DAL BANGLADESH, P. FRANCO CAGNASSO

RITAGLI     LA CATTEDRALE     MISSIONE BANGLADESH

Come ogni Giovedì esco prima delle 6, e d’inverno è ancora buio. Un "rikshò" solitario "scampanella" e s’avvicina speranzoso, ma proseguo a piedi lungo la strada deserta, attento ai tombini scoperchiati, al canale di scolo, la pozzanghera perenne creata dalla tubatura forata, le immondizie, una buca fuori programma. Un uomo canta il "Corano" al primo piano di una casa ben tenuta.

Duecento metri, ed ecco la fila di chi dorme sulle morbide, sconnesse mattonelle di cemento del marciapiede; oggi conto 13 tende, cinque, sei, sette persone sotto ciascun telo di plastica blu agganciato al muretto insieme alla zanzariera e tenuto fermo, a terra, da mattoni. Un’anziana s’è già alzata, va a prendere acqua con una bottiglia di plastica; un bambino "frigna"; un uomo si lava i denti accoccolato. Quando ripasserò, fra due ore, le tende saranno raccolte a fagotti sulla striscia di terra dall’altra parte della strada, gli uomini saranno a cercare lavoro o a pedalare sui "rikshò", le donne più giovani e le più anziane baderanno ai bambini: una lava il "marmocchio" con l’acqua di un pentolino, l’altra cucina su due mattoni, un’altra suddivide il contenuto del primo sacco di pezzetti di carta e plastica raccolti sulle strade dalle bambine più grandi.

Alla "Kemal Ataturk Road", sotto un lampione aspetto che arrivi il ruggente "microbus". Rispettoso della mia età veneranda, l’autista rallenta più del solito. Di fermarsi non se ne parla: sarebbe un segno di debolezza poco dignitoso. Abbordo baldanzosamente il "trabiccolo", unendomi a poche guardie notturne che tornano a casa insonnolite. Fra un’ora sarà strapieno, non riuscirei a salire nemmeno piangendo in cinese.

Tre "taka" di spesa (tre centesimi), tre minuti di viaggio e sono oltre l’Ambasciata Americana, su una tangenziale urbana.

Scendo al volo, finendo nelle nuvole di polvere sollevate da cinque donne che spazzano l’asfalto con lunghe scope di vimini. Tenendo con i denti il velo del "sari", su cui vestono una casacca con la scritta: "Comune di Dhaka - Pulizie", spostano dal centro al margine della strada terriccio e sabbia, e formano mucchietti che resteranno lì. La sabbia si "risparpaglia" durante il giorno, pronta ad essere "riscopata" la mattina seguente. A mani nude, o pizzicandole fra due tavolette di compensato, raccolgono le immondizie vere e proprie riempiendo una carriola spostata da un ometto, che la porta a un carretto più grande e poi a un enorme mucchio, dove varie ondate di mendicanti e bambini verranno a rovistare finché, ogni pochi giorni, un camion passa a caricare. Mi sorprendo a fantasticare che qualcuno (l’"ONU"? La "Banca Mondiale"? La "Polisportiva di Bottanuco"? I "Cavalieri di Malta"?…) realizzi una grandiosa distribuzione gratuita a tutti i "fuoricasta" di Dhaka di almeno centomila palette di plastica…

Tre vecchi autobus messi di traverso si contendono i passeggeri rombando, "strombazzando", facendo la mossa di partire, mentre a terra i rispettivi "assistenti autisti" si sgolano urlando le destinazioni e si sbracciano: "Zio, dove vai? Sali!". Mi sbarra la strada e quasi mi spinge dentro; scarto e proseguo.

La strada a quattro corsie costeggia sulla destra un enorme "slum" in rapida trasformazione. Sloggiano gruppi di "baraccati", costruiscono palazzi, officine, segherie, ristoranti. Ogni settimana vedo qualcosa di nuovo, se manco per un mese stento a riconoscere i posti. Sulla sinistra, un lungo muro separa il quartiere di Baridhara – quello dei ricchi e delle ambasciate – dal traffico che si sta facendo intenso. Anche il vivaio ha sempre qualcosa di nuovo: è la striscia fra il marciapiede e il muro, circa un metro di larghezza di terra con alberi. Fra un albero e l’altro qualcuno coltiva piante ornamentali, fiori, vasi da terrazza, espone portafiori in gusci di cocco: 200 metri di vivaio largo un metro. Questo sì che si chiama utilizzare il terreno!

