DIARIO

 La gratuità estrema del "distacco da sé",

RITAGLI

 il prezzo che la missione chiede di pagare

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P. Franco Cagnasso

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( Mondo e Missione, Marzo 2002 )

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C'è un martirio incruento 

che può toccare in sorte a chi annuncia il Vangelo agli estremi confini della terra. 

È quando tutto (la povertà schiacciante, la solitudine del missionario, 

la coscienza della sua debolezza) si traduce nella domanda: "Ne vale la pena?".

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Il giubileo ci ha regalato la riscoperta dei martiri, sparsi in tutto il mondo e in tutte le Chiese. Ne ha parlato con entusiasmo e profondità il Papa, ci sono state celebrazioni nelle comunità, e il Martirologio del XX secolo resta come testimonianza e prezioso atto ecumenico.
Tuttavia, anche un bel regalo corre qualche rischio. L'abitudine, che logora ogni iniziativa, e la retorica, che si fa merito della sofferenza degli altri; oppure il rischio di idealizzare il martirio, ovattandolo in celebrazioni belle ma senza consapevolezza del sangue e del dolore. Persino la croce, segno di una morte atroce, è da molti ridotta a gingillo, orecchino, prezioso soprammobile…
Questo rilievo vale ancora di più se si vuol parlare di un "martirio incruento". L'idea di un "martirio nel quotidiano" affascina pie persone che, alla ricerca di parole nuove per la loro vita spirituale, etichettano come "martirio" qualsiasi difficoltà, contrasto o mal di denti…
Riferendomi in particolare ai missionari, onestà vuole che si sottolinei, prima di tutto, che il missionario è un uomo o una donna grandemente privilegiato dalla vita. Non tanto perché, anche in situazioni di disagio, povertà, ostilità o persecuzioni, gode quasi sempre più protezioni della gente comune, perché sostenuto dalla solidarietà dei confratelli e della Chiesa, dalla sua preparazione culturale, a volte dalla condizione di straniero. Molto di più il suo "privilegio" sta nel fatto che lui o lei quella vita l'ha scelta, non subita. Danilo Dolci, in un suo libro, riporta il pensiero saggio di uno dei contadini con cui viveva e si batteva per la giustizia in Sicilia: "Danilo tu vivi come noi, sei povero, sei persino stato in prigione con noi… ma noi siamo qui perché ci siamo nati e non possiamo fare altro, tu invece hai scelto di venirci!".
Il missionario ha il dono inestimabile di vivere con motivazioni forti, appoggiandosi alla fede e ad una presenza - Cristo nella sua vita - che, anche quando non percepita emotivamente, è comunque sempre uno stimolo e una fonte di coraggio.
Il segno primo della sua condizione non è la sofferenza, il "martirio", ma la gioia. Niente piagnistei dunque, perché sappiamo bene quanto poche siano le nostre in rapporto alle fatiche del vivere della maggioranza della gente del mondo.
Tuttavia il martirio non è una gara a chi soffre di più. Il martire muore come molti altri, però dando testimonianza di qualcosa, o meglio, di Qualcuno. Questa è la differenza, ed è su questa base che si può riflettere anche sul "martirio incruento" a cui i missionari sono chiamati.

Morte e speranza

Quali dunque i tratti distintivi che lo accompagnano? Il primo è la sconfitta. Se c'è un martire, ci sono degli oppressori, qualcuno che per denaro o potere, fanatismo politico o religioso, o per orgoglio arriva ad uccidere. Il martire, annunciatore di pace e di amore, non è riuscito a fare presa sul suo cuore. Quando muore un martire - o tanti - tocchiamo con mano la forza efficace di satana, il divisore, il menzognero, "omicida fin da principio" (Gv 8, 44).
Chi muore è sconfitto. Portava speranza, predicava amore, difendeva i deboli… ora non c'è più. Tace. Chi lo ha ucciso può dire: "Nel chiuso delle vostre chiese "beati i miti" va bene, ma nella realtà la mitezza è degli stupidi, il Vangelo degli ingenui". Il martire non può rispondere, anzi, la sua morte sta a dimostrare che è vero. La pietra che rotola a chiudere il sepolcro di Gesù seppellisce tutte le illusioni suscitate da lui.
Il martirio fa emergere il mistero dell'iniquità. Il prepotente di fronte al bene spesso s'inasprisce, perché non vuole che le sue opere malvagie vengano alla luce. "Mettiamo alla prova il giusto, vediamo se Dio lo salva, le sue opere per noi sono una condanna, eliminiamolo…" (cfr Sap. 2).
La prova e la sconfitta poi, fanno dilagare la paura. Davanti al martirio si reagisce dicendo che non ci si arrende, che tanti altri riprenderanno l'impegno. È vero, ma nasce anche tanto smarrimento. Ci si chiede quanto rischiare, che cosa fare per non avere altri morti innocenti, se non sia meglio essere più prudenti…

