Costruire un «futuro di pace», continuando a scavalcare i muri,
come ha
fatto il fondatore.
Il successore di frère Roger addita il cammino della comunità.
E insiste: «Vogliamo essere il volto di una Chiesa capace di accoglienza».
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Sono attesi in decine e decine di migliaia, da tutta Europa. Ma
questa volta non sarà la stessa cosa. L’incontro europeo dei giovani a
Milano, tappa di quel Pellegrinaggio di fiducia sulla terra che la comunità
ecumenica di Taizé promuove da 28 anni, per la prima volta si celebrerà senza
la figura minuta del fondatore Roger Schutz. Dal 28 dicembre al primo gennaio la
città di Ambrogio sarà invasa pacificamente da questo esercito orante, ma
nelle chiese e nelle famiglie (dove verranno ospitati i giovani) sarà
inevitabile riandare all’agosto scorso, e a quelle coltellate inferte con foga
a un vecchio in ginocchio.
«Quando ripensiamo a come il nostro fondatore è stato ammazzato, ci mancano le
parole. In una luce cristiana, però, la sua morte è quanto mai eloquente». A
parlare è
C’è grande attesa a Milano per l’incontro europeo dei giovani. Cosa
vi aspettate come comunità? In che modo ricorderete il fondatore in questa
occasione?
Ci attendiamo che nei giovani si risvegli la speranza. Certamente
ricorderemo le parole di frère Roger; faremo memoria della sua vita,
perché proprio lui ha voluto questo Pellegrinaggio di fiducia sulla terra. Ma
nel compiere questo cammino non possiamo fermarci al passato, perché il nostro
compito è quello di lavorare per preparare un «futuro di pace», come scrisse
proprio l’anno scorso ai giovani frère Roger. E poi dobbiamo
continuare a creare occasioni per cercare il volto di una Chiesa capace di
accoglienza. Era questa una delle preoccupazioni maggiori di frère Roger,
che noi intendiamo raccogliere. Diceva: «Quando la Chiesa ascolta, cura e
riconcilia diventa il più limpido riflesso dell’amore».
Con la morte del fondatore, per Taizé termina una tappa della sua
storia e se ne apre una nuova…
Dovremo cercare di non tradire le intuizioni fondamentali di frère
Roger e di viverle nella nostra vita comunitaria. Questo significa prima di
tutto fedeltà alla vita monastica e autosufficienza attraverso il lavoro
quotidiano. Vogliamo con la nostra vita continuare a cercare di «anticipare» l’unità
della Chiesa. E poi la condivisione con i più poveri in diverse parti del mondo
e l’accoglienza dei giovani. Non dovremo essere sordi alle nuove esigenze e
sfide che la vita ci metterà di fronte. Dio ci guiderà per mano se saremo
aperti a vivere «l’oggi di Dio», come amava dire frère Roger.
Mondo e Missione ha dedicato l’anno scorso un servizio speciale alle
comunità di Taizé presenti nei vari continenti (M.M., maggio 2004, pp. 41-56).
Anche questa esperienza continuerà ad essere parte fondante del vostro carisma?
Fin dagli inizi della comunità di Taizé, frère Roger aveva voluto
mandare alcuni fratelli a vivere nei contesti di maggiore povertà in Senegal,
Brasile e Bangladesh. Non potevamo starcene rintanati sulla collina di Taizé.
Oggi come allora dobbiamo essere presenti in quei luoghi per imparare cosa
significa vivere il Vangelo. I fratelli che vivono in quelle fraternità lontane
ci aiutano a capire come vivere alla sequela di Gesù. Per questa ragione siamo
anche presenti in Corea, un Paese diviso, dove la guerra fredda non è ancora
terminata.
A Milano si terrà una tappa del Pellegrinaggio di fiducia sulla terra.
Frère
Roger ha pagato ben caro l’atteggiamento di fiducia… Dopo il suo assassinio
non è mutato per voi il senso di questa parola?
La fiducia resta per noi una parola essenziale di frère Roger.
Attraverso questa parola ci ha indicato il cammino da percorrere: fiducia in
Dio, fiducia nei fratelli, fiducia nella possibilità di superare tutte le
divisioni. Frère Roger ha vissuto questo atteggiamento fino all’ultimo
istante della sua vita con semplicità. Noi vogliamo continuare a fare
altrettanto.
