Una giovane Coreana, Monaca a Phnom Penh
Cecilia, Missionaria
dietro la "grata"
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"Sedotta"
da Cristo, ha consegnato tutta se stessa alla preghiera e al silenzio.
Una scelta "feconda" per la Chiesa Cambogiana e l'intero Paese.
P.
Alberto Caccaro, "Pime"
("Mondo e
Missione", Novembre 2008)
Appena Cecilia è stata
incoronata con una corona di rose bianche, ho pianto. Di gioia profonda, per
l'accadere del Mistero di Dio dinanzi ai miei occhi increduli. È successo
quest'estate, a Phnom
Penh, nella Chiesa
di Phsar Touch. Cecilia ha fatto la sua prima "professione monastica"
ed è diventata "Suor
Cecilia della Croce",
"Carmelitana
Scalza". In
quell'istante non ho controllato né il cuore né la mente.
Avevo conosciuto Cecilia nell'Agosto del 2002. Lei, giovane di origine coreana,
allora ventitreenne, era venuta in Cambogia
per un'esperienza di servizio ai poveri presso le "Missionarie
della Carità"
di Madre
Teresa di Calcutta.
Tutti i Giovedì celebravo l'Eucarestia in quella stessa "casa" e
così ci incontrammo. Alla fine del suo mese di servizio mi salutò e mi disse
che sarebbe tornata in Corea
per entrare nel Monastero Carmelitano di Seoul.
Mi chiese di pregare per lei e mi regalò una foto del suo futuro Monastero. Di
lei, per alcuni anni, non seppi più niente, fino a ritrovarla in Cambogia
qualche mese fa, pronta per la "professione semplice" cui, appunto, ho
partecipato.
«Consegno me stessa, il mio corpo e il mio spirito, a questa famiglia che Santa
Teresa di Gesù ha
"riformato" per cercare l'amore completo e vero...»: sono le parole
della sua "professione religiosa". Mi chiedo: che valore può avere
questa "consegna", per la vita della Chiesa e del Paese?
Tre anni fa, dalla Corea,
arrivarono cinque Suore, tutte "professe solenni", con lo scopo di
fondare un nuovo Monastero Carmelitano in terra cambogiana. Cecilia non era fra
queste, perché ancora "postulante" presso il "Carmelo" di
Seoul. Dopo l'esperienza dell'Agosto 2002, cominciò a sognare di poter un
giorno conciliare le sue due "vocazioni", quella "monastica"
e quella "missionaria": voleva essere Monaca per la Cambogia e in
Cambogia. Non si stancò quindi di chiedere al Signore il dono di questa duplice
"grazia".
Nel Dicembre del 2007, Cecilia torna. Ha alle spalle un cammino in progressiva
"accelerazione": a 23 anni il primo viaggio in Cambogia, a 25
l'ingresso in Monastero, a 29 il ritorno e la prima "professione
monastica".
Anche la Chiesa Cambogiana è in progressiva "accelerazione" e a
rischio di «sbandare». Per questo ha bisogno dell'aiuto di "Suor Cecilia
della Croce". Partecipando all'ultimo "Sinodo" della Chiesa ho
chiaramente avvertito l'urgenza di dare alla nostra gente «strumenti per il
lavoro interiore». La fede è anzitutto comunione di vita con Cristo. In questo
senso la "clausura" di Cecilia, in corpo e spirito, mostra bene il
Mistero della "presenza" di Gesù: Lui è talmente affascinante che
può diventare «mia prigione e sola mia libertà», come recita un verso di una
poesia di Elena Bono che mi ha molto colpito. Stare con Lui, stare alla Sua
"presenza" è il motivo che ha spinto Cecilia ad entrare in
"clausura". «Mi hai sedotto, Signore, ed io mi sono lasciato
sedurre» (Ger 20,7): la "clausura" viene perché Lui è qui e
"seduce". Claire
Ly, donna di origine
cambogiana, sopravvissuta a Pol Pot e convertitasi al cristianesimo, così
racconta: «Non sono approdata al cristianesimo per cercare una
"morale" o un'"etica", ma per trovarvi il "viso"
di Gesù Cristo, il cui richiamo e la cui freschezza hanno toccato tutta la mia
persona».
Quando ho visto la Superiora del Monastero mettere sul capo di Cecilia la corona
di rose bianche, ho capito che si stava compiendo un passo importante per la
"rinascita spirituale" della Chiesa e dell'intera nazione cambogiana.
Cecilia sembrava davvero una sposa e con quella corona rendeva comprensibile il
carattere "sponsale" della nostra fede. La sposa era pronta per andare
incontro allo Sposo. Io, che contemplavo la scena, ho capito fino a che punto
può spingersi la vita dell'anima.
Penso al Monastero come a un
luogo, dove s'intercede per il bene di tutti. Per il bene di questa nazione. Mi
piace intendere la preghiera continua dei Monaci e delle Monache come un
tentativo di intrattenere Dio perché non se ne vada da questa terra. La
bellezza dei canti, l'armonia delle voci, l'attenzione ai dettagli, tutto
insomma, quasi si volesse incoraggiare Dio a stare un po' di più con noi e noi
a diventare uno "spazio" per Lui.
