La missione è segnata anche da delusioni, scandali e talvolta fallimenti

RITAGLI   Quando si spegne la gioia   DIARIO

P. Franco Cagnasso*
("Mondo e Missione", Dicembre 2006)

«Mi dicono che la gente resterà delusa e scandalizzata. Può darsi. Io però sono stanco di fare il bravo ragazzo». Così un missionario stimato, cui erano affidate varie responsabilità, mi raggelò comunicandomi la decisione di lasciare il ministero per sposarsi.
Di tanto in tanto, superiori e superiore dei missionari trattano, nei loro incontri, il tema della perseveranza nella vocazione. Si analizza, si parla, si condividono esperienze, ma i nodi non si sciolgono e gli interrogativi rimangono. Ognuno fa storia a sé, appare impossibile ridurre a denominatore comune i cammini di coloro che «lasciano».
Siamo all’ultima puntata di questa rubrica. Mi era stato chiesto di riflettere sulle fatiche, le debolezze, anche i «fallimenti» dei missionari. Non so se ho risposto alle attese, parlando di fatiche che sono connaturali all’essere in un’altra cultura, schiacciati fra esigenze e mentalità diverse, oppure di debolezze che sono forse il lato in ombra di aspetti positivi quali la troppa voglia di fare, l’impegno.
Alla fine, è giusto affrontare anche i «fallimenti». Esito a scrivere questa parola, spero che nessuno la consideri un giudizio. I fallimenti fanno parte della vita e tutti possono in qualche modo essere riscattati, ma per riscattarli occorre riconoscerli. Chi si prepara per anni, decide di dare tutta la vita all’annuncio del Vangelo in un certo modo, e poi cambia, ha fallito l’obiettivo; o aveva sbagliato a sceglierlo.
Va condannato per questo? No. Ne potrà trovare un altro, valido e degno della massima stima? Lo spero e lo vedo in molti casi. Resta il fatto che la storia della missione è segnata anche da progetti rimasti inattuati, delusioni subite e provocate, scandali, persone ferite, perché molti di noi non ce la fanno.
Lasciamo, per ragioni e in circostanze disparate; oppure rimaniamo, ma in modo tale che a volte di noi si sente dire: «Ma che razza di missionario è quello?».
Verso la fine dei miei studi di teologia, vissi un periodo di grande incertezza. Vicino al seminario c’era una comunità cui mi ero abituato, ma che a un certo punto guardai con occhio disincantato: uomini stanchi, qualcuno con un incarico probabilmente inventato per tenerlo occupato, ripiegati su di sé, a parole innamorati della missione ma spesso privi di qualsiasi voglia di tornarvi... Mi domandai con angoscia: «Cercavo un cristianesimo radicale, donato, aperto, gioioso; qui vedo malcontento, chiusure, nervi a pezzi, vocazioni spente. Chi mi garantisce che non finirò così?».
Ne parlai al rettore, padre Vincenzo Carbone. Mi rispose che l’umanità ha pesantezze da cui i missionari non sono dispensati. «Se queste persone si sono "spente" per loro responsabilità, sta in te credere nella Grazia e non lasciarti andare sulla strada in discesa dell’egoismo che ti chiude. Se invece ci sono fatti nella loro storia, nella loro salute o psiche che giustificano la loro condizione attuale, allora donati a Dio pronto anche a vivere una vita come la loro, umanamente fallita, ma che Lui capisce. La missione può anche chiederti la salute della mente... E lascia che sia Dio a giudicare chi ha colpe e chi non ne ha».
Più tardi, nel Pime si decise che il necrologio dell’Istituto (la lista dei membri defunti) elencasse anche i nomi di quelli che ne erano usciti. Un confratello scrisse che questa scelta lo rattrista, io invece ne provo una grande gioia. Non si tratta di recuperare dopo la morte ciò che si è perduto in vita, ma di offrire un segno dell’abbraccio che Dio offre a noi peccatori.
Vorrei dire ai miei fratelli e sorelle che sono «falliti», a quelli che sono usciti sbattendo la porta, a chi è rimasto ed è contento, a quelli che tirano avanti spenti e scoraggiati, a quelli che si sentono bravi e fedeli, a chi lasciando pensa di aver fatto gesti profetici, a chi è rimasto invischiato in situazioni palesi o nascoste di scandalo, a chi non pensa più agli ideali né alle promesse fatte, a tutti -  ma proprio a tutti - che prendendo carne in Maria, scegliendo Matteo, Pietro e Giuda, chiamando Paolo e mille altri, Cristo ha messo in conto la nostra debolezza, anche la più sgradita e incomprensibile. L’ha presa su di sé.
Se il nostro cammino è accompagnato da tante cadute, non dimentichiamole, non facciamo finta di nulla. Sono le mie cadute, le nostre, le Sue. Da queste Lui ci chiama alla risurrezione.

* Missionario del Pime in Bangladesh