Un "fantasma" viene verso di me a lunghe falcate, agitando a mulinello le braccia e scuotendo i veli neri che la coprono da capo a piedi. Le scarpe da ginnastica rivelano le intenzioni non aggressive: sta facendo "jogging", probabilmente per perdere peso. Spero che ce la faccia...

Sono già passato accanto ad una ventina di moschee, ora trovo il "Capannone-Chiesa" degli "Oblati di Maria Immacolata". Si stanno preparando alla Messa delle 6.30, sempre con un buon numero di fedeli, soprattutto uomini. Qui le "Blue Sisters" il Mercoledì mattina tengono un dispensario gratuito, frequentato da un incredibile "campionario" di persone con miserie, malattie, "handicap" e imbrogli…

Poco oltre, entro nello "slum", che in questo punto per qualche misterioso motivo chiamano "Coca Cola". Davanti alla moschea illuminata chiacchieravano gruppetti di devoti dopo la prima delle cinque preghiere quotidiane; tempo fa sono stati sloggiati da un improvvisato mercato di banane che, scaricate dai camion, vengono suddivise in grandi ceste e caricate su tricicli con il pianale, o direttamente sulla testa dei rivenditori ambulanti. Marmocchi e marmocchie s’intrufolano svelti sotto i tricicli e raccolgono i frutti caduti, riempiendone sacchetti di plastica che andranno a rivendere ai venditori di tè, seduti agli angoli delle strade con un grosso "thermos", tre tazzine, un secchio d’acqua, biscotti, e banane per la colazione dei passanti.

Lo "slum" si sta svegliando, una bimba velata s’affretta verso la moschea con il quaderno degli esercizi di arabo. Alla "baracca-ristorante" stanno friggendo le "porata" e viene l’acquolina in bocca…

M’infilo a sinistra in un cancello. Cortiletto, veranda e tre stanze in cui, a fianco di altre famiglie, vivono le "Blue Sisters": camera con due letti a castello, cucina/tinello/sala da pranzo/studio, Cappella. Se mi legge qualche esperto in arredamenti interni di aerei, faccia un salto qui e imparerà qualcosa su come sfruttare i pochi spazi disponibili. Suor Emilia – cuneese – è qui da tanti anni, Suor Franca – "santal" – da quando, pochi mesi fa, la coreana Suor Nives ha lasciato per trascorrere un anno "sabbatico" con la comunità a Cuneo. Il "Movimento Contemplativo Missionario P. De Foucauld" vive la missione come comunione, stando insieme ai poveri e pregando.

Mi siedo, un saluto, un bicchier d’acqua. "Come va con i topi?". Quando lo stagno vicino è stato riempito, hanno assalito la casa rosicchiando persino i fili della luce, ma ora la popolazione "topesca" è tornata a livelli ordinari.

Arrivano Giovanna e Giuseppe, una coppia di imprenditori padovani che hanno ricominciato qui la loro avventura professionale, con la caparbia volontà di praticare un’imprenditoria giusta, onesta, che dia lavoro, sicurezza e dignità.

Giuseppe prepara l’ambiente aggredendo la nuvola di zanzare con una specie di racchetta dotata di batteria, che condanna a morte sicura le malcapitate che vengono toccate; poi s’incomincia la Messa.

Siamo cinque, seduti su sgabelli di vimini, in una Chiesa di metri 2,5 x 2,5. Intorno, i rumori del "formicaio / slum": chi fa la doccia, chi cucina, chi russa, chi litiga, chi canta, chi prega, chi ascolta la radio, mentre i corvi gracchiano, gli aerei atterrano e decollano dal vicino aeroporto, la pompa dell’acqua ronza…

Dopo il Vangelo, c’è il mio commento, e poi un po’ di scambio. Si parte dalle letture liturgiche, dalla vita qui, dal pensiero di amici lontani… ma gira gira, alla fine Giovanna e Suor Emilia parlano dei poveri che cercano di aiutare, Giuseppe della fatica di vivere la sua attività con un cuore evangelico, Suor Franca dei bambini a cui fa scuola e io dei seminaristi… Non ci si stanca, però. Finito, i due coniugi scappano al lavoro, per me c’è la colazione con le Suore prima di tornare al Seminario.

"Ho visitato magnifiche Cattedrali, in tante città, ma questa è la più cara e la più bella che ho conosciuto!", dice spesso Giuseppe.

È la Cattedrale di "Coca Cola".

P. FRANCO CAGNASSO

Dhaka, 20 Marzo 2008