L’esperienza
dei cristiani in Bangladesh…
Quale dialogo con chi ci
sfida?
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La stanchezza
di chi si sente continuamente giudicato e deve difendersi.
Ma anche la sorpresa di trovare parole amiche dove meno le aspetti.
P.
Franco Cagnasso, "Pime"
("Mondo
e Missione", Maggio 2008)
«Insomma, vuole spiegarci
razionalmente la Trinità?». Sono stato invitato a presentare il cristianesimo
ad un centinaio di studenti universitari musulmani a Dhaka.
Sembrano ben disposti, e mi sento a mio agio finché un giovanotto m’interrompe
sfidandomi con questa domanda. «Non sono Dio - rispondo - non posso
accontentarti. Nessun essere umano, nessuna religione può dare una spiegazione
razionale di Dio». Il tipo lascia l’aula con un "sorrisetto"
ironico, seguito da una decina di amici.
Terminata la conferenza, alcuni studenti si avvicinano per scusarsi. Parliamo
cordialmente, e una ragazza si mostra sinceramente addolorata perché non sono
musulmano: «Noi conosciamo e rispettiamo Gesù; perché anche lei non accetta
Maometto come l’ultimo dei profeti? Il Vangelo stesso ha
"profetizzato" la sua venuta». Spiego che, secondo la nostra
interpretazione di "Giovanni 16", Gesù si riferisce alla venuta dello
Spirito Santo...
Per la Chiesa che vive in Paesi a maggioranza musulmana si può parlare di vari
tipi di «sfide». Qui faccio cenno soltanto ad alcune di quelle che il
cristiano incontra nella vita quotidiana. Anche per un "laico", le
differenze teologiche non sono la "sfida" minore. «Sono stanca - mi
confida un’insegnante - di sentirmi continuamente giudicata da colleghi e
studenti su Gesù figlio di Dio, e perché non siamo "monoteisti",
mangiamo carne di maiale, crediamo in una Bibbia "falsificata"...».
Da un lato, siamo vicini perché l’islam conosce Gesù e lo rispetta. Dall’altro,
il "Corano" menziona la Trinità, l’incarnazione e la morte di Gesù
in Croce, ma per affermare a chiare lettere che si tratta di falsità. Considera
la dottrina sulla Trinità e sull’incarnazione come una violazione del
"monoteismo", e sostiene che Dio non può aver permesso che il suo
profeta Gesù morisse sulla Croce.
Ai musulmani viene insegnato che la Bibbia è stata "manipolata" e la
parola di Dio "distorta, perciò i cristiani o sono ingannatori, o sono
ingannati. Normalmente non sentono il bisogno di conoscere la nostra fede: il
"Corano", rivelazione ultima e perfetta, contiene la verità e tutto
ciò che occorre sapere per vivere bene, ottenere il paradiso dopo la morte, e
anche per rapportarsi con gli altri, cristiani compresi. L’islam offre «a
complete code of life», un codice di vita completo che risolve tutti i problemi
religiosi, sociali, familiari, politici, economici di ogni tempo. Il moderno
approccio critico alla Bibbia e al concetto di rivelazione, che la Chiesa
cattolica ha fatto propri, sono ben lontani da come loro accolgono il
"Corano" e la rivelazione. Usiamo le stesse parole, ma il significato
è diverso.
Come vivere circondati da questa
mentalità, che pervade non tutti, ma molti? L’atteggiamento di sfida - a
volte arrogante - che alcuni musulmani hanno, non dovrebbe condurci alla
"disputa". La Trinità, la divinità di Cristo e la Croce dovrebbero
essere argomento di vita più che di conflitto.
I primi cristiani sono arrivati a quello che è ora parte del nostro credo
attraverso l’esperienza della profondità umana di Gesù, tale da «mostrare»
il mistero di Dio in Lui; e attraverso la loro stessa esperienza di vita nello
Spirito. Fu la riflessione sull’esperienza con Gesù e nella Chiesa a generare
la dottrina: soltanto vivendo, per quanto possibile, quella esperienza possiamo
realmente accettare la dottrina.
Giovanni Paolo II scrisse che il nostro programma per il terzo millennio «si
incentra in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la
vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella
Gerusalemme celeste» ("Novo millennio ineunte", n. 29).
Siamo dunque chiamati a trasformare la storia «vivendo» la vita trinitaria,
più che offrendone «prove razionali»; abbiamo bisogno, come dice l’Enciclica,
di una spiritualità della comunione che «significa innanzitutto sguardo del
cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi».
La nostra non è la religione di un "Libro", di una legge; è la
religione nata da un "Uomo" che conosciamo e seguiamo nello Spirito
Santo di Dio. Che la salvezza giunga attraverso la Croce è una «follia»
rivelata ai piccoli, a coloro che sono aperti a Dio che è umile e ci ama, tanto
da identificarsi con gli affamati, i prigionieri, gli infermi. La Chiesa non è
la soluzione a tutti i problemi dell’umanità; è una comunione di persone che
cercano Dio guidati dallo Spirito, seguendo la via di Gesù.
