RITAGLI

SCHEGGE DI BENGALA - 1

DIARIO

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( P. Franco Cagnasso )

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Inevitabile miscuglio.

Quando incontravo l’anziano P. Giuseppe Cavagna, piccolino e ciecuziente, mi prendeva affettuosamente sotto il braccio e mi diceva: "Venga venga, lei che è bergamasco, mi dia qualche notizia della nostra Bergamo…", e subito era lui che mi informava su un sacco di novità che io non conoscevo. Finito questo primo approccio, gli chiedevo: "E lei Padre, come va?". Risposta fissa: "Caro Padre, che cosa vuole che le dica? Sunt mala mixta bonis…". Cose buone e cose cattive mescolate, secondo la saggezza di tanti anni di vita e di missione.

Pensando ad essa ho deciso di scrivere queste "schegge": pezzetti di realtà sparsa, buona e cattiva, così come mi viene in mente. Se state buoni (voi lettori, intendo!) magari in futuro ne scrivo altre.

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Un seminarista del primo anno.

Per l’apostolato settimanale mi hanno assegnato alcuni villaggi hindu poverissimi. Vado volentieri, mi accolgono bene, sono interessati a conoscerci. Alcuni sono ammalati e non hanno nessuna possibilità di curarsi. Io ho fatto sapere che c’è qualcuno, a Dhaka, che può aiutare i più malconci.

Un giorno mi dicono che il temporale ha fatto cadere parte di una casa, con il tetto in lamiera. Vado a vedere e trovo il papà con un braccio malamente fratturato e una brutta ferita alla testa. Gli hanno messo qualche impiastro, ma da alcuni giorni è così, soffre molto, ha la febbre e non migliora. Gli dico come può andare allo "Sick Shelter" (Ospizio per i malati) dei Missionari della S. Croce, a Dhaka, e lì si prenderanno cura di lui, lo accompagneranno in ospedale, faranno ciò di cui ha bisogno. Non finisce di ringraziarmi…

Dopo qualche giorno, vado allo "Sick Shelter" per vedere come sta, ma non lo trovo. Gira e domanda, mi dicono che lui non è venuto, ma c’è il figlio. Lo rintraccio, e vengo a sapere che anche lui è stato ferito nella caduta del tetto, ma non così malamente, e ormai è quasi guarito.

Quando ritorno al villaggio, l’uomo è ancora là, con la febbre, il suo braccio con frattura scomposta e la ferita della testa che stenta a rimarginarsi. "Perché non sei andato?", gli domando. "Non osavo chiedere aiuto per me e per mio figlio, mi pareva troppo. Allora ti ho fatto vedere come stavo male io per avere un posto, e poi ho mandato mio figlio, che è più giovane e ha più bisogno di me…".

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Un seminarista degli ultimi anni.

Avevo forse 15 o 16 anni, lavoravo sodo perché i miei sono poverissimi. Uscivo per andare a giornata con mio papà, a volte senza mangiare proprio niente…

Un giorno me ne sto tranquillamente seduto sulla soglia della casa di alcuni conoscenti, quando un mio amico arriva di corsa, furibondo, e urlando si mette a bastonarmi con tutte le sue forze. Me ne dà tante, prima che io riesca a capire che mi accusa di avergli rubato i vasi che aveva messo sulle palme per raccoglierne la linfa e fare il vino. Ha scoperto che sono stati tre giovani miei amici e pensa che io l’abbia fatto insieme a loro. Ma io proprio non c’entravo…

Quando finalmente riescono a fermarlo, gli spiegano che io ero stato con loro dal giorno prima e non potevo aver rubato il suo vino. Se ne va.

Non riesco a descrivere la rabbia che avevo dentro! E anche il dolore per le bastonate…

Per mesi e mesi non ci siamo parlati. Se lo vedevo da lontano giravo al largo, perché sapevo che lo avrei aggredito.

Però stavo male. Volevo trovare il modo di uscire dal risentimento, dalla voglia di vendicarmi che quasi mi soffocava.

Poi mi è venuta un’idea, ho pregato e ho deciso.

Qualche giorno dopo l’ho visto da lontano e gli sono andato incontro. Gi ho detto subito: "Io sto male, sono arrabbiato, ma sono sicuro che tu stai peggio. Io infatti ho preso le bastonate e il dolore ormai è passato, so di avere ragione, mi sento a posto. Tu non hai avuto male alle ossa, ma sai di avere torto, ti fa male il cuore; certamente vuoi chiedermi scusa ma non sai come fare...". Ci siamo abbracciati piangendo tutti e due come bambini. E’ stato fra i momenti più belli della mia vita, e siamo diventati amicissimi.

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Davanti alla casa delle Suore, a Dhaka.

Si era formata una lunga fila di alluvionati – o gente che si dichiarava tale – per prendere qualcosa nella distribuzione degli aiuti: riso, sale, olio… Era difficile tenere la disciplina. Un poliziotto ha visto, ha chiamato i colleghi e a manganellate hanno mandato via tutti. Piazza pulita.

Poi sono entrati dalle Suore a pretendere la mancia… E che non sia poco, per favore!

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Come una bimba

Quasi tutti gli sfollati per l’alluvione che sono rimasti per un mese schiacciati come sardine nel terreno degli Oblati se ne sono andati. Ho chiesto ad un seminarista: "Finalmente tirerete il fiato?". "Sì, ma già sento un gran vuoto, perché in quel caos ci sono state tante cose belle. Una mamma musulmana, andandosene, mi ha detto: 'Grazie, qui mi sono sentita come una bimba nella pancia della mamma, protetta e sicura, e voluta bene'. Un uomo, quasi piangendo: 'Sono orfano da quando ero ragazzo e da tanti anni non sapevo più cosa vuol dire avere vicino qualcuno che si preoccupa per te, che ti chiede come stai'."

Il Rettore, P. Emil (srilankese), si è trovato da un giorno all’altro con 850 persone da sfamare. Ha deciso che non avrebbe chiesto niente a nessuno, e ogni giorno si è presentato qualcuno ad offrire spontaneamente ciò che serviva. C’è stato cibo in abbondanza e anche qualche soldo da dare alle famiglie nel momento in cui tornavano alle loro case devastate e puzzolenti.

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P. Franco Cagnasso

20.08.04