RITAGLI

NOI, MEDICANTI DI DIO

DIARIO

  di P. Franco Cagnasso

( Mondo e Missione, Ottobre 1994 )

  Partire per la missione significa partire per cercare Dio.

  Un paradosso? No. Il missionario non "possiede" Colui che annuncia. Anzi: spesso deve misurarsi con un Dio che lo prova in mille modi. Ma che, al tempo stesso, misteriosamente lo accompagna per le vie del mondo. A che gioverebbe, altrimenti, la fatica apostolica?

  Sedici anni fa quando partivo per il Bangladesh, salutati gli amici e passato  il controllo doganale di Fiumicino insieme all'amico padre Achille Boccia. Rimanemmo a lungo in silenzio, poi ci dicemmo: stiamo andando alla ricerca di Dio. Ora padre Achille è ancora là, in un centro di preghiera che è una casa come tutte le altre della città musulmana. Ha voluto chiamarlo "Emmaus" per ricordare i due discepoli che riscoprirono Gesù, nel quale avevano creduto e dal quale erano rimasti delusi, dopo che li aveva accompagnati, in incognito, lungo le strade del loro fallimento. Io invece ho percorso in questi ultimi anni centinaia di migliaia di chilometri in visita ai missionari del mio e di altri istituti, cercando di capire la loro vita, il loro lavoro, le loro crisi e i loro eroismi. Ho tentato di immedesimarmi nelle disparate situazioni in cui si trovano, di animare condividendo la mia fede. Tante discussioni, tanta preghiera, tanti segni limpidi della grazia di Dio, ma anche tanti interrogativi.
  Se mi fermo a cercare una sintesi, un elemento che riassuma l'esperienza straordinaria di tante donne e uomini, laici, religiose, preti, ritorno ancora a quell'esperienza originaria che, nell'emozione della partenza, condivisi con padre Achille: partire per la missione è partire per cercare Dio.

FERITI DALLA VERITÀ

  Il missionario è un uomo "ferito"dalla Verità e continuamente la cerca. Essa è dentro di lui e lo muove, ma è anche davanti a lui e lo attira su strade diverse con un'intensità che non deve mai attenuarsi.
  Se la Verità interiore si spegnesse in lui, non sarebbe che uno smarritto girovago, non avrebbe altro da offrire che le proprie idee confuse; se la Verità non lo attirasse fuori di sé, se lui non si sentisse più assetato di incontrarla e scoprirla, ridurrebbe la sua fede ad una mummia, il suo Dio ad un idolo fatto a misura propria, il suo annuncio ad una presuntuosa e soffocante gabbia intellettuale. E se mai dovesse formare dei discepoli in queste condizioni, si realizzerebbe per lui la terribile parola di Gesù: "Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi!" (Mt 23, 15). Me lo ricordava nell'autunno scorso non un giovane missionario in crisi, ma l'ottantenne mons. Gobbato, vescovo in Birmania, che mi diceva di meditare spesso su quelle parole.
  Com'è possibile "avere"e cercare la verità, essere mossi da una fede fino al punto di sentirsi "mandati"da Dio, e restare assetati di ciò che già si possiede? Dio Amore si rivela in Cristo crocifisso come una folgorazione interiore che squarcia il buio e ti rende cosciente in un istante di tutta la realtà che ti circonda. Vedi intorno a te non il vuoto ma la vita, l'Amore dove c'era il "non senso". Questa verità è il mistero di Dio che ti viene incontro in Cristo, non una formula dogmatica. La fede è allora il dono di vivere in un modo nuovo con Lui, di realizzare e di accogliere nella Chiesa almeno qualche segno di ciò che l'Amore crocifisso significa. Ma questa fede è anche l'avventura di spingersi "fuori", di rivolgersi al mondo mossi da questa folgorazione: Dio si è fatto l'ultimo degli ultimi per unínesprimibile follia d'amore. È anche il bisogno di cercarlo là dove lui si è nascosto, nelle pieghe della storia e dei destini dei popoli, perché chi avrebbe mai pensato che Dio si sarebbe nascosto su una croce?
  Nel deserto il monaco affronta la solitudine, la mancanza di cibo, di acqua e di conforto. Cerca Dio, e incontra la tentazione del nulla, il demone che lo spinge a ripiegarsi su se stesso, preoccupato della sua fame, orgoglioso della sua fede e del suo coraggio. Dalla lotta esce purificato, segnato nel suo stesso essere, rinnovato nella sua visione di Dio come Elia sull'Oreb.