Restare fedeli a ciò che siamo
può essere una scelta molto esigente. Qualche tempo fa ho chiesto ai miei
studenti di "islamologia" di descrivere la loro esperienza di
cristiani cresciuti in un contesto a grande maggioranza musulmano. Sono "bengalesi"
e "tribali", provengono da villaggi dove vive gente semplice, con
istruzione elementare o addirittura analfabeti.
Dai loro scritti emerge un quadro tutt’altro che roseo. Esprimono sentimenti
contrastanti, ma a prevalere è il pessimismo.
I musulmani sono visti come persone che sanno poco della loro stessa storia e
religione, eppure seguono ciecamente ciò che viene loro insegnato, senza porre
domande. «Ripetono che l’islam è una "religione di pace", ma
nessuno si chiede perché siano in guerra ovunque». «Si sentono superiori,
affermano che chi appartiene ad altre religioni è semplicemente "khafir",
pagano condannato all’inferno, non importa se buono e onesto oppure no…».
Alcuni miei studenti hanno l’idea che «non rispettano le loro donne, e tanto
meno le nostre». Una giovane Suora: «Nei nostri villaggi abbiamo un detto:
"Il tamarindo non è dolce e i musulmani non sono ospiti". Significa
che non ci si può fidare: come non trovi un tamarindo dolce, così non trovi
musulmano che sia vero amico». Questo sospetto, che spesso è paura, è vero
specialmente per le famiglie che hanno figlie femmine. Quando un musulmano
desidera una ragazza cristiana, la famiglia è quasi impotente: la comunità
musulmana farà di tutto per avere la ragazza, che sarà «perduta» per i
cristiani. D’altro canto, se un cristiano desidera una ragazza musulmana, la
comunità cristiana può andare incontro a grossi guai.
La lista delle "lamentele" è lunga: «Sono duri, educano i loro figli
a essere molto rigidi nel seguire le regole religiose, ma anche nel trattare con
il prossimo... Spesso nei "sermoni" del Venerdì lanciano accuse e
false informazioni sulle altre religioni...». Nella minoranza cristiana
predomina un senso di amarezza e frustrazione, convinti che non si possa mai
avere giustizia quando si ha a che fare con un musulmano.
Non c’è da stupirsi che molti cristiani adottino un atteggiamento difensivo e
cerchino di creare un "ghetto" chiudendosi il più possibile: «Il tamarindo non
è dolce, i musulmani non sono ospiti». Da quando sono nati, i miei studenti
sentono cinque volte al giorno, tutti i giorni, il richiamo islamico alla
preghiera rovesciato su di loro a tutto volume da "altoparlanti"
piazzati in ogni angolo, eppure nessuno si chiede quale sia il significato di
quelle parole arabe. Non se lo chiedono i cristiani, perché quelle parole non
li riguardano, sono un fastidio da subire "fatalisticamente"; non se
lo chiedono i musulmani, per i quali sono un ordine cui obbedire ciecamente,
senza bisogno di capire.
Tuttavia queste esperienze amare
e la paura lasciano spazio, negli scritti dei miei studenti, alla sorpresa di
alcune «eccezioni». Può trattarsi di una famiglia musulmana gentile che abita
vicino; può essere un bravo insegnante, un amico, perfino qualcuno che ha
affrontato l’ostilità della propria comunità per difendere i diritti di un
cristiano... «Un "imam" ha infranto alcune delle mie idee negative.
Guidava la preghiera e insegnava "islam" nella nostra scuola. Mi chiamava spesso
"abba" per esprimere il suo affetto rispettoso. Ero l’unico
cristiano della scuola, perciò non c’erano lezioni di cristianesimo, e per
completare gli studi dovevo seguire il corso sull’islam. Mi aiutò molto e non
mi invitò mai a convertirmi. Quando confidai il mio desiderio di diventare
prete e di vivere il celibato, mi incoraggiò con calore...».
La "sfida" per la Chiesa è quella di prendere queste «eccezioni»
sul serio, come segni da interpretare. Più ci isoliamo, meno riusciamo ad avere
una percezione reale della società islamica; più siamo aperti e comunichiamo,
più troviamo persone di buona volontà e fede sincera con cui poter
"interagire". Potremmo perfino scoprire che quelle «eccezioni» non
sono, dopo tutto, tanto eccezionali…
Non dobbiamo essere ingenui: comprendo, ad esempio, la paura di genitori
cristiani le cui figlie possono essere desiderate da ragazzi musulmani e quindi
(non sempre, ma spesso) private della loro libertà. Tuttavia sono certo che
esistono occasioni per tutti di avere relazioni sincere con musulmani onesti e
disponibili. Potrà trattarsi di un’esperienza nuova per entrambe le parti, in
alcuni casi sfocerà in una delusione, ma in molti altri sarà una reciproca
scoperta di «mondi sconosciuti», e una base su cui costruire un futuro in cui
le minoranze potranno sentirsi a casa nel loro stesso Paese, cosa che oggi
spesso non avviene.