Martiri, cioè discepoli

A Nagasaki, visitando l'emozionante memoriale dei martiri giapponesi del XVII secolo, vi fanno vedere anche i ricordi di quelli che hanno rinnegato. Erano tanti, veri credenti come noi. Hanno sofferto e pianto della loro debolezza quando, minacciati, calpestavano immagini sacre per salvarsi, proteggere la famiglia. Eppure hanno poi conservato e trasmesso ai loro figli la fede, da soli, senza missionari né preti, per oltre due secoli.
Non c'è spazio per la retorica su queste cose, solo per riaffermare con umiltà che il martirio è il modo più alto per essere discepoli. È una grazia, un dono, e ha le stesse caratteristiche della donazione di Gesù sulla croce.
È testimonianza "davanti ai governatori, ai re e ai pagani" (Mt 10, 18). Nel momento in cui accetta di morire, il martire mostra che Cristo per lei o per lui è davvero "il Signore", più importante della sua stessa vita. Afferma che in Lui solo trova salvezza: "Chi perde la sua vita per me la guadagna" (Mt 10, 39).
È abbandono pieno nelle mani di Dio, perché vuol dire fidarsi, rimettere a Lui il giudizio e la propria vita. Gesù muore dicendo: nelle tue mani Signore affido il mio spirito (cfr Lc 23, 46).
Il martirio è per gli altri, dono per i piccoli, i poveri, i disprezzati: Gesù "recupera" al paradiso il ladro condannato e crocifisso con lui "giustamente" (cfr Lc 23, 39-43), allo stesso modo recupera l'amore di Pietro, umiliato dal suo tradimento (cfr Gv 21, 15 ss).
È perdono esplicito, voluto, per chi fa il male. "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno", dice Gesù (Lc 23, 34), e Santo Stefano sotto i colpi di pietra che lo uccidono gli fa eco: "Non imputare loro questo peccato" (At 7, 60).
Nelle testimonianze dei martiri del nostro tempo emergono in modi diversi, ma chiari, questi elementi. Con semplicità tutti, in qualche modo, fanno sapere di essere consapevoli del pericolo; hanno voglia di vivere e di veder trionfare il bene, la pace, la verità. Vorrebbero per sé serenità e sicurezza, ma rimangono per non tradire la loro gente, perché altri possano ancora sperare, per non contraddire ciò in cui credono. E si affidano a Dio.
Il martirio, che è sconfitta, paura, debolezza, scandalo, unisce alla forza della croce.
Che c'è di nuovo nella sopraffazione, nella sofferenza, nell'ingiustizia e nella morte? Nulla. La novità sconvolgente è che si possa soffrire e morire continuando ad amare e sperare.
La croce è quella sconfitta in cui l'amore emerge con tale limpidezza che oggi, a 2000 anni di distanza, continuano a realizzarsi le parole di Gesù: "Quando sarò innalzato attirerò tutti a me" (Gv 12, 32). Infatti oggi, come per duemila anni, innumerevoli uomini e donne di tutti i popoli si lasciano chiamare, conquistare, confortare da quell'Uomo inchiodato su due assi di legno.
Gesù muore sul Calvario, "fuori della città", rifiutato dai poteri politico e religioso. Il martire muore "ai confini", là dove la sua fede è disprezzata, vista come un'insidia e un pericolo.
Questi tratti devono trovarsi nella vita dei missionari, e di ogni cristiano, perché si possa parlare di "martirio incruento" anche per quelli che non sono chiamati al martirio di sangue. E questi tratti spesso ci sono, anche se non sempre evidenti: ne elenco alcuni, come esempio.