C’è chi ha paragonato la morte del vostro fondatore a quella di altri
uomini di pace: Luther King, Ghandi, mons. Romero… Una grande responsabilità.
Il fatto che frère Roger abbia dato la sua vita come tanti altri è
per noi un’enorme sfida. Anche per noi questo dono della nostra vita comincia
ogni giorno. Un vecchio amico di frère Roger, giornalista, già
direttore di Le Monde, ha scritto che «ha saputo reinventare il modo
di essere uomo, con un linguaggio capace di essere compreso da tutti». Senza
nascondere le proprie vulnerabilità e le proprie battaglie interiori, ha saputo
modificare tutto un modo di concepire la fede in un numero enorme di persone.
Ora lascia un grande vuoto in coloro che l’hanno conosciuto e amato. E nella
nostra comunità. Qualche tempo fa, a cena, un fratello che vive in comunità
fin dai suoi albori, ricordava i tempi eroici, quando mancava tutto e nello
stesso tempo si viveva la grazia di ogni inizio. Ho fiducia che, tutti insieme,
si riesca a vivere una continuità senza fratture.
Le Chiese d’Europa non attraversano un momento molto positivo. In
questo contesto segnato da dissidi e divisioni frère
Roger ha giocato il suo carisma d’unità. Cosa direbbe, se dovesse spiegare l’apporto
dato da Taizé alla causa dell’ecumenismo?
Sono convinto che l’originalità di frère Roger sia stata quella
di mostrare che la riconciliazione è possibile e che non possiamo accampare
scuse per non riconciliarci. Ci sono questioni teologiche da risolvere, ma già
oggi possiamo anticipare la riconciliazione. Frère Roger ha detto che
aveva riconciliato in se stesso la fede in cui è nato con quella della Chiesa
cattolica, senza rompere con nessuno. Noi vogliamo continuare il suo cammino.
Il Papa Benedetto XVI ha avuto parole speciali per frère Roger, lo ha
definito «pioniere dell’unità».
Il Papa ci ha commosso. Messaggi di grande affetto sono giunti anche dal
patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, dal patriarca di Mosca Alessio II e
dall’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams. La questione della divisione
della Chiesa è però motivo di continua sofferenza. Come possiamo parlare ai
giovani del Dio dell’amore se proprio tra noi perdurano le divisioni? La
credibilità stessa del Vangelo è ferita dalle nostre divisioni. L’ecumenismo
non ha altro scopo in sé se non quello di portare a Cristo. Noi non vogliamo
essere considerati come il movimento di Taizé, ma indicare la strada di Cristo
ai giovani e poi rimandarli nelle comunità di provenienza perché con fantasia
compiano i passi possibili verso l’unità. Nel cuore di Dio la Chiesa è una.
Si è descritto spesso frère Roger come un uomo capace di «scavalcare
i muri»…
È una bella definizione. Come suoi fratelli cercheremo di mettere a frutto le
astuzie che ci ha insegnato per «scavalcare i muri». La verità è che è
stato un anticipatore in molte cose… Prendiamo il muro che divideva l’Europa:
frère Roger non ha mai accettato quella divisione e si è battuto
perché quella barriera cadesse.
Taizé nacque dopo la seconda guerra mondiale. Il sogno del fondatore
era l’Europa riconciliata. Oggi la situazione è molto differente. I grandi
conflitti sono risolti e il vecchio continente vive in pace. Il sogno di frère
Roger si è compiuto?
