Il "Tribunale internazionale" per il "genocidio" dei "khmer rossi"…
Un Paese alla "sbarra"Tra molte
critiche e poche speranze,
procede il "discusso" lavoro dei giudici.
Troppo condizionati da un potere politico,
che non ha interesse a far luce sul "passato".
P.
Alberto Caccaro, "Pime"
("Mondo
e Missione", Agosto-Settembre 2008)
Di recente, in
"taxi" da Phnom
Penh a Prey
Veng, ho incontrato
un uomo. Era seduto, appiccicato alla mia sinistra. Per tutto il tragitto
abbiamo chiacchierato e, come al solito, dopo le "formalità" degli
inizi, le domande sul lavoro, la provenienza di entrambi, lui mi ha parlato
della sua famiglia e dei "khmer rossi". In Cambogia
tutti hanno sofferto e perso qualche congiunto durante il periodo che va dal 17
Aprile 1975 al 6 Gennaio 1979. Lui ha perso sua sorella maggiore.
Quel che sa è che la sorella, quel giorno, cercava di raggiungere il più
vicino "dispensario" per curare il figlioletto febbricitante. Chiese
un passaggio a un gruppo di persone, che con un carro trainato da buoi si stava
dirigendo nella medesima direzione. La sorella non sapeva che quel gruppo in
realtà era destinato alla morte. Stavano uscendo in aperta campagna per l’esecuzione.
Unitasi al gruppo, non riuscì più a fuggire e finirono, lei e il figlioletto,
uccisi. Il fratello ritrovò, pochi giorni dopo, un panno che le apparteneva e
capì che se ne erano andati…
Solo nel Novembre dello scorso anno, dopo quasi 10 anni di trattative e dopo 29
dalla caduta del "regime" dei "khmer rossi", è iniziato il
processo che dovrebbe giudicare i responsabili di questo
"auto-genocidio". Si calcola, infatti, che le vittime siano circa 2
milioni. La posta in gioco è la verità - cosa davvero è successo e perché -
, nonché la giustizia per tutte le vittime. Craig Etcheson - responsabile del
"Cambodian Genocide Program" all’Università di Yale, e consulente
in varie iniziative che riguardano la Cambogia "dopo-Khmer" e il
"Tribunale internazionale" – si chiede, sulle pagine del "Phnom
Penh Post": «Che cosa è dovuto a una donna che ha visto con i propri
occhi i figli e il marito venire uccisi? Non c’è niente che la società possa
fare perché questa donna possa tornare ad essere nuovamente
"integra". La sua vita e la sua dignità saranno irrimediabilmente
intaccate».
Il "Documentation Center of Cambodia" ("DC-C"), che ha il
compito di archiviare tutto il materiale disponibile sui "khmer
rossi", ha censito in questi anni 19.440 "fosse comuni" sparse
sul territorio nazionale e 185 "Centri" di detenzione e tortura.
Qualsiasi verdetto di giustizia umana, non potrà mai restituire le persone
uccise o «guarire» i sopravvissuti, ricostruendo le rovine che si portano
dentro. Chhang Youk, direttore del "DC-C", sostiene che i responsabili
dovrebbero essere condannati complessivamente a due milioni di anni di prigione,
tante sono le vittime del "genocidio" che si è consumato. Forse ha
ragione Hun Sen, l’attuale e inamovibile Primo Ministro che, rispetto a quanto
è accaduto, vorrebbe «scavare una "fossa" e seppellire il passato
per guardare al futuro». Così si legge su "The Khmer Rouge Tribunal"
("Tkrt", pag. 39) pubblicato da John D. Ciorciari del "Documentation
Center of Cambodia".
Anche la pratica buddhista educa a «depotenziare» il passato così che non
eserciti più potere sul presente. Ricordare un dolore o un torto subìto
significa riportare al presente e perpetuare quella sofferenza altrimenti
sepolta o, appunto, passata. Perché sono ancora troppi gli interessi e le
persone coinvolte, al punto che il "Tribunale" che sta lavorando per
giudicare questi crimini è il frutto di una serie di "compromessi" non
trascurabili. Le trattative fra Governo cambogiano e "Onu"
cominciarono nel 1999. Si giunse alla firma dell’"accordo" nel
Giugno del 2003. Il capitale stanziato per le spese processuali è di circa 56
milioni di dollari. Di questi, 13 milioni sono messi a disposizione dal Governo
cambogiano, mentre 43 dalla "comunità internazionale" (sono più di
20 i Paesi coinvolti). Il "Tribunale" potrà giudicare solo quanto è
accaduto tra il 17 Aprile 1975, giorno dell’ingresso dei "khmer
rossi" in Phnom Penh, e il 6 Gennaio 1978, un giorno prima dell’ingresso
delle truppe vietnamite e della successiva caduta del "regime" di Pol
Pot. Quindi non
sarà competente e non potrà occuparsi di quanto avvenuto nei decenni
precedenti e dopo quel periodo. Nulla dell’influenza della guerra tra Vietnam
ed "Usa" sulla vicina Cambogia (dal ’69 al ’73, quando il
Presidente americano Nixon, senza il consenso del "Congresso",
autorizzò il bombardamento della Cambogia, causando non meno di 150mila
vittime); nulla del sostegno della Cina
al "regime" "filo-maoista" di Pol Pot prima, durante e dopo
la sua caduta (negli anni Ottanta, ormai confinati al Nord del Paese, i
"khmer rossi" «costavano» alla Cina 100 milioni di dollari l’anno);
nulla dell’invasione vietnamita durata fino al crollo del "Muro di
Berlino"; e nulla, infine, delle trame occulte che hanno coinvolto la
Cambogia nelle logiche della "Guerra Fredda". Questo "compromesso" sui
tempi, «assolve» chi ha giocato un ruolo indiretto ma non meno grave sugli
eventi. In tal senso, il "Tribunale" potrà giudicare solo i «vecchi
"leader" della "Kampuchea Democratica"» e «coloro che sono
stati i principali responsabili» ("Tkrt", pag. 57) dei crimini in
questione. Per questo, esperti internazionali parlano di una «giustizia
selettiva», perché seleziona ed assolve a priori le nazioni coinvolte e i
"quadri" di livello inferiore, che tuttavia parteciparono all’"auto-genocidio"
cambogiano.