LE TENTAZIONI IN AGGUATO

  Il missionario affronta invece l'altro, colui che è diverso, i luoghi umani dove Dio sembra assente o dove ha altri nomi per lui oscuri e incomprensibili o blasfemi.
  Va per annunciare Cristo, e incontra la tentazione del caos, il demone che lo spinge ad arroccarsi in difesa di una verità perfetta ma morta, a ubriacarsi con la propria azione e con le proprie parole, per non soffrire anche lui la purificazione, il segno nella sua carne, il terremoto, la tempesta, il vento impetuoso che lo preparano a riscoprire Dio come una brezza leggera, impercettibile nel frastuono dei suoi programmi e del suo orgoglio (cfr Gn 32, 25-33; 1 Re 19, 1-18).
  Forse per questo molti missionari di tanti in tanto trascorrono un periodo in monastero; non è solo il bisogno di tranquillità e preghiera che li spinge, ma l'affinità con una vocazione in apparenza tanto diversa e invece molto simile nelle sfide radicali a cui ti sottopone.
  Nella grande varietà dei modi di essere missionari, e nel grande attivismo che normalmente caratterizza il missionario, spesso si tende a dare una netta prevalenza alle "opere" missionarie. Purtroppo, perché il fare è certo necessario, ma questo modo di vedere la missione, primariamente immersa in strutture, iniziative, attività di ogni tipo, non fa giustizia della radice più autentica della missione stessa: la fede in Cristo che si mette in cammino nel mondo, che s'incontra con il differente; e non lascia spazio a considerare questa fede dentro l'esperienza umana del missionario, benefattore, manager, predicatore e quant'altro volete, ma prima di tutto discepolo di Cristo messo alla prova e tentato di chiedersi spesso, parafrasando la preghiera di Salomone: "È proprio vero che Dio abita sulla terra?"(1Re 8, 27).
  Come discepolo, egli deve continuare ad imparare e crescere, garantito dalla promessa del Signore: "Io sono con voi tutti i giorni" (Mt 28, 20b) e anche: "Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto"(Gv 14, 26).
  Questo "ricordare"è il confronto vitale, denso di significati e conseguenze della Parola evangelica con la realtà vissuta dal discepolo. Lo Spirito insegna a Pietro che deve rivolgersi anche ai pagani, "ricordandogli" che non deve chiamare profano "ciò che Dio ha purificato"e conducendolo dal centurione Cornelio dove lui, l'apostolo, "trova" Dio che lo attende e così può annunciarlo (cfr At 10).
  Ma come, dunque, "cresce" nella fede il missionario che è anche discepolo? Doce cerca quel Dio che lo ha mosso a lasciare i suoi per annunciarlo lontano?