Ricordo una riflessione scritta anni fa da padre Enzo Corba a proposito dei missionari in Bangladesh, che erano stati criticati per qualche loro intemperanza. Padre Enzo non negava le ragioni dell'accusa, diceva invece: "Provate a mettervi nei loro panni, a vivere la logorante fatica di essere immersi in una povertà indescrivibile, che avvolge e soffoca e contro la quale si può fare praticamente nulla; provate a sentirvi sempre estranei al mondo a cui vi dedicate e che amate, perché per quanto facciate, siete sempre considerati gli stranieri e i ricchi…".
La fatica non è vivere nel caldo, o più poveramente; è che - per quanto cerchi di essere insieme - c'è sempre un distacco, la lotta contro la sofferenza è ridicolmente insufficiente, le ragioni più vere e profonde non sono capite. L'essere con e per gli altri porta su un confine dove la fede diventa sofferenza, e testimonianza sproporzionata, inutile - come il martirio cruento. È il confine di te stesso, perché vorresti avere una carità capace di portarti davvero insieme ai più poveri, e invece ti scopri mediocre, banale, e se qualcuno dice di ammirarti per le tue scelte, provi soltanto vergogna. È il confine della tua gente, che anche quando ti accetta, non ti sente mai fino in fondo come suo, quando offri stima, dignità e coraggio ti chiede soldi. Non sei mai sicuro se il rapporto sia di amicizia o di interesse... È il confine dell'incomprensione: "Che cosa sei venuto a fare? Non preoccuparti, torna a casa, pensiamo noi ai nostri poveri…".
Restare, sapendo che non riuscirai mai ad abbattere questi confini, e cosciente che ti sentirai sempre meno eroe e sempre più vigliacco in rapporto alle esigenze del Vangelo, credo che sia "martirio". Perché è restare solo nel nome del Signore, senza pretesa di applausi e di risultati, che vengono affidati a Dio.
Non è solo nel confronto con il mondo dei poveri che i confini emergono. Quasi sempre il missionario deve fare i conti con una domanda esplicita: ne vale la pena? Se si fa il conto (ci ha provato Xavier Léon-Dufour in una sua biografia uscita per Piemme nel 1995) di quanto tempo il grande san Francesco Saverio ha effettivamente trascorso in missione e di quanto ne ha "perso" in viaggi, malattie, attese di permessi dai politici, navi che non partivano, decisioni da prendere, il bilancio è impressionante!
La missione spesso chiede di pagare questo prezzo che mette alla prova le vere ragioni per cui il missionario parte. Dopo i lunghi anni di formazione si riesce finalmente a programmare la partenza. E allora s'incomincia con lo studio della lingua franca, poi della lingua locale (tre anni se è il giapponese, due per il cinese, e solo per incominciare a muoversi, spesso con risultati penosamente mediocri…), attese per i visti, tempi di ambientamento, incertezze in molti Paesi che non garantiscono di restare a lungo. Sono tempi di deserto, in cui la tua vita scorre, si consuma e ti chiedi per che cosa, per chi. Perché sono così bravo da poter fare qualcosa? O perché sono collaboratore silenzioso e umile del lavoro dello Spirito, che si serve tanto delle doti umane straordinarie di un Matteo Ricci, quanto dell'offerta di sé, umanamente del tutto "improduttiva", di santa Teresa del Bambino Gesù?
Ne può faticosamente nascere una maturazione più autentica della propria vocazione, un maggiore distacco da sé e dalla propria opera. E allora è davvero "martirio", al confine fra il vivere di fede e di gratuità, e la mentalità dell'efficientismo, del salvare la propria vita ad ogni costo, dedicandola a ciò che dà risultati immediati e visibili.