Difficile raccontare le contraddizioni della missione, evitando stereotipi

RITAGLI    Le parole impotenti    DIARIO

P. Franco Cagnasso*
("Mondo e Missione", Novembre 2006)

«Quei bambini ridono, sembrano felici... com’è possibile?». Invece del mio solito «bla bla», grazie all’amico fotografo Enrico Mascheroni sto presentando splendide diapositive montate con musica ben scelta, che in 20 minuti «dicono» le condizioni del lavoro minorile nel mondo. Alla fine, commenti e approfondimenti. Una giovane ha un’immagine della povertà come degrado e tristezza, e queste foto le aprono un orizzonte inaspettato: sparpagliati su una puzzolente montagna di immondizie dove cercano qualcosa da vendere, i bambini scherzano, giocano, e accolgono il fotografo con grandi sorrisi pieni di gioia... Com’è possibile?
Ne sono soddisfatto... con riserva. Nascerà, da questa scoperta, il luogo comune dei poveri-ma-felici, che tutto sommato «sarebbe meglio lasciarli come sono»?
Tutti desideriamo che i media diano spazio a un’informazione sistematica e seria su Paesi e problemi di cui poco si parla, specialmente su poveri e sfruttati, e sulle Chiese delle cosiddette periferie del mondo.
Ricordo un’omelia del cardinal Martini che, parlando ai missionari del Pime di Milano, citava le relazioni di san Francesco Saverio, per incoraggiarci e quasi implorarci: «Raccontate la missione!». Condivido, eppure mi rode una domanda: informare, è doveroso; raccontare, è bello e necessario... ma come? Sono così facili equivoci, distorsioni, stereotipi!
La difficoltà si colloca anzitutto dentro di noi.
Per vivere in un’altra cultura bisogna o impermeabilizzarsi, guardando la realtà circostante come attraverso l’oblò di un sommergibile, oppure aprirsi e lasciarsi interpellare, creando in noi spazi nuovi che si colmano a volte di arricchimenti armoniosi, spesso di contrasti stridenti e domande senza risposta. Don Andrea Santoro, il prete di Roma ucciso pochi mesi fa, vivendo fra i musulmani turchi ha ripensato alla storia di Rebecca incinta di Esaù e Giacobbe, che «si urtavano nel suo seno». Sentiamo di portare in noi due realtà tra loro estranee, che non sappiamo riconoscere e sono ingombranti, contraddittorie, eppure non possiamo più ignorare. Proprio come Rebecca, impotente di fronte al conflitto dei figli che porta in sé.
È così di esperienze religiose che parlano (o non parlano) di Dio in modo sconcertante; del diverso approccio dei musulmani di fronte al fenomeno religioso, ai problemi di oggi e della storia; della rassegnazione dei poveri a una vita che secondo il mio mondo è inaccettabile, eppure è amata, moltiplicata molto più di quanto amiamo e moltiplichiamo in Occidente; del rapporto fra uomo e donna, del concetto di libertà, della tradizione... La lista potrebbe allungarsi, ma a che servirebbe? Non saprei spiegarne tutti gli elementi, i perché.
Questa è infatti la seconda difficoltà: comunicare queste contraddizioni frutto del cammino missionario, che pure potrebbero essere feconde.
Come spiego ai musulmani che il
Papa a Regensburg non intendeva offenderli, ma dare spazio alla riflessione con metodi e stili da noi comuni? E come spiego agli occidentali la frustrazione e il senso di isolamento profondo dei musulmani moderati?
Se troviamo indifferenza, cerchiamo di scuotere parlando di condizioni tragiche, di sofferenze inaccettabili; ed ecco l’immagine del povero come «sotto-uomo», della miseria che disumanizza. Ma noi troviamo splendidi esempi di umanità ricca e matura in mezzo alla miseria! Proviamo a raccontarlo, ed ecco l’irritante chiacchiericcio di chi si consola perché tanto sono felici lo stesso e magari più buoni di noi. Dopo l’epoca dei racconti missionari «avventurosi e curiosi», è venuta quella dei racconti commoventi, e siamo stati accusati di presentare sconciamente la povertà, senza rispetto per i poveri. Abbiamo descritto le altre culture con uno sguardo positivo, e sono apparse tutte integre, belle, da non toccare; le religioni tutte sante, pacifiche e tolleranti. Salvo poi scoprire un fenomeno come l’infibulazione femminile e farne una bandiera per forzare queste culture al cambiamento. O a scatenarsi contro la presunta irrazionalità dei musulmani.
I missionari siano «ponti» fra popoli, chiese, culture. A Roma, presso l’isola Tiberina, c’è il «ponte rotto». Sta là, quasi intatto in mezzo al Tevere, ma gli approdi sono crollati; inaccessibile dalla riva destra come dalla riva sinistra...

* Missionario del Pime in Bangladesh