QUANDO LA PAROLA SEMBRA STERILE

  La prima e più evidente prova della fede misionaria riguarda la forza della Parola di Dio.
  Egli è annunciatore, e vuole trovare le vie per "dire" questa Parola. Non importa dove: può essere con un gruppo improvvisato di ascoltatori nella piazza di Atene, o nella casa di amici, o nelle prigioni o davanti a un tribunale... La preoccupazione di Paolo è soltanto che la Parola sia libera e possa "correre".
  Ma è efficace questa Parola? Porta frutti? Su queste domande si spalanca tanto spesso il deserto del missionario, che non trova ascoltatori, o trova uditori ambigui, o incostanti. La Parola sembra sterile e perciò l'andare inutile; sembra inefficace, priva di capacità a cambiare i cuori e le società; perché allora non cercare di dare un pane più masticabile, un aiuto più comprensibile e "umano"?
  Paradossalmente poi, le domande si fanno ancora più insistenti quando invece il missionario trova attenzione e gli chiedono istruzione, battesimo, Gesù sfugge alle folle per le quali ha moltiplicato il pane, e le rimprovera: "Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato e vi siete saziati"(cfr. Gv 6, 26). Perché mi cercate? Il missionario è tentato di lasciare che lo "facciano re", perché ha dato il pane, o di essere meno esigente per non trovarsi solo. Ma ha tanta paura che lo seguano per qualcosa che non è Cristo. È difficile discernere. È tentato, allora, di capire tutto, di diventare lui metro di giudizio dell'efficacia della grazia, dimenticando che, gettato il seme, non è artefice della crescita e della maturazione del buon grano: "dorma e vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa" (Mt 4, 26); "né chi pianta né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere" (1Cor 3, 7). Occorre una grande libertà per non tradire la sconvolgente novità del Vangelo, fino a dire con Gesù agli ultimi rimasti attorno a lui: "volete andarvene anche voi?" (Gv 6, 67); e occorre saper attendere senza pretendere di sradicare la zizzania che in realtà spesso non sapremmo distinguere dal grano (cfr Mt 13, 24-30).

IMPARARE A STUPIRSI

  Bisogna imparare a scoprire i piccoli segni, l'imprevisto, a stupirsi perché ci sono risposte inattese. "Donna, davvero grande è la tua fede!"dice Gesù della cananea pagana (cfr Mt 15, 28), e Pietro: "Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che a noi, per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi sono io per porre impedimento a Dio?" (At 11, 17). Sempre più il missionario "si espropria"della Parola di Dio, se ne lascia possedere e per questo non la possiede più con la sua intelligenza, con i suoi metodi di catechesi, con le sue esegesi e con i suoi tentativi di inculturazione. Il suo amore e la sua obbedienza alla Parola gli chiedono di applicarsi assiduamente allo studio,di meditarla, di spiegarla, di coglierne le risonanze e le incomunicabilità con le culture a cui l'annuncia. Farà tutto ciò, ma intanto sperimenterà che Essa ha la sua forza e una sua logica che bisogna contemplare con umiltà e riconoscenza, dicendo con Gesù: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascosta queste cose ai sapienti e agli intellettuali, e le hai rivelate ai piccoli" (Mt 11, 25).
  Non cerco esempi complessi; prendo l'ultima lettera circolare che mi è giunta fra le mani da un missionario del Pime. P. Mariano Ponzinibbi scrive agli amici dal Bangladesh: "Vado a trovare una famiglia non lontana dalla missione: papà, mamma, figli, figlie, nipoti... sono tutti non cristiani, eccetto un loro figlio che risiede a Dhaka. Il rapporto con loro è molto buono e ci accolgono sempre volentieri. Mentre sto per lasciarli si avvicina uno dei figli, chiede di parlarmi in privato: "Padre, mia moglie e io siamo decisi. Ne abbiamo parlato, abbiamo riflettuto: da domenica prossima iniziamo a frequentare la chiesa". Porto questa notizia dentro di me nel viaggio del giorno dopo verso Dhaka. E penso: domenica prossima è Pentecoste, un'altra famiglia inizia un nuovo cammino di preparazione per diventare cristiana, cammino lungo dove non mancheranno difficoltà, ropensamenti, ostacoli. Il regno di Dio è come un granellino di senapa, ma crescerà, dice Gesù. Come? Lo sa Dio. Una famiglia a Gulta, un'altra a Madainoghor, un'altra a Beola. Alla Chiesa, ai missionari è dato di seminare, a raccogliere ci pensa il Signore.
  Padre Mariano incontrerà con questa giovane coppia il mistero delle scelte di Dio, del fascino di Cristo. I tribali Oraon saranno per lui un altro segno che il Signore è risorto e vive, e dà una vita nuova. Continua la sua lettera: "È per me una sorpresa vedere la gioia di tante coppie nel seguire i corsi sul tema pastorale di quest'anno: la famiglia. In buona parte hanno celebrato il matrimonio secondo i loro riti, prima di diventare cristiani. Tutto è novità e meraviglia: il sacramento cristiano, il valore della persona, la dignità della donna, il pregare assieme in famiglia...".