Sin dall’inizio delle trattative, il Governo ha sempre fatto in modo che il
processo avesse il minor impatto possibile sulla società cambogiana: in ogni
villaggio ci sono ex "khmer rossi", così come in ogni Ministero e a
ogni livello della società. Non si può processare l’intero Paese,
sostengono, compreso il suo vecchio ex Re e il suo Primo Ministro… Ci
vogliono, appunto, dei "compromessi" per salvaguardare la stabilità
della nazione. Di fatto, gli imputati sono solo "leader" come Pol Pot,
Nuon Chea, Ieng Sary, Khieu Samphan, Sou Met, Meah Mut, Duch, Ta Mok e Kae Pok,
alcuni dei quali sono già morti. E che dire della scelta dei giudici? Nel
Maggio del 2006 il Re Norodom Sihamoni ha formalmente approvato la lista dei
giudici: 17 di nazionalità cambogiana e 13 provenienti da 10 diversi Paesi. Da
subito si sollevarono critiche sulle procedure di selezione dei giudici
cambogiani e del personale per i servizi connessi al funzionamento dell’intera
"macchina processuale". Il sistema giudiziario cambogiano è
notoriamente "corrotto" e sempre considerato uno strumento a servizio
della politica e non della giustizia. Per questo il Governo ha posto come
condizione che la maggioranza dei giudici fosse cambogiana. Come giustamente ha
fatto notare "The Economist" (23 Dicembre 2006), non è accaduto lo
stesso per gli analoghi tribunali di Ruanda, ex Jugoslavia, Sierra Leone e Timor
Est. «La vera natura della giustizia è che non può essere
"manipolata"», sostiene Basil Fernando, direttore dell’"Asian
Foundation for Human Rights". «E questo è qualcosa che i cambogiani non
capiscono ancora (…). La giustizia non può avere "perimetri"
nazionali, non può esserci una via per Timor Est e un’altra per la
Cambogia».
Il problema non riguarda solo i crimini e i criminali di Pol Pot, ma l’intero
Paese. E non può essere ridotto ai soli crimini di quel periodo, ma anche a
quelli che continuano a consumarsi ancora oggi in modo meno cruento, ma
altrettanto distruttivo per le coscienze e per il tessuto sociale cambogiano. Da
sempre, chi riveste incarichi pubblici di rilievo deve pagare il prezzo di tale
posizione a chi li ha scelti e nominati. Da sempre è così e l’attuale
Governo ha addirittura "sistematizzato" tali pratiche. Anche i giudici
nominati a far parte del "Tribunale internazionale" per giudicare i
"khmer rossi" sono stati nominati a caro prezzo!
Ora, «se queste accuse sono vere, costituiscono la più seria minaccia al
compito affidato al "Tribunale". Invece che essere un esempio di
giustizia per il Paese, il "Tribunale" rischia di riproporre e
rinforzare le peggiori abitudini del sistema giudiziario cambogiano». Così
scrive Leslie Hook del "Cambodia’s Flawed Search for Justice", sulla
rivista "Far Eastern Economic Review". In genere la risposta più
comune a simili critiche è che «ogni Paese ha il problema della
"corruzione"». Oppure: «Stiamo facendo il possibile per minimizzare
tali pratiche». Qualcuno dice anche: «La perfezione è nemica della giustizia;
bisogna scendere a "compromessi" per ottenere qualcosa». Forse è
vero. Un "Tribunale" così è comunque meglio di nulla. I Paesi
coinvolti nel "finanziamento" potrebbero avere voce in capitolo, ma
allo stato attuale non c’è molto ottimismo. E così, la memoria storica,
invece che propiziare un futuro migliore, diventa solo "retorica"
politica a servizio dello "status quo", con "processi-farsa"
che non toccano coloro che hanno denaro e potere.
«È facile, ma inutile, condannare Pol Pot», sostiene Philip Short, autore di
«Pol Pot. Anatomia di uno sterminio», alludendo a come il "leader"
dei "khmer rossi" sia diventato un "capro espiatorio" che
serve solo ad assolvere il Paese. «L’"olocausto" che ha consumato
la Cambogia - scrive - ha richiesto la complicità di una tale porzione della
popolazione, che viene da chiedersi come si sarebbero comportate le vittime se
le parti fossero state invertite». «Il problema principale - aggiunge - è il
fatto che la società cambogiana ha permesso e continua a permettere alla gente
di voltare le spalle a crudeltà allucinanti, senza rendersi in apparenza conto
dell’enormità dei loro gesti…».
Oggi in Cambogia c’è troppa "carne al fuoco" e poche risorse per
dipanare le questioni; per questo le "ferite" restano aperte. Ricordo
con affetto e gratitudine il mio primo insegnante di lingua cambogiana. Non
parlava volentieri di quel periodo, ma una domanda lo tormentava: «Perché
cambogiani contro cambogiani? Questo mi fa vivere nella paura che possa accadere
di nuovo, come se il "male" fosse ancora tra noi…».