diderot e D’Alambert. Il complesso è grandioso e vi si accede grazie a cinque ponti che lo raccordano con il rettangolo ancora più grande costituito dalla "Città Imperiale", riservata alle residenze dei funzionari e dei dignitari del regno. In definitiva un’immensa città del potere che ha al suo centro il "Taihedian", ovvero il padiglione della "Suprema Armonia" edificato nel 1695 nelle forme attuali. Qui, si svolgevano le cerimonie principali come quella del capodanno e delle emanazioni degli editti imperiali, proclamati dalla sala del trono, cuore di questa immensa struttura. La convinzione della tradizione politica e religiosa cinese, infatti, vedeva nell’imperatore l’unico interprete della volontà della potentissima divinità del cielo i cui disegni erano riportati sul piano terrestre dal sovrano che abita la "Casa del Calendario" ("Ming T’ang"), ossia la reggia, nella quale egli si comporta come il sole che percorre il cielo. Per questo, quando Qianlong rispose ai doni di Giorgio III d’Inghilterra si comportò come avrebbe fatto il regnante nei confronti di un suo suddito, visto che l’imperatore della Cina altro non era, secondo la concezione cinese, che il sovrano dell’universo. Del resto, la stessa denominazione della Cina, "Ch’un-Kuo", significa il «paese di mezzo», sintetica espressione per dire che quello è l’"ombelico" del mondo. A quest’apparente chiusura nei confronti dell’esterno, però, corrispondeva una grande sensibilità e attenzione verso l’arte europea, filtrata attraverso la presenza di figure di alto rilievo come il padre gesuita Giuseppe Castiglione (1688-1766), pittore e poeta raffinatissimo del quale sono esposte diverse opere in mostra, il quale introdusse in Cina il gusto barocco. Per questo, Qianlong aveva commissionato la realizzazione di edifici analoghi a quelli che aveva visto nelle opere dell’artista italiano per i giardini imperiali. Giunto a Pechino nel 1715, Lang Shinin, questo il nome cinese del Castiglione, aveva introdotto in Cina il celebre trattato di padre Andrea Pozzo (quello della "Gloria di Sant’Ignazio" nell’omonima chiesa romana) dedicato alla "Perspectiva Pictorum et Architectorum" che aveva permesso agli artisti cinesi, a seguito della scuola dell’italiano, di rendere l’illusione della profondità nelle loro opere. Questo e molto altro si può ammirare nell’interessantissima mostra della "Fondazione Cassa di Risparmio", voluta dal presidente Emmanuele Francesco Maria Emanuele, nella quale ci si può prendere la soddisfazione di entrare in una sala che è la fedele ricostruzione di quella del trono, realizzata con le opere originali, portate per la prima volta in Italia per l’occasione.
Corredata da un elegante catalogo edito da "Mondomostre", l’esposizione contempla più di trecento pezzi fra i quali bisogna ammirare una serie di orologi meccanici dalle forme più svariate, ma tutti caratterizzati dalle figure animate che segnano lo scorrere del tempo. Altrettanto sofisticato è, poi, l’arazzo in seta che riproduce l’"Editto di Qianlong" del 1792 che celebra il dominio su Mongoli e Tibetani.
L’opera sembra fresca di pennello, mentre è interamente tessuta. La varietà delle opere esposte, poi, va dalle brocche ai vasi, ai servizi di piatti, fino al vestiario dell’imperatore e della sua corte. Si possono così ammirare le scarpine a "piattaforma" delle dame di corte che rendevano più alta chi le indossava.