ANNUNCIARE DIO E SENTIRLO LONTANO

  Il Dio dela vita nuova si fa conoscere al missionario nelle piccole capanne di fango fra le risaie del Bangladesh... Ma non è sempre vita nuova!
  La missione si rivolge a tutti, ed è un errore purtroppo comune quello di identificarla esclusivamente con l'andare nel terzo mondo, dandole solo un valore umanitario. Tuttavia essa privilegia i poveri; discepolo di Cristo, il missionario è attratto dalla sofferenza perché là è andato il suo Signore.
  Nel Vangelo secondo Matteo, Gesù manda a predicare il regno dei cieli, e ordina: "Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni" (Mt 10, 8). Succede però ai discepoli di non riuscire a liberare un indemoniato, e di domandarsi il perché (cfr Mc 9, 14-29).
  Andando incontro alla povertà del mondo, lasciandosi coinvolgere dalla sofferenza il missionario entra nel deserto dove il Dio che ha conosciuto non si trova. È partito affascinato dal Vangelo, confortato dalla comunione nella Chiesa, ricco dell'esperienza d'intimità della preghiera, come riconoscerà ora il volto di questo Dio che gli è familiare in mezzo all'angoscia di milioni di sfruttati, all'ingiustizia più sfacciata, all'umiliazione dei semplici, alla fame dei bambini, alla violenza che esplode rendendo l'uomo mostruoso?
  Vengono da te giovani madri, padri corrosi dalla tubercolosi, ansiosi per i figli lasciati a casa senza niente, fantasmi che attraversano una folla indifferente; li curi e li rimandi sapendo che altri più numerosi verranno, perché il vero male è la fame, la fatica be4stiale di un lavoro che non basta a sostenere la famiglia, la paura del domani. E allora, che cosa dici a Dio?
  Se Lui tace, tacerò anch'io, ubriacandomi in un'attività spossante; mi lancerò in un progetto, illusorio, ma sufficiente a riempire le mie giornate senza darmi il tempo di pensare, capace di farmi credere che le cose domani andranno meglio, come se un mondo di domani senza sofferenza potesse eliminare le domande sulla sofferenza di oggi...
  Si fa buio allora nel cuore e nella mente, perché non si capisce quando sia quell'"oggi" con cui Gesù ha lanciato la sua missione, facendo proprie le parole di Isaia: "Mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore" Lc 4, 18-19). Gesù non ha rinviato ad un cielo che dovrà venire, ha detto che con lui tutto ciò è iniziato, ma il mondo tanto spesso sembra piuttosto un inferno.
  Questo buio, forse lungo e terribile, può significare che tutto va ricostruito delntro l'esperienza di fede del missionario, che lascerà ammuffire tanti libri di spiritualità che una volta lo avevano nutrito e ora gli appaiono dolciastri, senza vita. Lo Spirito gli ricorderà che "si fece buio su tutta la terra da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio" (Mt 27, 46) quando il Dio che è Amore non rispose a suo Figlio che moriva sulla croce. Starà là, caparbiamente, ai piedi di quella croce per imparare a distinguervi le persone che ama, i piccoli a cui è mandato, i poveri che non sa aiutare, gli umiliati che non si ritengono nemmeno più uomini.

