RITAGLI   A colloquio con frère Alöis Loser,   COMUNITÀ DI TAIZÉ
nuovo priore di Taizé

Costruire un «futuro di pace», continuando a scavalcare i muri,
come ha fatto il fondatore.
Il successore di frère Roger addita il cammino della comunità.
E insiste: «Vogliamo essere il volto di una Chiesa capace di accoglienza».

Frère Aloise, insieme a Frère Roger: passaggio di testimone!

Giuseppe Caffulli
("Mondo e Missione", Dicembre 2005)

Sono attesi in decine e decine di migliaia, da tutta Europa. Ma questa volta non sarà la stessa cosa. L’incontro europeo dei giovani a Milano, tappa di quel Pellegrinaggio di fiducia sulla terra che la comunità ecumenica di Taizé promuove da 28 anni, per la prima volta si celebrerà senza la figura minuta del fondatore Roger Schutz. Dal 28 dicembre al primo gennaio la città di Ambrogio sarà invasa pacificamente da questo esercito orante, ma nelle chiese e nelle famiglie (dove verranno ospitati i giovani) sarà inevitabile riandare all’agosto scorso, e a quelle coltellate inferte con foga a un vecchio in ginocchio.
«Quando ripensiamo a come il nostro fondatore è stato ammazzato, ci mancano le parole. In una luce cristiana, però, la sua morte è quanto mai eloquente». A parlare è
frère Alois Löser, successore di frère Roger e nuovo priore di Taizé. «Ora a noi tocca camminare sulla strada che ha tracciato: restare vicini al Vangelo, nell’ascolto della Parola di Dio, per vivere di Cristo Risorto».
In vista dell’evento di Milano, che già sette anni fa ospitò l’incontro, e per rendere testimonianza del dono che tutta la Chiesa ha ricevuto attraverso frère Roger, il neo priore di Taizé ha accettato di rispondere alle domande di Mondo e Missione.

C’è grande attesa a Milano per l’incontro europeo dei giovani. Cosa vi aspettate come comunità? In che modo ricorderete il fondatore in questa occasione?
Ci attendiamo che nei giovani si risvegli la speranza. Certamente ricorderemo le parole di frère Roger; faremo memoria della sua vita, perché proprio lui ha voluto questo Pellegrinaggio di fiducia sulla terra. Ma nel compiere questo cammino non possiamo fermarci al passato, perché il nostro compito è quello di lavorare per preparare un «futuro di pace», come scrisse proprio l’anno scorso ai giovani frère Roger. E poi dobbiamo continuare a creare occasioni per cercare il volto di una Chiesa capace di accoglienza. Era questa una delle preoccupazioni maggiori di frère Roger, che noi intendiamo raccogliere. Diceva: «Quando la Chiesa ascolta, cura e riconcilia diventa il più limpido riflesso dell’amore».

Con la morte del fondatore, per Taizé termina una tappa della sua storia e se ne apre una nuova…
Dovremo cercare di non tradire le intuizioni fondamentali di frère Roger e di viverle nella nostra vita comunitaria. Questo significa prima di tutto fedeltà alla vita monastica e autosufficienza attraverso il lavoro quotidiano. Vogliamo con la nostra vita continuare a cercare di «anticipare» l’unità della Chiesa. E poi la condivisione con i più poveri in diverse parti del mondo e l’accoglienza dei giovani. Non dovremo essere sordi alle nuove esigenze e sfide che la vita ci metterà di fronte. Dio ci guiderà per mano se saremo aperti a vivere «l’oggi di Dio», come amava dire frère Roger.

Mondo e Missione ha dedicato l’anno scorso un servizio speciale alle comunità di Taizé presenti nei vari continenti (M.M., maggio 2004, pp. 41-56). Anche questa esperienza continuerà ad essere parte fondante del vostro carisma?
Fin dagli inizi della comunità di Taizé, frère Roger aveva voluto mandare alcuni fratelli a vivere nei contesti di maggiore povertà in Senegal, Brasile e Bangladesh. Non potevamo starcene rintanati sulla collina di Taizé. Oggi come allora dobbiamo essere presenti in quei luoghi per imparare cosa significa vivere il Vangelo. I fratelli che vivono in quelle fraternità lontane ci aiutano a capire come vivere alla sequela di Gesù. Per questa ragione siamo anche presenti in Corea, un Paese diviso, dove la guerra fredda non è ancora terminata.