I giovani d’Europa sono chiamati oggi ad avere uno sguardo più ampio. Le
aspirazioni regionali non devono tornare a suscitare violenze o desideri di
divisione. Negli ultimi tempi frère Roger parlava sempre più di pace. Viviamo
un’epoca in cui il rafforzamento della pace in Europa può aiutare nella
conquista della pace anche in altre aree del mondo. È un sogno possibile se
guardiamo all’Europa come a qualcosa di più e più ampio che non solo ad un
mercato comune. Qui a Taizé vediamo che l’Europa dei popoli sta
crescendo rapidamente. È impressionante vedere come i Paesi baltici, per
esempio, stanno recuperando il terreno perduto. E quanta voglia abbiano i
giovani di quei Paesi di sentirsi europei…
Lei, frère Alois, è considerato uno degli artefici dell’apertura
di Taizé ai giovani e alle realtà dell’Est Europa…
La storia della mia famiglia è quella degli emigrati dall’Est. Dopo la
guerra, i miei, un famiglia di agricoltori, lasciarono la Cecoslovacchia per la
Germania. Quella dell’emigrazione, dello sradicamento, è una ferita che la
mia famiglia si porta dentro. Poi ho continuato più a Ovest, verso la Francia,
verso Taizé. Qui però ho compreso che si possono curare le ferite
della storia. E che come cristiani possiamo aiutare a sanarle. Per me, tornare
nei Paesi dell’Est era un modo per contribuire all’edificazione dell’Europa.
Sono caduti i muri fisici, ma mi sembra di capire che ce ne sono di ben
altri…
A Taizé gli incontri sembrano sempre gioiosi e festanti. Ma poi, ascoltando i
giovani di ogni parte del mondo, tocchiamo con mano le domande e le sofferenze.
Oggi in Occidente ci sono tante povertà nascoste. Madre Teresa disse una volta
a frère Roger che in Occidente ci sono posti dove la morte è
invisibile, luoghi in cui ci sono giovani, che sono vivi, ma in realtà sono
morti dentro. Sono i luoghi dell’abbandono, della solitudine e dell’incomprensione,
che esistono in ogni città e in ogni esperienza umana. Se noi potessimo
accompagnare questi giovani, sarebbe già molto. E se, con i giovani, noi
potessimo saltare dei muri... Un esempio: l’inverno scorso abbiamo avuto a
Taizé giovani serbi e croati che hanno patito storie di violenza e di
guerra. Ci dicevano che dove vivono non è possibile per loro incontrarsi e
parlarsi. Qui hanno fatto questa esperienza che li ha trasformati. Prima della
solidarietà e della riconciliazione c’è l’ascolto. L’ascolto è una
realtà talmente importante. È necessario, per esempio, che i giovani europei
ascoltino gli africani, che hanno la sensazione che la situazione dei loro Paesi
non interessi nessuno. L’ascolto reciproco può essere oggi una chiave
fondamentale.
Milano si prepara ad accogliere i giovani che vogliono vivere questa
dimensione di ascolto e preghiera. Quale sarà il messaggio particolare di
questo incontro?
Vivere un momento di pace nella grande città. Siamo convinti che la gente sia
davvero buona. Lo sperimentiamo per esempio in occasione delle grandi catastrofi
come lo tsunami: quanta gente ha aiutato e si è messa a disposizione!
Non aspettiamo le grandi catastrofi per far venir fuori questa bontà che è in
noi; viviamo la bontà nelle relazioni quotidiane delle nostre città. Basta
davvero poco. L’ospitalità, per esempio, è uno dei modi per dimostrare la
nostra bontà.
E cosa chiede per i giovani partecipanti?
Che scoprano la Chiesa come un luogo di ascolto, amicizia e solidarietà.
L'erede venuto dall'Est
Di origine tedesca, di nazionalità francese dal 1984, cattolico, frère
Alöis è nato l’11 giugno 1954 in Baviera ed è cresciuto a Stoccarda. I suoi
genitori sono nati e cresciuti nell’allora Cecoslovacchia. Dopo diversi
periodi di tempo trascorsi a Taizé, si ferma come permanente, quindi entra in
comunità nel 1974. Ha compiuto numerosi viaggi nei Paesi dell’Europa centrale
ed orientale per sostenere i cristiani di questi Stati, allora sotto l’influenza
sovietica.
Seguendo la regola di Taizé, frère Roger, in accordo con i fratelli,
durante il capitolo della comunità nel gennaio 1998, lo ha designato come suo
successore. Nel gennaio 2005 frère Roger aveva annunciato alla comunità che
frère Alöis avrebbe iniziato il suo ministero quest’anno. Negli ultimi
anni, frère Alöis ha coordinato l’organizzazione degli incontri
internazionali a Taizé e di quelli europei in numerose metropoli. Interessato
alla musica e alla liturgia, ha sempre dedicato molto tempo all’ascolto ed all’accompagnamento
dei giovani.