CON PAZIENZA E TENACIA

  Ne resterà toccato profondamente e indelebilmente, come Giacobbe dopo la lotta con l'angelo sulla riva del fiume Jabbok (cfr Gn 32, 25-33), come Paolo "crocifisso con Cristo" (Gal 2, 20).
  Riprende la lettera di padre Mariano, che continua con i suoi piccoli episodi di missione quotidiana: "Uno dei nostri vicini è musulmano: ci s'incontra di frequente e si scambiano volentieri alcune parole. Qualche tempo fa una sua sorella, sposata e con figli, per motivi che non conosco si è uccisa. È morta proprio a casa del fratello. E là sono andato in mezzo allo sgomento e alla sofferenza di questo dramma. Mi ha accolto subito, quasi supplicandomi di spiegare il perché di questo gesto della sorella, poi ha acconsentito che pregassi. Non una preghiera privata, ma pubblica. Mi ha fatto una certa impressione trovarmi fra tanti musulmani, fra cui alcuni leader e responsabili della moschea. In mezzo ad una comprensibile tensione ed emozione, ho rivolto anch'io la preghiera di intercessione chiedendo misericordia e consolazione. Ho pensato anche a questa vocazione speciale della Chiesa: essere missionari intercedendo e pregando per tutti, trovare e dare spazio nel cuore ad ogni sofferenza... ".
  "Andare" significa incontrare l'altro, differente anche nella sua fede religiosa, significa - inutile nasconderlo - provare un profondo disagio. Si apre allora uno spazio di silenzio che non proviene dall'assenza di persone, come nel deserto, ma dalla incapacità di comunicare, dal timore reciproco. Ognuno custodisce gelosamente quanto ha di più prezioso, la fede, e non sa come porsi di fronte all'altro.
  La tentazione è di fare ghetto, di ignorarsi, perché "tanto non c'è nulla da fare". O almeno si isola il discorso della fede, lo si pone in zona asettica per poter comunicare qualcosa su altri temi, per convivere con un silenzioso "patto di non aggressione". Ma può un cristiano vivere in compartimenti stagni? Può non interrogarsi sul senso di una preghiera, una vita religiosa, una fede diversa dalla sua? Può ciascuno seguire il suo Dio come se davvero gli dei fossero tanti?

NELLA BABELE DELLE RELIGIONI

  Il cammino, per il missionario, si inoltra allora su campi davvero nuovi. Egli sa che lo Spirito è uno e opera per ricondurre tutto a Cristo; sa anche che quest'opera è necessaria e efficace, tocca - dice la Redemptoris Missio - "non solo gli individui ma la società e la storia, i popoli, le culture, le religioni". Gli è chiesto di "allargare lo sguardo per considerare la sua azione presente in ogni tempo e in ogni luogo" (RM 28-29).
  Bisogna imparare, magari balbettando e sbagliando, a "dire" la presenza di Dio anche negli altri; bisogna rifuggire da ogni superficialità e da ogni schematismo per scorgere il mistero della salvezza su strade impreviste e sconosciute, accogliendo con stima e gratitudine lo Spirito che ci precede e ci sconcerta dando frutti là dove nessuno pare aver seminato.
  Non c'è solo una Babele delle lingue, ma anche una Babele delle fedi, e il missionario deve affrontarla. Basterà collocarsi tra gli altri gridando più forte il proprio messaggio? Bisognerà piuttosto annunciarlo sapendo insieme scorgere il miracolo già iniziato nella pentecoste, che in qualche modo permette agli uomini di capirsi, anche se ancora non hanno conosciuto Cristo, che questa unità ha ricreato nella sua morte e resurrezione. Lo stupore di capire precede l'annuncio di Pietro: è lo Spirito che prepara perché si possa ascoltare.

IN COMUNIONE CON LA CHIESA

  Anche questa è per il missionario un'esperienza a rischio, un mettere alla prova la solidità e la vitalità della sua fede, un'altra pista ancora su cui il Signore si fa cercare da lui per essergli sempre più intimo.
  Quando ci si tuffa nell'oceano, esso ci sostiene e ci avvolge completamente, ma non basterà una vita a percorrerlo.
  Tutto ciò avviene in profonda comunione con la Chiesa. È con lei e a nome suo che il missionario vive l'obbedienza a Cristo che lo manda. È dentro di lei che affronta i deserti, il buio, l'incognita, e che scopre i volti sempre nuovi di Dio, i miracoli dello Spirito, le tracce del Cristo che accompagna i viandanti di Emmaus e questi non lo sanno riconoscere.
  È a lei che conduce i figli nuovi che le si uniscono per testimoniare l'Amore che si fa Uomo, l'Infinito che tace dentro il più piccolo dei nostri fratelli attendendo che la nostra fede lo vada a trovare, credere, adorare.