A Milano si terrà una tappa del Pellegrinaggio di fiducia sulla terra. Frère Roger ha pagato ben caro l’atteggiamento di fiducia… Dopo il suo assassinio non è mutato per voi il senso di questa parola?
La fiducia resta per noi una parola essenziale di frère Roger. Attraverso questa parola ci ha indicato il cammino da percorrere: fiducia in Dio, fiducia nei fratelli, fiducia nella possibilità di superare tutte le divisioni. Frère Roger ha vissuto questo atteggiamento fino all’ultimo istante della sua vita con semplicità. Noi vogliamo continuare a fare altrettanto.

C’è chi ha paragonato la morte del vostro fondatore a quella di altri uomini di pace: Luther King, Ghandi, mons. Romero… Una grande responsabilità.
Il fatto che frère Roger abbia dato la sua vita come tanti altri è per noi un’enorme sfida. Anche per noi questo dono della nostra vita comincia ogni giorno. Un vecchio amico di frère Roger, giornalista, già direttore di Le Monde, ha scritto che «ha saputo reinventare il modo di essere uomo, con un linguaggio capace di essere compreso da tutti». Senza nascondere le proprie vulnerabilità e le proprie battaglie interiori, ha saputo modificare tutto un modo di concepire la fede in un numero enorme di persone. Ora lascia un grande vuoto in coloro che l’hanno conosciuto e amato. E nella nostra comunità. Qualche tempo fa, a cena, un fratello che vive in comunità fin dai suoi albori, ricordava i tempi eroici, quando mancava tutto e nello stesso tempo si viveva la grazia di ogni inizio. Ho fiducia che, tutti insieme, si riesca a vivere una continuità senza fratture.

Le Chiese d’Europa non attraversano un momento molto positivo. In questo contesto segnato da dissidi e divisioni frère Roger ha giocato il suo carisma d’unità. Cosa direbbe, se dovesse spiegare l’apporto dato da Taizé alla causa dell’ecumenismo?
Sono convinto che l’originalità di frère Roger sia stata quella di mostrare che la riconciliazione è possibile e che non possiamo accampare scuse per non riconciliarci. Ci sono questioni teologiche da risolvere, ma già oggi possiamo anticipare la riconciliazione. Frère Roger ha detto che aveva riconciliato in se stesso la fede in cui è nato con quella della Chiesa cattolica, senza rompere con nessuno. Noi vogliamo continuare il suo cammino.

Il Papa Benedetto XVI ha avuto parole speciali per frère Roger, lo ha definito «pioniere dell’unità».
Il Papa ci ha commosso. Messaggi di grande affetto sono giunti anche dal patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, dal patriarca di Mosca Alessio II e dall’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams. La questione della divisione della Chiesa è però motivo di continua sofferenza. Come possiamo parlare ai giovani del Dio dell’amore se proprio tra noi perdurano le divisioni? La credibilità stessa del Vangelo è ferita dalle nostre divisioni. L’ecumenismo non ha altro scopo in sé se non quello di portare a Cristo. Noi non vogliamo essere considerati come il movimento di Taizé, ma indicare la strada di Cristo ai giovani e poi rimandarli nelle comunità di provenienza perché con fantasia compiano i passi possibili verso l’unità. Nel cuore di Dio la Chiesa è una.

Si è descritto spesso frère Roger come un uomo capace di «scavalcare i muri»…
È una bella definizione. Come suoi fratelli cercheremo di mettere a frutto le astuzie che ci ha insegnato per «scavalcare i muri». La verità è che è stato un anticipatore in molte cose… Prendiamo il muro che divideva l’Europa: frère Roger non ha mai accettato quella divisione e si è battuto perché quella barriera cadesse.