Anche la mia cuoca, giovane cristiana di origine vietnamita, nella sua
semplicità, tutti i giorni porta all'altare un fiore fresco. «Perché Dio, che
noi preghiamo solo la Domenica, abbia, nei giorni "feriali", almeno la
consolazione del profumo di un fiore». Che profondo "mistero" si cela
dietro questi gesti semplici e dietro quella corona di rose bianche.
Se questa può sembrare un'esperienza personale, vorrei invece si manifestasse
nel suo significato "sociale". Scrive Etty
Hillesum nel suo
"Diario": «Spesso, a Westerbork (il "campo di raccolta"
degli "ebrei olandesi" prima della "deportazione" finale –
"ndr") quando andavo in giro con quei chiassosi, litigiosi, e fin
troppo attivi membri del "consiglio ebraico", mi veniva da pensare:
su, lasciatemi essere un "pezzetto" della vostra anima. Lasciatemi
essere la "baracca" in cui si raccoglie la parte migliore, che esiste
sicuramente in ognuno di voi. Io non ho bisogno di fare così tanto, io voglio
solo esserci. Lasciatemi essere l'anima in questo corpo. E prima o poi trovavo
in ognuno di loro un gesto o uno sguardo più nobile, di cui credo fossero
appena coscienti. E me ne sentivo il "custode"».
Mi pare che Cecilia e le sue Consorelle siano come l'anima, in questo
"corpo" che è la società cambogiana. Provano a custodire
quell'umanità che, in noi, si sciupa giorno dopo giorno. Loro, invece, sono
fatte per custodire la nostra origine e verità. Questo è un servizio non solo
offerto alla Chiesa, ma anche all'intera società cambogiana. Per questo è
stato importante un "rito pubblico", nella Chiesa Cattedrale di Phnom
Penh. Perché potessero sussurrare a tutti: «Lasciateci essere un
"pezzetto" della vostra anima».
Quella corona di rose bianche può essere eloquente anche per i nostri amici
"buddhisti", "laici" e Monaci. Non esiste ancora la versione
cambogiana di "Storia di un'anima", l'"autobiografia" di Santa
Teresa del Bambino Gesù.
Ma Suor Cecilia, a suo modo, ne ha già cominciata la traduzione. Sta
introducendo il popolo cambogiano, non solo la Chiesa, al carattere
"sponsale" dell'esperienza di fede cristiana. Si tratta di una
prospettiva originalissima, non deducibile dalle "categorie
spirituali" della tradizione "buddhista". La "mistica
sponsale" è una comunione di destini: espone Dio ed espone l'uomo al
medesimo Destino. Credo che la sola, pura "presenza" di queste Monache
possa offrire l'occasione per un dialogo più profondo tra le due tradizioni
"monastiche". Entrambe tese a capire fino a che punto può spingersi
la vita dell'anima.
La posta in gioco, quindi, non
è appena circoscritta alla vita della piccola "comunità" cattolica
cambogiana. Mi pare che l'intero Paese, la sua storia, la sua cultura e pratica
religiosa, siano sollecitati ad accogliere ciò che non può essere
semplicemente dedotto dall'interno, ma accade solo come "Grazia"
dall'alto. Quando la tradizione impedisce successivi itinerari e vorrebbe porsi
come unico orizzonte, ecco una corona di rose bianche che introduce un'eccedenza
di "senso" mai sospettata prima, ma preparata per noi dal Mistero
della "Pietà Celeste".
Nella nostra società, in Cambogia come altrove - dice un noto filosofo - ,
quello che non si riesce più a fare con l'anima lo si fa con la
"chimica", alludendo a tutta quella varietà di "droghe"
naturali e sintetiche senza le quali non sappiamo chi siamo e, pur seduti gli
uni accanto agli altri, non sappiamo cosa dirci. Dio sia Benedetto se c'è dato
di incontrare una donna che ci aiuti a capire fino a che punto può spingersi la
vita dell'anima. Grazie, Suor Cecilia, perché sei "della Croce" e
perché sei qui in Cambogia.
Celebrata per la prima volta il 13 Maggio 1953, dal 1959 la "Giornata Pro Orantibus" è stata fissata, per volere di Giovanni XXIII, al 21 Novembre, Festa della "Presentazione di Maria al Tempio". Un modo per ricordare in tutto il mondo la presenza delle "claustrali", per pregare con loro e per loro. Nel mondo sono oltre 3.500 i Monasteri di Clausura, dove vivono nel silenzio e nella preghiera circa 47mila Monache e 8mila Novizie. Da sempre è molto stretto il legame tra la "clausura" e la Missione «ad gentes»: non a caso proprio una "claustrale" - Santa Teresa di Lisieux - dal 1927 è la "Patrona delle Missioni".