MISSIONE SPERANZA

RITAGLI   La missione dell'ascolto   MISSIONE BANGLADESH

Organizzare, progettare, comunicare.
La nostra mentalità occidentale ci spinge a pensare la missione,
persino l'annuncio del Vangelo, in questi termini.
Ma c'è un'altra possibilità.

P. Franco, in cammino con un giovane bengalese!

P. Franco Cagnasso
("Missionari del Pime", Aprile 2006)

«Il mio villaggio ha due quartieri, i cui nomi dicono tutto: quartiere ricco, quartiere povero. La mia famiglia, che sta nel secondo, qualche anno fa attraversava un momento difficile. Il mio fratello maggiore beveva, un altro non voleva più studiare, il terzo era sempre ammalato, quattro sorelle piccole. Parlai ai miei genitori: "Avete tanti figli, forse solo io sono in grado di aiutarvi. Lascio il seminario e vi do una mano...". Si guardarono, e la mamma mi rispose tranquilla: "Al Signore bisogna dare la parte migliore, non gli avanzi. Diventando prete non potrai aiutarci, ma siamo contenti così, non preoccuparti per noi"». È Martin che mi parla, un giovane tribale. Il predicatore di un corso di esercizi spirituali sta aiutando lui e altri che presto saranno diaconi a ripercorrere la loro vita per ricordare gli eventi principali, scoprendovi le tracce della grazia di Dio. Ci pensano, pregano, ne parlano con me. Io ascolto. È il mio "mestiere" da quando, nel 2002, ancor prima di ritornare dopo 19 anni di assenza, mi hanno nominato direttore spirituale al "Seminario Spirito Santo" di Dhaka, l'unico seminario "maggiore" (filosofia e teologia) del Bangladesh. Qui concludono il loro lungo cammino formativo i futuri preti delle sei diocesi del Paese, e qui vengono a scuola anche tutti i religiosi, che vivono nelle loro comunità. Nel 2005 erano 46 diocesani, nel 2006 sono 61, suddivisi in 5 classi. I religiosi più o meno altrettanti. Non ho mai contato né voglio contare quanti vengono da me; posso dire che sono tanti: seminaristi e ragazze in formazione presso varie congregazioni. Non mi accostano spontaneamente, ma perché la regola dice che devono avere un padre spirituale; quindi sono incerti, timorosi, non sanno di che cosa si tratti. Uno mi ha detto candidamente: «Volevo padre Tizio, ma non ha tempo; padre Caio è stato trasferito; il Rettore mi sollecita ad incominciare... posso venire da te che sei facilmente reperibile?» Un'altra: «Preferirei una suora, ma non la trovo...». Accetto. È una partenza modesta, ma strada facendo si può crescere. «Non m'interessa - spiego - che tu diventi prete o suora, ma che tu diventi l'uomo o la donna che il Signore desidera, così sarai anche una persona felice. Il direttore è lo Spirito Santo; chi collabora sei tu. Io do una mano...». Iniziamo ogni incontro con una preghiera, per ricordarci che siamo in tre, e concludo con una benedizione. Ci tengono, se me ne dimentico la chiedono: «Padre Franco, niente benedizione?». Pian piano, arrivano a raccontarmi la loro vita, i loro problemi, gli avvenimenti e i sentimenti più significativi e profondi, quelli che non hanno mai comunicato neppure a se stessi, perché troppo belli, o dolorosi, o oscuri. Forse, attraverso la simpatia con cui ascolto, intuiscono la paternità di Dio. In rapporto al numero dei cristiani (poco più di 400mila) le vocazioni in Bangladesh sono numerose. Ci si può fidare? Sono di comodo? Bisogna discernere, ma senza pregiudizi: forse che un povero non può fare scelte disinteressate? Ecco la mia missione: tante ore ad ascoltare con attenzione e partecipazione, usando una lingua che non è la mia. A volte sento la stanchezza, ma è soltanto fisica, mentale, non del cuore, che invece continua a gustare questa intimità con persone che il Signore ama, dando a me il dono di essere per loro un segno di questo suo amore.