Taizé nacque dopo la seconda guerra mondiale. Il sogno del fondatore era l’Europa riconciliata. Oggi la situazione è molto differente. I grandi conflitti sono risolti e il vecchio continente vive in pace. Il sogno di frère Roger si è compiuto?
I giovani d’Europa sono chiamati oggi ad avere uno sguardo più ampio. Le aspirazioni regionali non devono tornare a suscitare violenze o desideri di divisione. Negli ultimi tempi frère Roger parlava sempre più di pace. Viviamo un’epoca in cui il rafforzamento della pace in Europa può aiutare nella conquista della pace anche in altre aree del mondo. È un sogno possibile se guardiamo all’Europa come a qualcosa di più e più ampio che non solo ad un mercato comune. Qui a Taizé vediamo che l’Europa dei popoli sta crescendo rapidamente. È impressionante vedere come i Paesi baltici, per esempio, stanno recuperando il terreno perduto. E quanta voglia abbiano i giovani di quei Paesi di sentirsi europei…

Lei, frère Alois, è considerato uno degli artefici dell’apertura di Taizé ai giovani e alle realtà dell’Est Europa…
La storia della mia famiglia è quella degli emigrati dall’Est. Dopo la guerra, i miei, un famiglia di agricoltori, lasciarono la Cecoslovacchia per la Germania. Quella dell’emigrazione, dello sradicamento, è una ferita che la mia famiglia si porta dentro. Poi ho continuato più a Ovest, verso la Francia, verso Taizé. Qui però ho compreso che si possono curare le ferite della storia. E che come cristiani possiamo aiutare a sanarle. Per me, tornare nei Paesi dell’Est era un modo per contribuire all’edificazione dell’Europa.

Sono caduti i muri fisici, ma mi sembra di capire che ce ne sono di ben altri…
A Taizé gli incontri sembrano sempre gioiosi e festanti. Ma poi, ascoltando i giovani di ogni parte del mondo, tocchiamo con mano le domande e le sofferenze. Oggi in Occidente ci sono tante povertà nascoste. Madre Teresa disse una volta a frère Roger che in Occidente ci sono posti dove la morte è invisibile, luoghi in cui ci sono giovani, che sono vivi, ma in realtà sono morti dentro. Sono i luoghi dell’abbandono, della solitudine e dell’incomprensione, che esistono in ogni città e  in ogni esperienza umana. Se noi potessimo accompagnare questi giovani, sarebbe già molto. E se, con i giovani, noi potessimo saltare dei muri... Un esempio: l’inverno scorso abbiamo avuto a Taizé giovani serbi e croati che hanno patito storie di violenza e di guerra. Ci dicevano che dove vivono non è possibile per loro incontrarsi e parlarsi. Qui hanno fatto questa esperienza che li ha trasformati. Prima della solidarietà e della riconciliazione c’è l’ascolto. L’ascolto è una realtà talmente importante. È necessario, per esempio, che i giovani europei ascoltino gli africani, che hanno la sensazione che la situazione dei loro Paesi non interessi nessuno. L’ascolto reciproco può essere oggi una chiave fondamentale.

Milano si prepara ad accogliere i giovani che vogliono vivere questa dimensione di ascolto e preghiera. Quale sarà il messaggio particolare di questo incontro?
Vivere un momento di pace nella grande città. Siamo convinti che la gente sia davvero buona. Lo sperimentiamo per esempio in occasione delle grandi catastrofi come lo tsunami: quanta gente ha aiutato e si è messa a disposizione! Non aspettiamo le grandi catastrofi per far venir fuori questa bontà che è in noi; viviamo la bontà nelle relazioni quotidiane delle nostre città. Basta davvero poco. L’ospitalità, per esempio, è uno dei modi per dimostrare la nostra bontà.

E cosa chiede per i giovani partecipanti?
Che scoprano la Chiesa come un luogo di ascolto, amicizia e solidarietà.

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Di origine tedesca, di nazionalità francese dal 1984, cattolico, frère Alöis è nato l’11 giugno 1954 in Baviera ed è cresciuto a Stoccarda. I suoi genitori sono nati e cresciuti nell’allora Cecoslovacchia. Dopo diversi periodi di tempo trascorsi a Taizé, si ferma come permanente, quindi entra in comunità nel 1974. Ha compiuto numerosi viaggi nei Paesi dell’Europa centrale ed orientale per sostenere i cristiani di questi Stati, allora sotto l’influenza sovietica.
Seguendo la regola di Taizé, frère Roger, in accordo con i fratelli, durante il capitolo della comunità nel gennaio 1998, lo ha designato come suo successore. Nel gennaio 2005 frère Roger aveva annunciato alla comunità che frère Alöis avrebbe iniziato il suo ministero quest’anno. Negli ultimi anni, frère Alöis ha coordinato l’organizzazione degli incontri internazionali a Taizé e di quelli europei in numerose metropoli. Interessato alla musica e alla liturgia, ha sempre dedicato molto tempo all’ascolto ed all’accompagnamento dei giovani.