"VOCAZIONE MISSIONARIA"

RITAGLI     La sete della "Parola" il fuoco della prova     MISSIONE AMICIZIA

Il rapimento di Maria Teresa e Rinuccia in Somalia:
un richiamo all’essenziale della "vocazione missionaria".
La "croce" non è un incidente di percorso, ma la conferma dell’"autenticità".

P. Franco Cagnasso*
("Mondo e Missione", Aprile 2009)

«Una "Bibbia"… L'avevamo chiesta. E quando i rapitori ce l'hanno consegnata è stato un momento profondo. Era importante per noi, come le medicine di cui non potevamo fare a meno». In un'intervista alla "Stampa" del 20 Febbraio scorso, Rinuccia e Maria Teresa, Missionarie del "Movimento Contemplativo Charles De Foucauld", liberate dopo tre mesi di sequestro in Somalia, ridicono le parole di Gesù dopo il lungo digiuno nel deserto: «Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» ("Mt 4,4").
I rapimenti – purtroppo non infrequenti – costituiscono un "passaggio" che fa verità in ciascuno, Missionari compresi: un incontro faccia a faccia con il "mistero" di Dio, della vita, della fede e di noi stessi. A proposito degli Apostoli,
San Paolo scrive: «L'opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell'opera di ciascuno» ("I Cor 3,13"). Il «fuoco» che improvvisamente porta via, priva della libertà, crea totale incertezza, mette la persona in condizioni fisiche dure (isolamento, minacce...), prova la qualità dell'opera dei Missionari. Le attività, certo, ma molto più ciò che sono, ha reso tali i Missionari e li fa vivere in un altro Paese, spesso in condizioni difficili, per tanti anni. Padre Giancarlo Bossi, Missionario del "Pime", è liberato da "guerriglieri islamici" dopo un mese nelle loro mani. In Italia piomba in un "vortice" di incontri, interviste, commenti assolutamente estranei al suo stile semplice e "schivo", ma per una volta viene alla ribalta la verità dimenticata di uomini e donne come lui, che si dedicano, pregano, credono in modo silenzioso e nascosto.
Quale la verità dei lunghi giorni vissuti da Maria Teresa e Rinuccia nella paura e nell'attesa? La loro "sete" della "Parola di Dio", che fa desiderare la "Bibbia" quanto le medicine necessarie a sopravvivere.
La "Parola" ha dato loro pace: «Avevamo un sentimento di perdono e di accoglienza, mai di "ribellione", di rifiuto. Ci ha aiutato molto la pagina del "Vangelo" che insegna l'amore per i propri nemici», hanno detto ad
"Avvenire" il 21 Febbraio. Persuase che Dio non è l'ultima spiaggia a cui ricorrere quando non ce la facciamo più, ma il Dio "incarnato", sentono «la certezza della presenza di Dio con noi, che era prigioniero, che soffriva con noi e ci sosteneva». «Sin dal primo momento – hanno dichiarato dopo la "liberazione" – ci siamo dette: la nostra "comunità" inizierà a pregare per noi e chissà quanti ci penseranno». Silenziosamente, esse dialogavano con sorelle e fratelli lontani: «Andavamo con la mente alla "comunità". Pregavamo di continuo, per sentirci unite alle nostre "fraternità" in tutto il mondo. Eravamo sicure, anche nel silenzio di notizie, che stavano facendo la stessa cosa per noi».
Riandare con la memoria agli affetti più cari e riceverne forza è normale per tutti i rapiti; per Maria Teresa e Rinuccia il cerchio si allarga a tutto il mondo, facendo emergere un senso vivo e caldo di appartenenza alla loro "comunità" e alla "Chiesa". Anche in condizioni "disumane", emerge l'umanità. Mettono sotto i loro occhi una fotografia di Bin Laden: «Sapete chi è?». «Sì, è una creatura di Dio», è la risposta spontanea delle Suore. «Siete "musulmane" o "infedeli"?». «Siamo persone che vogliono bene a tutti in nome di Dio».
Il «fuoco» della prova fa emergere valori, stili interiori di vita che interrogano noi Missionari: non «al di là», ma «dentro» ciò che facciamo, quale "sostanza" rimane, emerge più pura e forte quando ci accade che «il "fuoco" proverà la qualità di ciascuno?».

* Missionario del "Pime" in Bangladesh