La "sfida" è ancora più seria in
Paesi in cui, diversamente dal Bangladesh, non soltanto la gente comune, ma
anche la "Costituzione" e la legislazione privano le minoranze di
alcuni diritti. È noto a tutti che alcuni Paesi, in Asia e Africa, sono
"sotto pressione" perché si introduca la "sharia" per
tutti, affidando a tribunali religiosi la giustizia civile e penale. La libertà
di conversione dall’islam è un tema "scottante", come hanno
dimostrato le polemiche di queste ultime settimane.
Purtroppo, non si può dire che questa situazione sia un "retaggio"
del passato, destinata a cambiare in meglio, perché il "fondamentalismo"
sembra piuttosto in crescita. In alcuni casi, le leggi «liberali» esistenti
sono considerate un’imposizione dell’Occidente decadente e corrotto. L’islam
- si sostiene - sa quel che è bene per l’umanità e come rispettare «i
veri» diritti umani, compresi i diritti delle minoranze alle quali conferisce
uno "status" speciale.
Questa tendenza potrebbe dimostrare che le società islamiche sono spaventate;
potrebbe essere un segno di debolezza. Tuttavia, quando la Chiesa si trova di
fronte a queste situazioni, sperimenta una dolorosa condizione di ingiustizia.
In certi casi non c’è altra soluzione se non portare la "croce" in
silenzio, perché anche la libertà di parola è stata soppressa... In altri
casi è possibile una reazione pacifica ma chiara e aperta, come in Pakistan,
Indonesia e altrove. La Chiesa, al fianco di molti musulmani di mentalità
aperta, dovrebbe fare tutto il possibile perché i suoi diritti e quelli dei
poveri siano rispettati.
Infine, vivere come cristiani in
Paesi musulmani dovrebbe richiamarci a un rinnovato impegno all’ecumenismo. Ci
presentiamo tradizionalmente come cattolici, battisti o evangelici, e sembriamo
considerare le nostre divisioni più importanti del fatto stesso di essere
cristiani. Non testimoniamo unità, ma una reciproca sfiducia. In un recente
"seminario" sull’ecumenismo, tenutosi a Dhaka, ai partecipanti è
stato chiesto perché l’ecumenismo è importante per la Chiesa in Bangladesh.
Molti hanno risposto: «Per la nostra sopravvivenza. Uniti, possiamo sperare di
avere diritto di parola in questa nazione, divisi no».
Non si tratta di volere a tutti costi dimostrare un’unità che non abbiamo. È
un invito di Dio a renderci conto che siamo prima di tutto discepoli di Cristo,
il quale è venuto per superare divisioni e odio, e per unire tutto e tutti per
mezzo della sua Croce. Portare la "croce" testimoniando l’incarnazione
attraverso un amore attivo, e vivere la Trinità che ci porta a essere
"uno", sono - a mio parere - le principali "sfide" per i
cristiani nei Paesi musulmani
( La versione
originale dell’articolo è apparsa su "World Mission",
mensile dei "Comboniani" di Manila )
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"Vaticano-138": nasce un "Forum"
Non senza difficoltà, ma comunque continua il dialogo tra la Santa Sede e il mondo musulmano avviato dalla "Lettera" indirizzata da "138" saggi islamici alla fine del mese di "Ramadan". Il 4 e 5 Marzo si è svolto in Vaticano un incontro tra cinque rappresentanti dei "138" e il "Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso". Il frutto è stata la decisione di istituire il "Forum cattolico-islamico", un organismo destinato a dare continuità a questo dialogo. È stato anche stabilito che il primo "seminario" di questo "Forum" si terrà a Roma dal 4 al 6 Novembre e vedrà la partecipazione di 24 esponenti religiosi per parte, che saranno ricevuti in udienza dal Papa. Due i temi al centro della discussione: «Fondamenta teologiche e spirituali» e «Dignità umana e rispetto reciproco». Con la scelta di istituire un "Forum" permanente, il Vaticano ha scelto di considerare i "138" un punto di riferimento importante. La stessa polemica seguita al Battesimo di Magdi Cristiano Allam, ne ha offerto una conferma indiretta. Uno dei cinque islamici ricevuti in Vaticano, il professore giordano Aref Ali Nayed, ha inviato una "nota" in cui «senza mettere in dubbio la volontà di continuare il dialogo» esprimeva delle critiche. A questo testo ha risposto il direttore della "Sala stampa vaticana", padre Federico Lombardi. Difendendo le ragioni della scelta di battezzare Allam in San Pietro. Ma aggiungendo anche che Nayed «è persona con cui vale sempre la pena di confrontarsi lealmente».